Drupacee e TEA: a piccoli passi

Cambiamenti climatici e nuove malattie non risparmiamo il comparto delle drupacee. Un aiuto, però, potrebbe giungere grazie alle TEA

da uvadatavoladmin

Negli ultimi anni, la produzione di drupacee nel territorio italiano sta registrando un calo più o meno importante a seconda delle singole specie prese in considerazione (dati Istat). Il cambiamento climatico e le malattie stanno mettendo sempre più a dura prova la coltivazione di questi alberi da frutto. Una gestione agronomica appropriata, attraverso l’esecuzione di una corretta potatura e di idonee tecniche di difesa invernale, può senz’altro ridurre l’inoculo svernante dei principali patogeni delle drupacee, riducendo le nuove infezioni primaverili. 

Ma solo questo non basta più. Appare necessario trovare soluzioni alternative per poter far fronte a queste sfide: le TEA, con l’ottenimento – in breve tempo – di nuove varietà meno suscettibili o resistenti ai patogeni, rappresentano oggi un’opportunità da non sottovalutare. 

L’applicazione delle TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita) – da non confondere con l’ottenimento di organismi OGM – ha interessato il miglioramento genetico di agrumi, vite e melo. La loro introduzione nei programmi di miglioramento genetico ha permesso di fare grossi passi avanti, con particolare riferimento all’introduzione di geni legati alla resistenza nei confronti di stress biotici e abiotici e di caratteristiche positive per la qualità dei frutti

Le TEA si basano sulla tecnica del genome editing attraverso la quale si può effettuare un intervento su punti circoscritti del DNA, introducendo modifiche molto simili a quelle che si potrebbero generare spontaneamente in natura. Tuttavia, rispetto al miglioramento genetico convenzionale, che si basa su ripetuti cicli di incrocio e selezione, le TEA consentono di ottenere una nuova varietà già dopo il primo incrocio. Per le drupacee, però, a causa del periodo improduttivo giovanile, il processo di miglioramento genetico attraverso le tecniche tradizionali ha una durata di almeno 15 anni.

Al momento dunque l’applicazione delle TEA su drupacee non è ancora possibile, ma gli studi vanno avanti.

L’ottenimento di piante attraverso le TEA è condizionato dalla loro capacità di riprodursi. La condizione che deve realizzarsi è che le cellule in cui è stata integrata la nuova informazione genetica siano in grado di sviluppare un germoglio che, a sua volta, sia in grado di crescere dando origine a una nuova pianta. Le specie appartenenti al genere Prunus – soprattutto il pesco – sono particolarmente recalcitranti alle manipolazioni, mostrando una limitata disponibilità di sistemi di rigenerazione in laboratorio.

Tuttavia, grazie ai continui programmi di ricerca portati avanti negli ultimi anni, sono stati fatti notevoli progressi nella rigenerazione in vitro delle drupacee, da piccioli, foglie e calli di cellule indifferenziate. Nonostante questo, la probabilità di ottenere piante modificate resta ancora molto bassa e ad oggi le uniche specie in cui è stato raggiunto un risultato stabile sono susino europeo (Prunus domestica) e susino cino-giapponese (Prunus salicina)

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Rigenerazioni da tessuti somatici di albicocco (sinistra) e da cotiledoni di pesco (destra) – Fonte: Creafuturo

Vista l’importanza economica delle drupacee a livello nazionale e il calo produttivo registrato, rimane alto l’interesse da parte dei ricercatori nell’individuare protocolli di trasformazione e rigenerazione efficienti per queste colture. Inoltre, un aspetto da non sottovalutare è che la produzione di colture resistenti ai principali patogeni e in grado di affrontare le nuove condizioni ambientali potrebbe portare anche a un minor impiego di agrofarmaci, riducendo i costi di produzione e l’impatto sull’ambiente.

 

Donato Liberto
©fruitjournal.com

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