Indice
- Tuta absoluta rappresenta una delle principali criticità del pomodoro. Qual è oggi la reale situazione nei principali areali di coltivazione del pomodoro?
- Quanto conta oggi il monitoraggio precoce rispetto all’intervento diretto, e quali errori vedi più spesso nella pratica aziendale?
- Il tema delle resistenze è ormai cruciale nella gestione di Tuta absoluta. Quali sono oggi i meccanismi che ne accelerano la comparsa, quali sostanze attive risultano più compromesse e come dovrebbe essere strutturata una strategia di difesa efficace?
- Guardando al futuro, tra cambiamento climatico, riduzione delle molecole disponibili e nuove tecnologie, quale pensi sarà la vera sfida nella difesa del pomodoro dalla Tuta absoluta nei prossimi anni?
Negli ultimi anni Tuta absoluta si è confermata come una delle avversità più insidiose per la coltivazione del pomodoro, soprattutto negli areali a forte vocazione serricola. Un fitofago capace di adattarsi rapidamente, di moltiplicare i propri cicli in funzione delle condizioni climatiche e di sviluppare resistenze con una velocità che mette sotto pressione ogni schema di difesa. A complicare ulteriormente il quadro concorrono la progressiva riduzione delle sostanze attive disponibili, l’aumento delle temperature medie e la necessità, sempre più stringente, di adottare strategie realmente integrate e sostenibili.
Tra innovazione tecnologica, biocontrollo, monitoraggio e gestione delle resistenze, la difesa del pomodoro si trova oggi davanti a un bivio: continuare a rincorrere l’emergenza o ripensare in modo strutturale i modelli di intervento. Di tutto questo, e delle prospettive future nella lotta al fillominatore, ne parliamo con Francesco Maugeri, agronomo e tecnico di Campo, consulente fitosanitario e divulgatore tecnico-scientifico nella pagina Social “Agronomik”, dal 2007 all’attivo in tutta la Fascia Trasformata del Ragusano, dove affianca aziende orticole in serra e pieno campo nella gestione fitosanitaria e nutrizionale delle colture.
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Tuta absoluta rappresenta una delle principali criticità del pomodoro. Qual è oggi la reale situazione nei principali areali di coltivazione del pomodoro?
Le infestazioni presenti seguono un andamento costante nelle coltivazioni in ambiente protetto, avvantaggiate da un clima sempre più caldo anche nel periodo freddo (dicembre-febbraio), sebbene durante quest’ultimo si osservi una tendenza al prolungamento del ciclo vitale e conseguentemente a un’apparente flessione delle pullulazioni. Le zone più colpite sono spesso quelle a clima “tropicale” della Fascia Trasformata, come le aree serricole di Marina di Ragusa, Scicli, Pachino e Gela. Nelle aree di Vittoria e Comiso le infestazioni sono molto più strettamente connesse agli sbalzi termici insistenti in pianure e fondovalle, con schemi a bassa intensità infestante nella stagione invernale.

Danni provocati dall’attività trofica delle larve di Tuta absoluta su foglie di pomodoro da mensa
Dal tuo punto di vista, cosa è realmente cambiato nella sua gestione rispetto a 5–10 anni fa? Sicuramente lo schema di lotta: nell’ultimo decennio, complice la considerevole riduzione delle Sostanze Attive di Sintesi (SA) autorizzate, la gestione del fitofago è sempre più integrata con una maggiore attenzione alle attività di monitoraggio e controllo, che prevedono il ricorso a reti antinsetto, confusione sessuale e tecniche di biocontrollo, basate sull’impiego di agenti di contenimento naturali come Nesidiocoris tenuis. Quest’ultimo, se da un lato ha permesso di tenere sotto controllo le popolazioni di Tuta, dall’altro – se non contenuto – ha determinato danni alle colture, che l’hanno reso spesso poco apprezzabile da parte degli operatori di campo. Inoltre, la lotta è stata integrata con l’impiego di prodotti a effetto antifeeding o di controllo indiretto, rivelandosi tuttavia di basso impatto nei confronti del fitofago, che rappresenta quindi una minaccia considerevole nel periodo primaverile-estivo.
Quanto conta oggi il monitoraggio precoce rispetto all’intervento diretto, e quali errori vedi più spesso nella pratica aziendale?
Perché sia razionale, la lotta integrata alla Tuta absoluta non può fare a meno dell’attività di monitoraggio e controllo in campo. Questa deve essere effettuata mediante ricognizioni periodiche, che possano seguire precocemente i cicli biologici delle popolazioni presenti nelle coltivazioni, secondo metodo scientifico.
Un monitoraggio fitosanitario razionale prevede anzitutto:
- l’osservazione dei voli, mediante opportune trappole cromotropiche nere (già impiegate, insieme ad altri accorgimenti come le vaschette ad olio, per la cattura massale), integrate o meno con feromoni attrattivi per i maschi, al fine di correlare la potenziale attività riproduttiva in funzione della stagione e delle temperature registrate;
- la rilevazione, su piante campione durante la ricognizione in serra, delle ovideposizioni (quindi delle uova) direttamente sulla vegetazione, in corrispondenza di apici, femminelle, palchi e foglie: anche in questo caso, correlando le stesse ovideposizioni al regime termico, è possibile ricavare la potenziale attività trofica delle larve. Questa, secondo recenti studi, è direttamente correlata alle temperature che possono ridurre il tempo necessario al completamento di ciascuna fenofase (TAB.);
- l’adozione, per gradi, dei sistemi di lotta, avvantaggiando metodi a basso impatto in assenza di mine, quindi inserendo SA specifiche alla rilevazione delle prime gallerie trofiche nelle aree strategiche degli appezzamenti, come le zone perimetrali contigue le aperture e le porte d’ingresso.
Da queste premesse, gli errori sono sempre gli stessi, commessi sin dalla comparsa del fitofago e ravvisabili nell’uso indiscriminato delle SA disponibili, indipendentemente dal livello di monitoraggio e controllo intrapreso. E ciò si deve non solo alla formazione fitoiatrica degli operatori, ma anche e soprattutto a quella di alcuni tecnici e/o consulenti che spesso “consigliano” o “prescrivono ricette” senza criterio tecnico-scientifico alcuno, guidati da meri interessi commerciali.

Influenza della temperatura sulle durata delle diverse fasi di sviluppo di Tuta absoluta
Il tema delle resistenze è ormai cruciale nella gestione di Tuta absoluta. Quali sono oggi i meccanismi che ne accelerano la comparsa, quali sostanze attive risultano più compromesse e come dovrebbe essere strutturata una strategia di difesa efficace?
Purtroppo oggi la lotta contro il fillominatore è ad armi impari: la capacità dello stesso di realizzare cicli multipli in un arco di tempo ristretto, lo rende particolarmente abile nel creare individui resistenti e in maniera sempre più diversificata nel tempo e nello spazio; popolazioni sensibili a una sostanza in determinate aree possono risultare resistenti in altre, in funzione del livello di pressione esercitato dagli operatori agricoli che, sovente, utilizzano indiscriminatamente trattamenti senza criterio e omettendo quanto dettato dall’IRAC.
L’IRAC, ovvero la Insecticide Resistance Action Committee, è un comitato di esperti, in ambito internazionale, che si occupa di classificare insetticidi/acaricidi in funzione del loro MoA (Meccanismo d’Azione/Sito d’azione). Questa classificazione è fondamentale per la gestione della resistenza agli agrofarmaci. Le sostanze attive ad azione insetticida e acaricida sono infatti suddivise in gruppi numerati in base al loro meccanismo d’azione. Questa suddivisione consente di regolamentarne l’impiego attraverso strategie mirate a ridurre il rischio di selezione di ceppi resistenti. In pratica, i trattamenti vengono organizzati secondo uno schema “a finestra”: periodi di 20-30 giorni (o di durata variabile, in funzione del ciclo biologico del fitofago bersaglio) all’interno dei quali si concentrano uno o più interventi utilizzando uno o due gruppi o sottogruppi con lo stesso meccanismo d’azione. Nella finestra temporale successiva, si passa a gruppi differenti, in modo da alternare i meccanismi d’azione e limitare la pressione selettiva.
Per Tuta absoluta sarebbe necessario adottare una finestra di circa 30-60 giorni consecutivi (un periodo medio, in genere, basato sulla durata di una generazione singola del fillominatore): all’interno di una finestra, è possibile eseguire più applicazioni di un MoA o di MoA diversi, purché la loro attività residua non superi il periodo approssimativo di 30 giorni. Dopo aver terminato una finestra MoA di 30 giorni, è possibile applicare quindi insetticidi secondo le soglie stabilite scegliendo MoA differenti, da distribuire nei 30 giorni successivi, ritornando ai primi secondo quanto stabilito in etichetta o nel ciclo produttivo successivo (figura).

Raccomandazioni per gestire la resistenza degli insetti ai principi attivi
Purtroppo, l’abuso che si è fatto negli ultimi anni di insetticidi efficaci per periodi prolungati ha determinato l’aumento della percentuale di “famiglie” resistenti, sempre più diffuse lungo tutta la fascia trasformata, rendendone vano l’utilizzo presente e futuro. Un razionale sistema di lotta dovrebbe quindi basarsi principalmente su strumenti integrativi, come i mezzi di biocontrollo, l’impiego di sostanze naturali e repellenti e altre strategie a basso impatto, da utilizzare soprattutto nelle fasi in cui il fillominatore risulta apparentemente assente. Questi interventi andrebbero inseriti all’interno di un programma di monitoraggio continuo, capace di mettere in relazione le fenofasi della coltura e le dinamiche di popolazione del fitofago con l’andamento termico e stagionale.
Il ricorso a sostanze attive specifiche dovrebbe avvenire solo quando compaiono le prime evidenze di attività trofica e in prossimità del raggiungimento di soglie di danno economicamente rilevanti, seguendo criteri di rotazione dei meccanismi d’azione secondo le linee guida IRAC. Anche in questa fase, è opportuno privilegiare un approccio integrato, associando prodotti ad azione antifeeding o corroborante, in grado di potenziare l’efficacia dei trattamenti o di limitare lo sviluppo di fenomeni di resistenza.
Rimangono comunque centrali, sin dalle fasi di pre-impianto e di impianto della coltura, gli antagonisti naturali (come i miridi) e le strategie agronomiche di esclusione e contenimento, quali reti protettive, sistemi di cattura massale, feromoni e dispositivi analoghi, che rappresentano il primo vero filtro contro l’insediamento del fitofago. Questi strumenti, se correttamente pianificati, consentono di ridurre drasticamente la pressione iniziale delle popolazioni e, di conseguenza, il numero complessivo di interventi chimici necessari nel corso del ciclo colturale.
In questo senso, la gestione di Tuta absoluta non può più essere concepita come una sequenza di interventi reattivi, ma deve evolvere verso un modello preventivo e sistemico, fondato sull’anticipazione delle dinamiche di infestazione. Il monitoraggio costante, l’interpretazione corretta dei dati di campo e l’integrazione tra mezzi chimici, biologici e agronomici diventano quindi elementi imprescindibili per costruire programmi di difesa realmente sostenibili nel tempo.
Guardando al futuro, tra cambiamento climatico, riduzione delle molecole disponibili e nuove tecnologie, quale pensi sarà la vera sfida nella difesa del pomodoro dalla Tuta absoluta nei prossimi anni?
Sicuramente la genetica potrebbe svolgere un ruolo cruciale, sia attraverso la selezione di varietà meno appetibili per il fillominatore, sia mediante approcci più avanzati come i biopesticidi molecolari basati su dsRNA, in grado di silenziare geni vitali dell’insetto tramite meccanismi di RNA interference, o strategie di autocidio fondate sull’impiego di maschi sterilizzati geneticamente.
Parallelamente, l’uso crescente di agenti di biocontrollo – come virus e nematodi entomopatogeni (ad esempio quelli del genere Steinernema) – così come di antagonisti naturali quali i miridi nei periodi di bassa pressione del fitofago, può contribuire a contenere e stabilizzare le popolazioni, riducendo il rischio di selezione di ceppi resistenti. In questo contesto si inserisce anche il recente impiego, in deroga, di sostanze come il GS-omega/kappa-Hxtx-Hv1a. Tuttavia, allo stato attuale, la lotta chimica resta uno dei pilastri del controllo del fitofago. L’adozione sistematica di biostimolanti e mezzi biologici, pur rappresentando un importante complemento, comporta un aumento significativo dei costi di difesa per chi produce pomodoro in serra. Questi ultimi, inoltre, spesso non hanno la possibilità di modulare o spostare i cicli produttivi del pomodoro, soprattutto nei periodi di massima pressione del fitofago (primavera-estate). Di conseguenza, in serra, una riduzione sostanziale dell’uso degli insetticidi convenzionali non è, ad oggi, realisticamente praticabile.
In questo scenario complesso, la vera sfida non sarà tanto individuare una singola soluzione definitiva, quanto riuscire a costruire strategie di difesa realmente integrate, sostenibili sul piano economico e adattabili alle diverse condizioni produttive, capaci di coniugare innovazione, efficacia e continuità operativa nel tempo.
Ilaria De Marinis
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