Orobanche ramosa nel pomodoro: cosa sapere

Segnalata a nord e a sud, la diffusione di questa infestante parassitaria può provocare danni importanti alla coltura. Dalla ricerca, però, giungono interessanti sviluppi

da Ilaria De Marinis
orobanche ramosa pomodoro

Nei campi di pomodoro può comparire, a stagione avviata, una “piantina” sottile e pallida che spunta vicino alle file e porta piccoli fiori: non è una curiosità botanica, è il segnale che sotto terra sta lavorando un parassita. Si chiama orobanche e, nel caso del pomodoro, la specie più citata è Phelipanche ramosa (nota anche come Orobanche ramosa). 

Negli areali italiani, le segnalazioni più ricorrenti arrivano da due geografie chiave: da un lato il Nord del pomodoro da industria, dove in provincia di Parma (e in misura minore Piacenza) la diffusione del parassita è stata descritta come in crescita e associata a danni significativi; dall’altro il Sud, con citazioni esplicite di Foggiano e Basilicata, dove l’orobanche è stata osservata anche su altre orticole oltre al pomodoro.

Orobanche ramosa: un’infestante atipica 

La prima cosa da sapere è semplice: non è un’erba infestante come le altre, perché non compete solo per spazio o acqua. L’orobanche non produce clorofilla, quindi non riesce a nutrirsi da sola con la fotosintesi. Per vivere deve agganciarsi alle radici del pomodoro e “bere” direttamente dalla pianta ospite: acqua, zuccheri, nutrienti. Il problema operativo nasce da qui e da un secondo aspetto altrettanto importante: il danno inizia quando non si vede nulla. I semi dell’orobanche restano nel terreno e possono rimanere vitali a lungo; germinano solo se percepiscono segnali chimici rilasciati dalle radici del pomodoro. Da quel momento il parassita si attacca ai tessuti radicali e comincia a sottrarre risorse in modo continuo. Quando lo si nota in superficie, spesso la coltura ha già perso una parte del suo potenziale produttivo: meno vigore, fioritura e allegagione più deboli, maturazione meno uniforme.

Come agisce

La capacità di persistenza spiega l’ascesa dell’orobanche a problema strutturale: ogni individuo può produrre fino a centinaia di migliaia di semi, minuti e facilmente veicolati da acqua, vento, animali e lavorazioni; soprattutto, la banca semi può restare vitale per molti anni (fino a circa 20 in condizioni favorevoli), rendendo il reinfestamento molto più probabile. Sul pomodoro gli impatti non sono marginali: in annate e appezzamenti ad alta pressione, le riduzioni di crescita e resa possono diventare molto rilevanti, arrivando – nei casi più severi – a dimezzare la produzione o peggio, perché la pianta ospite viene “svuotata” nella fase in cui dovrebbe costruire biomassa e carico produttivo. Questa combinazione (ciclo nascosto + lunga longevità del seme + alta capacità di disseminazione) è il motivo per cui la gestione agronomica, da sola, raramente basta. 

orobanche ramosa (1)

E come si contiene

Sul piano operativo, la logica – come sempre – non è contrastare l’attacco, ma abbassare nel tempo il livello di inoculo nel suolo e ridurre le nuove disseminazioni. Questo porta a un approccio integrato: igiene dei mezzi e del materiale (per non trasportare semi tra appezzamenti), rotazioni e scelte colturali che interrompano l’ospite, lavorazioni e gestione dei bordi, fino al diserbo specifico dove consentito.
In Italia sono stati valutati e impiegati approcci chimici mirati (ad esempio a base rimsulfuron, in quadri autorizzativi legati all’uso su pomodoro da industria), con risultati di contenimento che però restano molto dipendenti da tempistica, pressione del seme nel suolo e condizioni pedoclimatiche: non è una “soluzione unica”, perché il parassita vive la parte decisiva del ciclo sotto terra e può sfuggire a finestre d’intervento non perfette. Per questo, nei comprensori più colpiti, l’orobanche è diventata un problema di sistema: richiede continuità tecnica su più campagne, non un intervento spot. 

TEA al lavoro per il pomodoro resistente

In compenso, la ricerca prosegue e sta puntando dritto al punto di innesco: se il seme di orobanche germina “ascoltando” i segnali radicali dell’ospite, allora la resistenza può passare dal modulare quei segnali. È il principio alla base del funzionamento delle TEA (genome editing) applicate al pomodoro: linee modificate su geni coinvolti nella biosintesi degli strigolattoni – o, in approcci più fini, sui meccanismi di trasporto/rilascio negli essudati – per ridurre lo stimolo alla germinazione del parassita senza compromettere eccessivamente la fisiologia della pianta. In questo quadro si colloca la sperimentazione in campo nel Parmense, presso l’azienda sperimentale Stuard: nella stagione 2025 è stato allestito un campo prova autorizzato (circa 1.000 m², più linee genetiche replicate) proprio su materiali TEA orientati alla resistenza all’orobanche ramosa, con caratterizzazioni di sicurezza e controlli pre-rilascio, e con un percorso pluriennale dichiarato dal gruppo di ricerca. È, di fatto, un passaggio chiave: dalla prova in laboratorio alla verifica agronomica reale, dove resa, qualità e stabilità del tratto resistente devono reggere la complessità del campo.

In altre parole, il passaggio adesso è la traduzione agronomica del tratto: non una resistenza “da laboratorio”, ma una risposta stabile in suoli diversi, a pressioni d’infestazione variabili e in annate differenti. Se la prova di Parma confermerà questo equilibrio, tecnici e produttori avranno finalmente una leva aggiuntiva, concreta, per contenere l’orobanche e ridurne il peso sulla redditività degli appezzamenti.

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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