Acqua in agricoltura, troppa o troppo poca

Tra danni da maltempo e invasi in ripresa, l’inverno 2026 mostra il volto più complesso della crisi idrica. Non basta che l’acqua arrivi, serve un sistema capace di governarla

da Donato Liberto
acqua in agricoltura

Negli ultimi mesi, in diverse aree d’Italia, la pioggia è tornata a cadere con intensità e continuità tali da cambiare il tono del dibattito sull’acqua in agricoltura. Ma parlare di fine dell’emergenza idrica sarebbe fuorviante. Perché il punto, oggi, non è solo quanta acqua arriva, ma come arriva e soprattutto quanto il sistema riesce a trattenerla, regolarla e renderla disponibile quando serve davvero alle aziende agricole.

È qui che il tema smette di essere soltanto meteorologico e diventa agronomico, infrastrutturale e gestionale. In alcuni territori le precipitazioni hanno causato danni diretti alle produzioni e rallentato le attività in campo; in altri, o negli stessi territori a distanza di poche settimane, hanno contribuito a ricaricare invasi e riserve dopo una lunga fase di stress idrico. Due facce della stessa realtà: un’agricoltura sempre più esposta non solo alla scarsità d’acqua, ma anche alla difficoltà di governarne gli eccessi.

A confermare che non si tratta di episodi isolati ma di una fase di impatto reale sul territorio, c’è anche il quadro istituzionale: il Consiglio dei Ministri, con delibera del 26 gennaio 2026 (pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 2 febbraio), ha dichiarato lo stato di emergenza per dodici mesi in conseguenza degli eccezionali eventi meteorologici che, a partire dal 18 gennaio, hanno colpito Calabria, Sardegna e Sicilia. 

Un gennaio molto piovoso

Se il rischio è semplificare tutto sotto l’etichetta “gennaio record”, l’analisi tecnica impone invece una distinzione: il mese è stato molto piovoso in diverse aree, ma con intensità e impatti differenti.

In Sardegna, il riepilogo mensile ARPAS parla esplicitamente di mese “eccezionalmente piovoso”, con precipitazioni abbondanti su tutta l’isola e cumulate localmente fino a sette volte la media climatica mensile.

Anche in Sicilia il segnale è stato molto marcato. Il portale regionale sulla base dei dati SIAS, descrive gennaio 2026 come un mese con anomalia positiva diffusa, con uno scarto medio regionale di +84 mm rispetto alla norma di riferimento e con superamento della media mensile in tutte le stazioni della rete SIAS. Lo stesso resoconto collega l’abbondanza delle precipitazioni a terreni saturi, fiumi in piena ed esondazioni locali.

Il quadro, però, non riguarda solo Sud e Isole. L’Autorità di Bacino dell’Appennino Centrale (AUBAC) ha parlato di precipitazioni eccezionali nel gennaio 2026, con incrementi rispetto alle medie climatiche compresi tra +70% nelle Marche e +190% nel Lazio, sottolineando insieme due effetti: attenuazione della severità idrica e aumento dell’attenzione sulla capacità del territorio e delle infrastrutture di gestire grandi volumi d’acqua. Questo passaggio è decisivo per impostare bene il ragionamento: più pioggia non significa automaticamente più sicurezza idrica per l’agricoltura.

Per le aziende agricole non conta solo quanta acqua cade

Dal punto di vista agronomico, la differenza tra beneficio e danno non la fa solo il cumulato mensile. La fanno la distribuzione nel tempo, la concentrazione degli eventi, la fase fenologica delle colture, la capacità drenante dei suoli, lo stato della rete scolante e, più in generale, la tenuta del sistema territoriale.

Una pioggia abbondante e ben distribuita può aiutare il profilo idrico del suolo e ridurre la pressione sulle irrigazioni future. Una sequenza ravvicinata di eventi intensi, al contrario, può produrre ristagni, asfissia radicale, erosione, dilavamento, difficoltà di accesso ai campi e ritardi nelle operazioni colturali. È la differenza, in sostanza, tra acqua utile e acqua che diventa fattore di danno o che il sistema non riesce a intercettare.

Ed è proprio qui che il racconto agricolo del 2026 si fa più interessante: in molte aree il problema non è più solo la scarsità di precipitazioni, ma la gestione di una maggiore variabilità, con passaggi rapidi da deficit a surplus e impatti opposti concentrati nella stessa stagione.

Sardegna, il caso che rende visibile il problema

Dentro questo quadro si colloca il caso della Sardegna, che può funzionare come capitolo di conferma della tesi generale. La prima conta dei danni diffusa da Coldiretti Sardegna parla di oltre 30 milioni di euro di danni diretti al settore agricolo, con produzioni compromesse, aziende in difficoltà e richiesta di attivazione dello stato di calamità naturale. Il punto, però, non è solo la gravità del danno in sé. È il paradosso climatico che il caso Sardegna rende evidente anche sul piano narrativo: in pochi mesi si può passare da una fase di forte preoccupazione per la siccità a campi sommersi e perdita di produzioni per eccesso d’acqua in agricoltura. In mezzo, spesso, non c’è il tempo per adattare strutture, calendario e organizzazione aziendale.

acqua in agricoltura 1

Guardare il bicchiere mezzo pieno

Detto questo, fermarsi alla cronaca dei danni darebbe un quadro incompleto. Perché l’altro lato della medaglia esiste, ed è importante: in alcune aree più esposte alla criticità idrica le piogge hanno effettivamente ricaricato in modo significativo le riserve all’interno degli invasi. Il caso più chiaro, e documentato con dati ufficiali è la Sicilia. I prospetti dell’Autorità di Bacino del Distretto Idrografico della Sicilia mostrano che il volume totale invasato nelle dighe regionali passa da 229,95 milioni di metri cubi al 1° gennaio 2026 a 389,43 milioni di metri cubi al 1° febbraio 2026, con un incremento di 159,48 milioni di metri cubi in un mese. Nello stesso prospetto di febbraio, il totale risulta superiore del 47% rispetto allo stesso periodo del 2025.

È un dato molto rilevante, perché mostra che gli eventi piovosi possono cambiare rapidamente la fotografia degli stock idrici. Ma proprio questo rafforza la domanda chiave per il comparto agricolo: quanto di questa ripresa si tradurrà in disponibilità irrigua reale, programmabile e distribuita nei mesi critici?

Il vero tema del 2026: non la pioggia, ma la filiera dell’acqua

Se c’è una lezione che questo inverno sta lasciando all’agricoltura italiana, è che il dibattito deve fare un salto di qualità. Non basta più parlare genericamente di siccità o di maltempo. Serve ragionare in termini di filiera della risorsa idrica.

Per le imprese agricole conta che il sistema sia capace di intercettare l’acqua quando arriva, trattenerla, regolarla, trasferirla e distribuirla con efficienza. Conta la manutenzione delle opere, la funzionalità delle reti, la capacità di invaso, la gestione dei sedimenti, il coordinamento tra enti, i tempi di decisione e la programmazione dell’uso irriguo.

In questo senso, le piogge di gennaio 2026 hanno prodotto un doppio effetto. Da un lato, hanno causato danni importanti in territori colpiti da eventi intensi e persistenti. Dall’altro, hanno offerto un’opportunità di recupero delle riserve in aree dove la crisi idrica aveva già compresso le prospettive produttive. La differenza tra questi due esiti, sempre più spesso, non dipende solo dal cielo. Dipende da quanto il territorio è preparato a gestire la risorsa idrica.

 

Donato Liberto
© fruitjournal.com

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