Le bacche di goji: una corsa globale da 3,6 miliardi

Sostenuto da tendenze salutistiche e domanda crescente per il trasformato, il diamante rosso viaggia verso un raddoppio del valore di mercato

da Ilaria De Marinis
Le bacche di goji

Da 1,8 miliardi di dollari nel 2024 a 3,6 miliardi entro il 2033: le bacche di goji viaggiano verso un raddoppio del valore di mercato. La notizia arriva da un’analisi Research Intelo, società di ricerche di mercato nel comparto agroalimentare che conferma come il soprannome di “diamante rosso” non sia più soltanto un’immagine: a sostenerlo, oggi, sono anche le stime di mercato.
Secondo quanto riportato, la crescita non riguarda soltanto i volumi complessivi, ma si distribuisce lungo l’intera filiera: accanto al prodotto fresco ed essiccato, infatti, guadagnano spazio formati destinati alla trasformazione – come succo e polvere – con applicazioni che spaziano dagli integratori al food & beverage e una presenza sempre più strutturata nei canali moderni, inclusa la vendita online.
Il report collega l’aumento di valore a tre leve: la normalizzazione del consumo “salutistico” nella spesa quotidiana, l’espansione delle formulazioni industriali e il rafforzamento dei requisiti di filiera (continuità, standardizzazione e tracciabilità). Insomma, da prodotto di nicchia, il goji si sta trasformando in materia prima per l’industria: è alla base di snack, bevande, integratori, richiede continuità di fornitura, regolarità di standard, tracciabilità.

Ma facciamo un passo indietro: a cosa ci riferiamo quando parliamo di bacca di goji? 

Le bacche di Goji: caratteristiche e gestione in campo

Il goji è il frutto del Lycium barbarum (e specie affini), arbusto perenne della famiglia delle Solanacee: un “parente” laterale di pomodoro e peperone, ma con portamento cespuglioso e vegetazione vigorosa. La fioritura, con corolle violacee leggere, è seguita dallo sviluppo di bacche rosso-arancio di piccola pezzatura, molto sensibili a urti e compressioni. È anche per questo che il goji che circola di più è essiccato: il fresco ha una finestra commerciale breve e, per via della sua delicatezza, richiede attenzione, mentre essiccazione e trasformati rendono il prodotto più adatto a filiere “lunghe” e a impieghi industriali.

Dal punto di vista agronomico, il goji è adattabile e, una volta avviato, tollera anche periodi asciutti. Per esprimere produzione e qualità con regolarità, però, necessita di buona esposizione alla luce e suoli ben drenati. La gestione della chioma è il vero perno tecnico: potature regolari servono a contenere l’eccesso di vigoria, mantenere luce e ventilazione nella parete vegetativa e rinnovare la parte produttiva. In molti impianti entrano in gioco anche sostegni o fili, che consentono di distribuire i rami e velocizzare la raccolta, soprattutto quando la maturazione è scalare e richiede più passaggi. 

Dove si producono

La geografia produttiva è molto concentrata e la Cina resta il baricentro. Solo la regione cinese di Ningxia nel 2023 dichiarava circa 21.667 ettari coltivati e una produzione annua di 320mila tonnellate di goji fresco. Ma la filiera sta spingendo forte sulla trasformazione, con “profondità” industriale (decine e decine di referenze) e sbocco estero dichiarato in oltre 50 Paesi.
Perché l’accelerazione adesso? Perché il goji si trova all’incrocio di tre tendenze che oggi stanno ridisegnando consumi e formulazioni: da un lato il benessere quotidiano, sempre più trasversale e ormai pienamente “pop” (anche tra i più giovani); dall’altro i prodotti formulati (cioè snack e bevande “a ricetta”, progettati dall’industria), dove basta una quota minima di ingrediente per dare identità a uno snack o a un drink; infine l’innovazione di filiera, che significa processi più efficienti, standard più leggibili e tracciabilità più robusta. In parallelo, la filiera sperimenta soluzioni innovative: sempre nell’area di Ningxia si stanno sperimentando impianti agro-energetici con il goji coltivato sotto pannelli fotovoltaici, sfruttati come ombreggiamento per contenere l’evaporazione e rendere più gestibile la coltura in contesti aridi.
Insomma, più che una moda, è un incrocio ben riuscito tra domanda, formulazioni industriali e filiera.

Le bacche di goji 2

E in Italia? 

Sì, nel nostro Paese il goji può essere coltivato e, non a caso, esistono già produzioni attive e casi aziendali con impianti anche in biologico. La coltura ha margini di sviluppo, soprattutto nelle aree con estati asciutte e terreni ben drenati, ma si tratta più di un esercizio agronomico che di una filiera strutturata.

La pianta si adatta bene ai climi mediterranei, tollera discretamente la siccità e non richiede input eccessivi in termini di fertilizzazione. Tuttavia, e al netto del racconto salutistico che lo accompagna, il goji resta un frutto di nicchia. Può funzionare in contesti aziendali orientati alla trasformazione diretta, alla vendita online o alla filiera corta, dove il valore aggiunto non si gioca sui volumi, ma sulla narrazione e sul posizionamento. Più complesso immaginare, almeno nel breve periodo, una scalabilità su larga superficie senza una domanda interna realmente strutturata.

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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