Mele e fitofarmaci: la petizione che divide la Val d’Adige

A lanciarla il gruppo Stop Pesticidi Alto Adige/Südtirol, che chiede di vietare alcune delle sostanze “più pericolose” usate nella difesa dei meleti, senza considerare realtà e necessità del mondo produttivo

da Ilaria De Marinis
mele e fitofarmaci

Tra le valli del Trentino-Alto Adige, dove ogni autunno la raccolta delle mele trasforma i frutteti in una cattedrale di cassette e rimorchi, è tornata a crescere una vecchia contesa: quella sui pesticidi. A riaccenderla è una petizione lanciata dal gruppo Stop Pesticidi Alto Adige/Südtirol, che chiede di vietare alcune delle sostanze “più pericolose” usate nella difesa dei meleti — dal glifosato al captano, fino al ditianon e al fluazinam. In poche settimane ha superato 2.600 firme, indirizzate ai consorzi melicoli (Assomela, Melinda, La Trentina, VOG e VIP) e agli assessori provinciali all’Agricoltura e alla Salute.

Ma dietro l’appello, costruito sull’urgenza ambientale e sul linguaggio del rischio, si intravede un ecologismo istintivo, più guidato dalla paura che dalla conoscenza. Perché parlare di “25 trattamenti a stagione” senza distinguere tra principi attivi, dosaggi e finalità agronomiche significa confondere un sistema di difesa integrata con un abuso chimico indiscriminato. E finisce per ridurre una delle filiere agricole più tecnologiche e monitorate d’Europa a un facile bersaglio ideologico.

Mele e fitofarmaci: i numeri della contestazione

Secondo quanto riportato nel testo della petizione, in Trentino-Alto Adige si venderebbero ogni anno 4,6 milioni di chili di fitofarmaci, e per ottenere un raccolto sano di mele servirebbero “20-25 trattamenti con sostanze chimiche di sintesi”. I promotori puntano il dito contro quattro principi attivi ritenuti pericolosi: il captano, sospettato di essere cancerogeno e molto tossico per gli organismi acquatici; il ditianon, tossico se ingerito e con analoghe avvertenze di rischio; il fluazinam, che può causare irritazioni e malformazioni fetali; e il glifosato, il diserbante più discusso al mondo, accusato di contaminare acque e suoli.

La richiesta è chiara: vietarli completamente e orientare la produzione verso metodi “più sostenibili”, come il biologico.  

E i numeri dell’agricoltura

Ma fermarsi a questi numeri renderebbe il quadro imparziale. Secondo Faostat, per esempio, dal 1990 a oggi le tonnellate di sostanze fitosanitarie impiegate in Italia sono diminuite del 60%, scendendo a meno di 40mila tonnellate totali: appena 0,67 chili pro capite. Eppure, la percezione pubblica è rimasta ferma agli anni in cui la chimica agraria veniva usata senza regole.

Non solo. Oggi i disciplinari regionali e le revisioni europee impongono vincoli severissimi: ogni sostanza è autorizzata solo dopo valutazioni tossicologiche e ambientali che possono durare anni. I prodotti giudicati non più conformi vengono revocati automaticamente, senza bisogno di petizioni. È un processo continuo, che negli ultimi anni ha già eliminato decine di principi attivi, riducendo ulteriormente le opzioni a disposizione dei frutticoltori.

mele pesticidi

Oltre l’ideologia

Ciò che sembra sfuggire è poi un’altra questione: negli impianti di mele del Nord, 25 trattamenti all’anno non sono un abuso, ma spesso una necessità agronomica. Ogni intervento corrisponde a una fase specifica di rischio per la pianta: dagli afidi primaverili ai lepidotteri come la Carpocapsa, parassita chiave del melo, fino ai ricamatori, ai minatori fogliari e agli acari fitofagi.

Sul fronte delle malattie fungine, la più temuta resta la ticchiolatura, che può compromettere interi raccolti dopo poche piogge. A questa si aggiungono oidio , cancro del melo e alternariosi, agenti patogeni che si sviluppano da marzo a settembre e che, senza una difesa costante, renderebbero impossibile la produzione commerciale.

Il sistema di difesa integrata, adottato in modo capillare da tutti i consorzi trentini e altoatesini, serve proprio a contenere l’uso dei prodotti, non ad amplificarlo: ogni trattamento viene registrato, valutato, autorizzato e spesso sostituito da alternative biologiche o meccaniche. Ma restano indispensabili alcuni principi attivi di sintesi, soprattutto nei periodi critici o negli anni climaticamente difficili.

Un dibattito che merita più competenza

L’uso dei fitofarmaci in agricoltura resta un tema sensibile, e lo sarà sempre di più man mano che la società chiederà cibo pulito, acqua salubre e paesaggi intatti. Ma se la discussione resta ancorata a slogan e liste nere di prodotti “pericolosi”, senza distinguere tra dose, contesto e necessità biologica, si rischia di produrre più confusione che cambiamento.

La sfida, semmai, è trovare un linguaggio comune tra agricoltura e cittadinanza: meno moralismo, più conoscenza. Perché la mela perfetta, quella che arriva lucida e sana sugli scaffali, non è un frutto del caso e nemmeno, come qualcuno vorrebbe credere, il prodotto di un delitto ambientale.

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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