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Il comparto mondiale degli agrumi si trova ad affrontare una minaccia crescente: la diffusione di criteri di sicurezza alimentare imposti dai rivenditori che superano i limiti di legge. A denunciarlo è la World Citrus Organization (WCO), che rappresenta i produttori globali, nel documento “Criteri di sicurezza alimentare privati e il loro impatto sul settore agrumicolo”, presentato al Fruit Attraction di Madrid. Secondo la WCO, l’adozione di standard privati – spesso privi di fondamento scientifico – rischia di compromettere la sostenibilità economica del comparto, ridurre la fiducia nelle autorità competenti e, soprattutto, diminuire la disponibilità di frutta sui mercati internazionali. L’organizzazione parla apertamente di una “deriva normativa parallela” che, pur animata da intenti di sicurezza alimentare, finisce per gravare sui produttori senza apportare benefici reali ai consumatori.
Agrumi e controlli: nessuna regola valida per tutti
Se c’è un elemento che emerge con chiarezza da questa vicenda, è che nel commercio mondiale degli agrumi non esiste una regola valida per tutti. Ogni Paese, e spesso ogni catena commerciale, adotta criteri propri, creando un mosaico di normative e standard che si sovrappongono, si contraddicono e complicano il lavoro di chi produce.
In Italia, ad esempio, i controlli fitosanitari e le regole sui residui sono tra i più severi d’Europa; altrove, invece, la stessa attenzione non sempre è garantita. Il risultato è una filiera frammentata, dove la sicurezza alimentare rischia di essere interpretata più come una leva commerciale che come un principio condiviso.
E in questo scenario, la mancanza di regole comuni non è solo un problema burocratico: comporta anche conseguenze concrete sul piano sanitario. Quando gli standard di controllo non sono uniformi, aumentano le probabilità che malattie e organismi nocivi attraversino le frontiere. Il caso degli agrumi importati dal Sudafrica ne è un esempio: negli ultimi anni, diverse intercettazioni hanno segnalato la presenza di Phyllosticta citricarpa, agente della macchia nera (Citrus Black Spot), una delle malattie più temute dagli agrumicoltori europei.
Il punto, dunque, è chiaro: in assenza di un quadro normativo armonizzato, non solo si creano disparità di mercato, ma si aprono varchi che mettono a rischio la salute delle nostre colture e la tenuta dell’intero comparto.

Requisiti oltre la legge: un rischio per produttori e ambiente
Nel documento diffuso in tre lingue – inglese, spagnolo e francese – la WCO individua tre principali criticità: i divieti su principi attivi legalmente approvati, l’imposizione di limiti massimi di residui (LMR) più severi rispetto alle norme ufficiali e le limitazioni sul numero di residui rilevabili nei prodotti. Queste misure, spiega l’organizzazione, mettono in difficoltà la gestione fitosanitaria, rendono inefficace la lotta a parassiti e malattie, e favoriscono l’insorgenza di resistenze. Il risultato è un aumento dello spreco alimentare e delle perdite economiche per i produttori, oltre a una riduzione della resilienza delle colture di fronte ai cambiamenti climatici.
Boitshoko Ntshabele, della Citrus Growers Association del Sudafrica, avverte: “Mentre i coltivatori di agrumi rispettano le normative nazionali e internazionali per garantire frutta sicura e nutriente, i rivenditori stanno applicando sempre più norme private che vanno oltre i requisiti legali e potrebbero avere un impatto sul volume e sulla competitività del commercio”. E aggiunge: “Ciò potrebbe limitare l’efficacia del trattamento necessario per mitigare l’evoluzione di parassiti e malattie a seguito del cambiamento climatico”.
Appello al dialogo nella filiera
Dalla Spagna arriva un appello alla cooperazione. José Antonio Garcia Fernández, di Ailimpo – Asociación Interprofesional de Limón y Pomelo, invita i rivenditori a un confronto costruttivo con produttori e istituzioni: “È importante avviare un dialogo costruttivo all’interno della filiera per evitare una proliferazione di requisiti soggettivi che aggiungeranno confusione e costi inutili ai coltivatori”. E avverte: “In caso contrario, si potrebbe compromettere la qualità della frutta, aumentare lo spreco alimentare e, in ultima analisi, limitare la disponibilità di agrumi sugli scaffali dei supermercati”.
La WCO, dal canto suo, sottolinea come la sostenibilità del comparto non possa prescindere da regole condivise, basate su criteri scientifici e non su logiche commerciali. La coesistenza di norme pubbliche e standard privati, infatti, rischia di frammentare il mercato e di penalizzare soprattutto i piccoli produttori.
Un comparto strategico per l’agricoltura mondiale
Le cifre ricordate da Badr Bennis, presidente dell’Organizzazione mondiale e dirigente di Les Domaines Agricoles (Marocco), mostrano la portata globale del problema: “Tra le categorie ortofrutticole, gli agrumi rappresentano uno dei gruppi più grandi, con circa 135 milioni di tonnellate di agrumi prodotte annualmente su 10 milioni di ettari in tutto il mondo. Ogni anno vengono scambiate tra i 45 e i 50 milioni di tonnellate, per un valore di oltre 50 miliardi di dollari”.
Un comparto, dunque, vitale per l’economia agricola e per la salute dei consumatori, che – come sottolinea Bennis – “sta portando salute ai consumatori grazie alle proprietà genuine degli agrumi. I nostri coltivatori prendono sul serio questo ruolo e rispettano le pratiche agricole più responsabili e sostenibili per offrire ai consumatori di tutto il mondo agrumi di qualità e sicuri”.
Un messaggio chiaro, che dal palco di Madrid arriva ora a tutta la filiera: tutelare la sicurezza alimentare sì, ma senza dimenticare la scienza, la sostenibilità e la sopravvivenza delle aziende agricole.
Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com