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La presenza delle cicale in campo – e in particolare negli oliveti – è un fenomeno ben noto. Si tratta di parassiti che, per lungo tempo, sono stati considerati di scarsa importanza agronomica, sia per la loro diffusione stagionale, sia per i danni diretti, in genere trascurabili. Eppure, durante questa stagione qualcosa sembra essere cambiato. Diverse segnalazioni da parte di tecnici e produttori indicano un’anomala proliferazione dei Cicadidi in alcuni areali, accompagnata da un aumento delle punture di suzione e delle ovideposizioni. Non più solo sui giovani rametti – dove le lesioni possono provocare disseccamenti – ma anche su rami più lignificati e persino su porzioni di tronco. Se negli oliveti adulti il danno resta contenuto, nei nuovi impianti – spesso intensivi e con piante giovani – le lesioni da ovideposizione possono assumere un rilievo agronomico più significativo, sia per l’effetto diretto sulle piante, sia per il rischio indiretto di infezioni secondarie come la rogna dell’olivo.
Per capire meglio cosa sta succedendo abbiamo parlato con Mario Cardone, agronomo che da anni opera tra Puglia e Basilicata su alcune delle principali colture agrarie del territorio, olivo compreso. È stato proprio lui, infatti, negli scorsi giorni, a segnalare la presenza rilevante di cicaline in oliveti delle province di BAT e Foggia.
Cicale in oliveto: cosa sta succedendo in Puglia?
“Le cicale ci sono sempre state – spiega Mario Cardone – ma quest’anno la loro attività è più intensa del solito“. Il ciclo del fitofago è ben noto: le ninfe fuoriescono dal terreno verso fine giugno, mentre il picco di presenza degli adulti si registra tra metà luglio e i primi giorni di agosto. Le ovideposizioni, possono poi potrarsi fino a fine agosto, lasciando sulle piante microferite ben visibili, simili a piccole tacche longitudinali. “Sugli impianti adulti, queste ferite non comportano grandi problemi – continua Cardone – ma sulle piante giovani sì. I rametti colpiti possono seccare, e in impianti intensivi o superintensivi, con piante di un solo anno, la perdita di germogli può compromettere l’intero impianto”. A questo si aggiunge un aspetto fitopatologico non secondario: le lesioni da ovideposizione possono diventare una via d’ingresso per Pseudomonas syringae pv. savastanoi, il batterio responsabile della rogna dell’olivo. Anche le punture di nutrizione, pur non provocando danni diretti, possono facilitare l’infezione, oltre a causare la fuoriuscita di linfa che cristallizza sotto forma di gocce biancastre.
Un aspetto particolarmente interessante emerso dall’esperienza sul campo riguarda il ruolo delle pratiche agronomiche. L’agronomo ha infatti osservato che gli oliveti irrigui e inerbiti risultano – secondo le sue rilevazioni in campo – più frequentemente colpiti. “Le pratiche colturali fanno la differenza – sottolinea – e in particolare, dove c’è irrigazione, si riscontra una maggiore incidenza di lesioni». In questi contesti, la pianta tende a mantenere tessuti vegetali più teneri, che risultano più suscettibili alle ovideposizioni. Anche l’inerbimento permanente, promosso da misure come l’Ecoschema 2 della PAC, sembra contribuire a creare condizioni ambientali favorevoli al fitofago.

Esuvie di cicale in agro di Canosa (BAT) – Foto a cura dell’agronomo Mario Cardone
Come si può intervenire per limitare i danni?
Di fronte a una popolazione crescente del fitofago, intervenire in modo tempestivo è un aspetto che può fare la differenza. “In diverse aziende ho consigliato trattamenti a base di Acetamiprid, un principio attivo efficace contro i Cicadidi, che agisce sul sistema nervoso dell’insetto portandolo alla paralisi e quindi alla morte” spiega l’esperto. Tuttavia, oltre a contenere direttamente l’attività degli insetti, è fondamentale adottare misure capaci di prevenire l’insorgenza di infezioni secondarie, che possono svilupparsi a partire dalle ferite da suzione e ovideposizione.
Una strategia integrata prevede quindi l’uso di prodotti rameici o cicatrizzanti, particolarmente indicati quando le condizioni climatiche (come l’umidità o le piogge estive) favoriscono l’insediamento delle batteriosi. Prodotti come caolino o zeolite, già impiegati nel contenimento della mosca dell’olivo, possono contribuire alla cicatrizzazione delle ferite e ridurre la probabilità di infezioni secondarie
Uno stimolo alla riflessione
Il caso delle cicaline negli oliveti pugliesi dimostra che anche i fitofagi considerati “secondari” possono, in determinate condizioni, diventare protagonisti di una stagione. Ed è proprio la combinazione tra fattori ambientali e cambiamenti gestionali a fare la differenza. In un’agricoltura in continua evoluzione, la tempestività e la capacità di adattamento diventano strumenti agronomici fondamentali. Osservare con attenzione, anticipare le criticità e impostare fin da subito un monitoraggio efficace sono tutte azioni che, nel tempo, possono prevenire danni significativi e contenere i costi di gestione.
Donato Liberto
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