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Nel cuore della Riviera ligure, tra le colline e i profumi mediterranei del savonese, cresce un frutto che incarna tradizione, qualità e identità territoriale: l’albicocco Valleggia. Il nome stesso richiama le sue radici: Valleggia è infatti una frazione del comune di Quiliano, in provincia di Savona, dove si concentra ancora oggi la maggior parte della produzione di questa cultivar autoctona, conosciuta scientificamente come Prunus armeniaca cv. Valleggia. Difficile confonderla con altre varietà: la sua buccia è sottile, di un arancio delicato punteggiato da minuscole macchie color mattone. A renderla ancora più unica è l’aroma intenso e il sapore inconfondibile, capaci di racchiudere in un morso l’essenza di un territorio.
E proprio sulla qualità si gioca la differenza. Perché dietro ogni albicocca Valleggia si cela un processo produttivo rigoroso, definito da un disciplinare in linea con gli standard richiesti per l’ottenimento dell’Indicazione Geografica Protetta (IGP).
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Albicocco Valleggia: un impianto a misura di tradizione
Tutto comincia con la selezione del materiale di propagazione, che deve provenire da piante madri sane e autentiche, capaci di garantire la tipicità della varietà. I portainnesti più usati sono il franco, il pesco e il mirabolano, scelti in base alle caratteristiche del terreno. La progettazione del frutteto, poi, deve rispecchiare l’equilibrio tra tradizione e innovazione. Gli impianti, infatti, sempre a bassa densità – non più di 500 piante per ettaro – seguono schemi geometrici classici come il quadrato o il quinconce, che favoriscono una crescita armoniosa e facilitano le operazioni colturali. La gestione del suolo è altrettanto attenta: può essere lavorato integralmente o solo tra le file, lasciando i filari inerbiti per migliorare la ritenzione idrica e contenere l’erosione. Laddove necessario, si ricorre anche alla pacciamatura con teli per controllare le erbe infestanti.
Tecniche agronomiche e raccolta di qualità
Fondamentale anche l’apporto nutrizionale delle piante, studiato sulla base di analisi periodiche del terreno. La concimazione, organica o minerale, avviene nei momenti chiave dell’anno – in autunno e a fine inverno – mentre nei mesi caldi si può ricorrere alla fertirrigazione per un nutrimento più equilibrato e costante. Inoltre si sta assistendo ad una evoluzione delle pratiche irrigue: se da un lato alcune aziende mantengono ancora il tradizionale sistema a scorrimento, dall’altro cresce l’adozione dell’irrigazione a goccia, più efficiente e sostenibile. Le piante sono allevate prevalentemente con la forma a vaso, che segue il portamento naturale della specie e facilita le operazioni di potatura. Quest’ultima, eseguita con cura, può consistere nel raccorciamento o nel diradamento dei rami fruttiferi. Sempre più diffusa è anche la potatura al verde, che aiuta a prevenire le malattie e accelera la cicatrizzazione delle ferite.
La fase finale del ciclo produttivo richiede la stessa attenzione: la gestione dei frutti è manuale e scrupolosa. Nelle annate più abbondanti si effettua un diradamento per garantire una pezzatura ottimale e una qualità gustativa superiore. La raccolta, anch’essa esclusivamente manuale, avviene solo quando i frutti hanno raggiunto la piena maturazione, riconoscibile dalla scomparsa del verde sulla buccia e dalla comparsa delle classiche sfumature giallo-arancio e delle puntinature rosse. Tutto questo avviene in un lasso di tempo molto ristretto, tra metà giugno e metà luglio: un periodo strategico, ma anche competitivo, segnato dall’ingresso sul mercato di varietà provenienti dall’estero o dal sud Italia. È proprio questa stagionalità limitata a rendere l’albicocco Valleggia ancora più preziosa e ricercata, simbolo di un’agricoltura che privilegia la qualità rispetto alla quantità.

Un passato glorioso e un presente da ricostruire
La storia di questo frutto affonda le sue radici nell’Ottocento: già nel 1824, infatti, lo statista napoleonico Gilbert Chabrol de Volvic, nella sua Statistica del Dipartimento di Montenotte, elogiava la qualità superiore delle “piccole albicocche chiamate alessandrine” coltivate nel circondario di Savona. Secondo le testimonianze locali, i primi semi dell’albicocca Valleggia arrivarono per mare dall’Estremo Oriente, attecchendo in modo fortuito nei campi liguri e dando vita a una varietà dalle qualità organolettiche straordinarie. Il vero boom produttivo si registrò tra gli anni ’50 e ’60, quando la coltivazione della Valleggia si estendeva su centinaia di ettari, da Loano a Varazze. In quel periodo rappresentava il 70% della produzione frutticola savonese ed era persino esportata verso Germania e Svizzera, grazie a treni speciali carichi di frutta profumata in partenza dalla Riviera.
Ma con l’avvento degli anni ’70, la crisi prese forma: le esigenze dell’industria florovivaistica prima e lo sviluppo edilizio turistico poi, spinsero molti agricoltori all’espianto degli albicocchi, lasciando spazio a serre e palazzine. Una perdita progressiva che ha ridotto drasticamente la superficie coltivata, oggi limitata a poche aree – in particolare proprio a Quiliano- dove sopravvivono ancora esemplari secolari, veri monumenti viventi della tradizione agricola ligure.
Il ritorno dell’albicocco Valleggia: tutela e valorizzazione
Oggi, grazie all’impegno delle istituzioni locali – Comune di Quiliano, Regione Liguria, Camera di Commercio di Savona – e al sostegno di Slow Food, l’albicocca di Valleggia sta vivendo una timida ma promettente rinascita. È stato istituito un marchio di origine, gestito dalla Cooperativa Le Riunite e dalla Cooperativa Ortofrutticola di Valleggia, e sono stati avviati nuovi impianti, seppur ancora limitati rispetto alle potenzialità del territorio. La produzione resta contenuta ma di altissimo pregio, tanto che, per mantenere alta la qualità, ogni pianta può produrre al massimo 50 chili di frutti, con una resa massima di 200 quintali per ettaro. Una quantità contenuta, ma sufficiente a garantire quell’eccellenza organolettica che ha reso la Valleggia celebre ben oltre i confini della Liguria.
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Federica Del Vecchio
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