Cancro batterico delle drupacee, come prevenirlo

Associata a disseccamenti, necrosi corticali ed emissioni di gomma, questa infezione batterica può compromettere la produttività delle drupacee. Come si può diagnosticare e prevenire efficacemente?

da Donato Liberto
cancro batterico

Con l’arrivo della stagione estiva, i banchi dell’ortofrutta si caratterizzano per la presenza di pesche, albicocche e ciliegie: frutti rientranti nel raggruppamento delle drupacee, apprezzati per le loro caratteristiche organolettiche e nutrizionali. Se, da un lato, per il consumatore questi prodotti rappresentano freschezza e gusto, dall’altro, per i produttori sono il frutto di un lavoro complesso, che richiede pianificazione agronomica, gestione fitosanitaria e scelte imprenditoriali da prendere con criterio e lungimiranza. Tra le problematiche più complesse da individuare e gestire, vi è infatti la comparsa di fitopatie e, tra queste, il cancro batterico è una di quelle che per il comparto delle drupacee preoccupa in modo rilevante. Si tratta di un’infezione cronica ma altamente debilitante che si manifesta con disseccamenti, necrosi corticali e sintomi fogliari, compromettendo la produttività e la longevità degli impianti. La sua gestione richiede una conoscenza approfondita dei fattori che ne favoriscono l’insorgenza per poter poi apprendere le migliori strategie di contenimento in frutteto.

Gli agenti causali del cancro batterico: Pseudomonas syringae e le sue pathovar

La malattia è causata da diversi ceppi di Pseudomonas syringae, una specie batterica capace di adattarsi alle condizioni ambientali dei nostri areali e di sfruttare condizioni climatiche sfavorevoli – come piogge, ritorni di freddo o grandinate – per penetrare nei tessuti vegetali.

Il genere Pseudomonas è un raggruppamento tassonomico molto ampio e variegato, infatti al suo interno vengono raggruppate specie batteriche altamente dannose per le piante e specie che sono alla base di formulati biologici utilizzati per salvaguardarne la salute. Entrando più nel dettaglio, all’interno di questo genere è presente la specie Pseudomonas syringae che a sua volta si suddivide in ben 56 pathovar distinte sulla base della diffusione, all’importanza economica e ai danni causati alle colture. Tra queste, le pathovar maggiormente coinvolte nelle infezioni sulle drupacee sono P. syringae pv. syringae e P. syringae pv. morsprunorum.

Questi batteri dotati di flagelli per lo spostamento all’interno di film d’acqua, colonizzano le piante sia in forma epifitica sia endofitica. La loro patogenicità è legata alla produzione di fitotossine, enzimi degradativi e altri fattori di virulenza che consentono la penetrazione nei tessuti vegetali e l’instaurarsi di infezioni localizzate o sistemiche. La malattia non è generalmente letale nell’immediato, ma compromette gravemente la longevità e la produttività degli impianti, esercitando una pressione economica significativa sulle aziende frutticole.

Sintomi e ciclo della malattia

La sintomatologia indotta da P. syringae è piuttosto variegata e si manifesta su più organi della pianta, con espressioni diverse in base alla specie colpita e alle condizioni ambientali.

Nei tessuti legnosi, la penetrazione batterica avviene principalmente in primavera, in corrispondenza delle lesioni attorno al punto di schiusura delle gemme o a microferite provocate dal gelo e dai tagli di potatura. In questi punti si sviluppano necrosi corticali che evolvono in veri e propri cancri, accompagnati talvolta da emissioni di gomma. Quest’ultima, prodotta come risposta generica della pianta allo stress, assume una conformazione a “cirri” nell’albicocco infetto, rappresentando un segno distintivo dell’infezione batterica.

A livello fogliare si osserva comunemente la cosiddetta impallinatura: piccole macchie necrotiche ben delimitate, spesso circondate da un alone clorotico. Sul pesco, queste lesioni appaiono di colore nerastro, con contorni precisi; nel ciliegio tendono a espandersi provocando ingiallimenti diffusi.
I frutti, invece, vengono infettati meno frequentemente, anche se nel caso dell’albicocco non è raro che l’infezione riesca a raggiungere i frutti traducendosi in superfici scabre, con necrosi superficiali multiple che conferiscono un aspetto “a scabbia”.

Durante l’estate, le alte temperature tendono a ridurre la carica batterica, che tuttavia torna a crescere con l’arrivo dell’autunno. Il batterio si inserisce infine nelle gemme in formazione, chiudendo il ciclo e predisponendo l’infezione per l’annata successiva.

cancro batterico

Fattori predisponenti e condizioni ambientali favorevoli

Il decorso della malattia è fortemente influenzato dal clima e dallo stato fisiologico della pianta. In particolare, periodi umidi e miti tra la fine di marzo e la prima metà di aprile favoriscono l’instaurarsi dell’infezione. Le lesioni da gelo rappresentano vie ideali per l’ingresso del patogeno, soprattutto nei casi in cui si verifichino ritorni di freddo tardivi nella seconda metà di marzo, condizione tipica di molte aree frutticole italiane.
Anche le ferite da potatura, grandine o quelle provocate dall’attività dell’entomofauna costituiscono vie preferenziali per la penetrazione del patogeno. La suscettibilità delle piante è ulteriormente aggravata da fattori di stress, come ristagni idrici, squilibri nutrizionali o presenza di nematodi nel suolo, che possono facilitare la formazione di microlesioni radicali.

Strategie di gestione

La lotta al cancro batterico richiede un approccio integrato, fondato sulla prevenzione e sulla conoscenza del comportamento del patogeno. Gli interventi devono mirare a ridurre l’inoculo iniziale e a creare condizioni sfavorevoli allo sviluppo della malattia.

Una prima linea di difesa consiste nell’evitare l’impianto di giovani alberi in frutteti già colpiti, per non esporre le piante a fonti di inoculo persistenti. La gestione della flora spontanea, in particolare delle specie del genere Prunus, è utile per limitare i serbatoi epifitici del batterio. Ugualmente importante è l’adozione di tecniche agronomiche che evitino il ristagno idrico e mantengano un buona percentuale di drenaggio del terreno.

La protezione chimica si basa prevalentemente sull’impiego di sali di rame, le cui applicazioni dovrebbero essere effettuate in autunno, durante la caduta foglie, e in pre-fioritura, per proteggere i giovani tessuti.
Per quanto riguarda il suolo, è importante la gestione dei nematodi preferibilmente attraverso approcci biologici, come il sovescio di Brassicacee, ricche in glucosinolati, o l’uso di ammendanti organici in grado di stimolare la biodiversità microbica del suolo.

Conclusioni

Pur essendo una patologia spesso non letale, il cancro batterico delle drupacee rappresenta una sfida agronomica significativa, soprattutto in un contesto climatico in evoluzione e in impianti ad alta intensificazione. La sua gestione richiede un’attenta lettura del contesto ambientale, una diagnosi tempestiva e una serie di interventi sinergici, in grado di prevenire e contenere i sintomi della malattia. Solo attraverso l’integrazione di buone pratiche colturali, scelte varietali oculate e strategie fitosanitarie mirate è possibile garantire impianti sani e produttivi nel lungo periodo.

 

Donato Liberto
©fruitjournal.com

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