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Il governo italiano ha confermato il proprio fermo rifiuto alla proposta della Commissione Europea di introdurre un “Fondo Unico” nell’ambito del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione. Al centro dello scontro vi è l’idea di accorpare, in un solo strumento finanziario, le principali politiche di spesa dell’UE – tra cui la Politica Agricola Comune (PAC) – in nome della flessibilità e della semplificazione. Ma per l’Italia, e per buona parte dei Paesi dell’Europa centro-meridionale, si tratta di una prospettiva pericolosa: rischia infatti di ridurre la stabilità dei finanziamenti agricoli e di diluire la centralità politica dell’agricoltura nel progetto europeo.
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Il “no” italiano al Fondo Unico della PAC
In una nota ufficiale diffusa il 7 luglio 2025, il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida ha definito la proposta della Commissione “una follia burocratica”, ribadendo che l’Italia è contraria a qualsiasi ipotesi di bilancio agricolo integrato con altri comparti. Secondo Lollobrigida, un Fondo Unico comporterebbe una perdita di sovranità degli Stati membri sulle scelte agricole, lasciando Bruxelles libero arbitrio nella redistribuzione delle risorse tra settori come la coesione territoriale, le politiche industriali, o persino la difesa.
“L’agricoltura non è una voce da comprimere per far spazio ad altre priorità. È un pilastro storico dell’Unione e deve restare tale. Se smantelliamo la PAC, smantelliamo l’Europa dei territori”, ha dichiarato Lollobrigida durante una conferenza stampa a margine del Consiglio Agrifish.
La posizione italiana si fonda su un principio chiaro: la PAC non è solo una voce di bilancio, ma una politica strutturale fondativa dell’UE, nata con il Trattato di Roma del 1957 e ancora oggi responsabile di oltre un terzo del bilancio comunitario (circa 55 miliardi di euro l’anno, nel QFP 2021–2027).

Francesco Lollobrigida – Ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare
Cosa propone la Commissione Europea
Nel contesto della revisione del Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2028-2034, la Commissione propone un nuovo assetto fondato su un contenitore unico di spesa denominato “Fondo per la Resilienza e la Coesione Sociale”, al cui interno verrebbero assorbiti i finanziamenti PAC (primo e secondo pilastro), i fondi strutturali per la coesione e le politiche per l’occupazione e l’inclusione.
Obiettivo dichiarato: snellire la governance dei fondi, ridurre la frammentazione degli strumenti e consentire una riallocazione flessibile delle risorse in base alle emergenze e priorità annuali (energia, difesa, migrazioni, transizione verde). Ma per molti Stati membri ciò comporta un’eccessiva volatilità e un rischio di erosione delle garanzie finanziarie a lungo termine per gli agricoltori, storicamente abituati a contare su piani quinquennali e regole stabili.
Comprendiamo l’intenzione di semplificare, ma l’agricoltura ha bisogno di stabilità e continuità, non di flessibilità che diventa incertezza», ha affermato Paolo De Castro, eurodeputato del Gruppo S&D e membro della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo.
L’opposizione prende forma
Il fronte contrario alla proposta si è già manifestato chiaramente nel Consiglio Agrifish del 27 maggio 2025: ben 16 Stati membri su 27 si sono espressi contro l’inclusione della PAC nel Fondo Unico. Oltre all’Italia, hanno preso posizione Paesi come Grecia, Polonia, Ungheria, Slovenia, Romania, Francia e Spagna.
“La PAC non può diventare una variabile dipendente della politica di bilancio. Per molti Paesi è la principale leva di coesione sociale ed economica nei territori rurali”, ha sottolineato Artur Soboń, viceministro polacco dell’agricoltura.
Anche il Parlamento Europeo si è espresso in modo critico. Con una risoluzione approvata l’8 luglio 2025 dalla Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale (COMAGRI), gli eurodeputati hanno chiesto il mantenimento dei due pilastri distinti della PAC, la stabilità del budget e l’indicizzazione automatica delle risorse all’inflazione.
Le preoccupazioni delle associazioni agricole
Le principali organizzazioni del mondo agricolo europeo hanno preso posizione con fermezza. Copa-Cogeca, la confederazione che rappresenta gli agricoltori e le cooperative agricole europee, ha definito il Fondo Unico “una minaccia sistemica alla prevedibilità del reddito agricolo e alla programmazione degli investimenti”.
In Italia, Coldiretti ha parlato apertamente di “esproprio delle risorse agricole”, mentre CIA-Agricoltori Italiani ha lanciato una campagna con lo slogan “Non arriviamo al Fondo Unico”.
Non accetteremo che i soldi destinati alle campagne vengano dirottati verso le spese per la difesa o l’industria. Gli agricoltori sono già sotto pressione, ora servono certezze e non tagli», ha dichiarato Cristiano Fini, presidente nazionale della CIA.
Intanto, la PAC italiana prosegue
In parallelo al dibattito politico, la PAC 2023-2027 prosegue la sua attuazione secondo il Piano Strategico Nazionale (PSN) italiano. Il primo report annuale presentato alla Commissione il 9 aprile 2024 ha evidenziato una buona capacità di spesa, ma ha segnalato criticità sugli ecoschemi, in particolare sul basso tasso di adesione volontaria da parte degli agricoltori.
Per far fronte alle difficoltà, Bruxelles ha varato un secondo pacchetto di semplificazioni che prevede riduzione dei controlli, maggiore monitoraggio satellitare e uso dell’autocertificazione. “La semplificazione è un passo necessario, ma servono anche risorse certe e un quadro stabile per poter investire nella sostenibilità”, ha commentato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.
Nel frattempo, Agea ha prorogato la scadenza per la Domanda Unica 2025 al 15 luglio, su richiesta delle organizzazioni di categoria.
Cosa succede adesso
La data chiave sarà il 16 luglio 2025, quando la Commissione Europea presenterà ufficialmente la proposta legislativa per la PAC post-2027, insieme alla bozza del QFP 2028–2034. Da quel momento, si aprirà una lunga fase di negoziazione tra Commissione, Consiglio e Parlamento. Il rischio concreto è che le nuove priorità dell’Unione – difesa comune, transizione energetica, sicurezza – comprimano sempre più lo spazio politico e finanziario dell’agricoltura. Una deriva che molti osservatori, tra cui think tank come Farm Europe, definiscono “strutturale e potenzialmente irreversibile”.
Il rifiuto del Fondo Unico da parte dell’Italia non è una mera obiezione tecnica, ma un atto politico forte, che richiama l’Unione Europea alla coerenza con le proprie origini. La PAC è ancora oggi il collante tra le istituzioni e i territori, tra la sostenibilità economica delle imprese agricole e l’equilibrio sociale delle aree rurali. “Difendere la PAC significa difendere l’identità produttiva e culturale dell’Europa. Non possiamo sacrificare tutto sull’altare della flessibilità contabile” – ha concluso Herbert Dorfmann, eurodeputato del PPE.
La partita è aperta, ma il risultato finale inciderà in modo profondo sul modello agricolo europeo del prossimo decennio.
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Ilaria De Marinis
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