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Da molti anni l’albicocco in Italia interessa una superficie che si attesta intorno ai 20mila ettari, con una progressiva e leggera espansione rispetto ai primi anni 2000. Le principali regioni produttrici sono Emilia Romagna, Campania, Basilicata, Puglia e Sicilia. L’Italia è il primo Paese produttore in ambito europeo e il quinto a livello mondiale, con una produzione annua a pieno regime che supera le 200mila tonnellate; le esportazioni riguardano circa un 10% del totale prodotto annualmente, e i principali Paesi interessati al nostro export sono Germania, Austria e Repubblica Ceca. La produzione è orientata prevalentemente al mercato fresco, sebbene vi siano anche programmi dedicati alla trasformazione industriale, principalmente per la produzione di puree per succhi; quasi assente la produzione destinata a essiccati, in quanto non economicamente competitiva con i Paesi storicamente leader, Turchia in primis.
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L’albicocco alle prese con l’innovazione varietale
L’albicocco è una coltura caratterizzata da un’intensa innovazione varietale e da una notevole adattabilità alle diverse condizioni pedoclimatiche: le esigenze in freddo e caldo, primo prerequisito per una corretta carica produttiva, sono molto diversificate sia tra le varietà, che spesso provengono da diversi programmi di miglioramento genetico, che tra le regioni. Difatti, ciò che si coltiva facilmente nel Meridione non sempre si adatta ai climi settentrionali. Per questo, sebbene spesso non adeguatamente indirizzata, la scelta della varietà da impiantare deve considerare molteplici fattori.
Nei primi anni 2000, l’innovazione varietale ha imposto uno standard estetico caratterizzato da frutti di grande pezzatura, con epidermide giallo intenso-aranciato, possibilmente con presenza di sovracolorazione rossa estesa. Qualche anno dopo, però, la comparsa delle albicocche rosse, quindi totalmente sovracolorate, ha generato un forte interesse commerciale, non sempre soddisfatto a causa dello standard qualitativo spesso inadeguato. In compenso, l’introduzione di nuove varietà ha permesso di ampliare la campagna di commercializzazione: se prima del 2000 la stagione di raccolta andava da inizio maggio fino a tutto giugno o ai primissimi giorni di luglio con la vecchia Portici, oggi è possibile proseguire fino a tutto agosto, spostando le produzioni dalla collina alla pianura. A renderlo possibile varietà autofertili, con fioritura tardiva, e produzioni in genere elevate (quasi ai livelli del pesco in alcuni casi).
Il rinnovato paniere varietale, un calendario di maturazione molto prolungato, situazioni pedoclimatiche diverse e l’introduzione di nuovi patogeni nei nostri territori rendono oggi necessaria l’adozione di mezzi tecnici e di difesa molto specifici e aggiornati, al fine di proporre al consumatore un prodotto di qualità, sia dal punto di vista delle proprietà organolettiche che in termini di impatto ambientale. Il tutto senza perdere lo sguardo sul ritorno economico dell’imprenditore agricolo, primo tassello per il mantenimento del tessuto produttivo locale e nazionale.
Difesa albicocco: quali mezzi utilizzare?
Quando si parla di difesa in frutticoltura, è evidente come negli ultimi 20 anni si sia assistito a un cambiamento epocale, tutt’ora in atto, che potrebbe riassumersi nei seguenti punti:
- limitazione del numero dei prodotti disponibili;
- limiti applicativi in etichetta (riduzione dosaggi, aumento dei tempi di carenza);
- aumento della pressione da parte degli insetti (cimici, mosche, miridi, afidi, cocciniglie, ecc.);
- maggiore incidenza di malattie fungine e batteriosi (maculatura, monilia, valsa, ecc.);
- richieste pressanti da parte della GDO (numero residui);
- richieste dei disciplinari pubblici e privati.
Questi fattori rendono sempre più difficile garantire una produzione economicamente sostenibile, sia in campo che nelle fasi di confezionamento e commercializzazione. I margini si sono molto ridotti, e ciascun errore, seppur piccolo, tende a mettere in difficoltà economica le aziende. Per rimanere sul mercato e produrre in maniera adeguata, bisogna in primo luogo mettere in atto una strategia di coltivazione che integri diversi mezzi tecnici e di difesa, in grado di intercettare e risolvere tutte le problematiche appena citate. Dal punto di vista della difesa, l’albicocco, come altre colture frutticole, beneficia di alcuni mezzi tecnici che possono integrare la difesa chimica in senso stretto: modelli previsionali, reti multifunzionali (antipioggia, antinsetto), confusione sessuale, utilizzo di insetti antagonisti, miglioramento genetico e formazione tecnica sono alcuni mezzi che possono integrare la difesa attiva effettuata sulla chioma.
Rispetto alle specifiche problematiche, la presente nota fa riferimento all’areale emiliano-romagnolo, caratterizzato da produzioni che si dislocano sia in collina che in terreni di pianura, per cui in condizioni climatiche più fredde e in genere umide.
L’albicocco e le patologie fungine
Per le patologie fungine, monilia (sui fiori), oidio e corineo rappresentano patogeni chiave, che richiedono attento monitoraggio e controllo soprattutto nelle prime fasi di sviluppo della vegetazione, e anche durante la fase di caduta foglie. Per oidio (Podosphera tridactyla), negli impianti solitamente colpiti, si consiglia di intervenire in scamiciatura e proseguire la difesa fino alla fase di indurimento nocciolo. I prodotti consigliati sono triazoli in genere, fluxapyroxad e lo zolfo; alcuni di questi sono anche efficaci contro il nerume.
Per il corineo le fasi chiave sono quelle di caduta foglie e ingrossamento gemme, durante le quali si possono applicare prodotti a base di captano, solfato di rame, dodina e ziram. Gli interventi effettuati a caduta foglie con solfato di rame sono anche attivi contro batteriosi e cancri rameali. 
Molto importante, ai fini produttivi, il controllo dei danni da monilia nella fase di fioritura. Questo patogeno può portare a perdite di produzioni anche ingenti in concomitanza di fioriture umide e piovose come spesso possono manifestarsi. In genere vengono utilizzati e consigliati prodotti a base di triazoli, ciprodinil+fludioxonil e fenpyrazamine, da alternarsi in pre e post fioritura, al fine di non interferire con la preziosa attività degli insetti pronubi. In annate e zone particolari, con decorsi climatici umidi e nebbiosi, si consiglia qualche intervento anche fino a scamiciatura, fase anch’essa molto sensibile all’entrata del patogeno. In genere al momento sono pochi i marciumi causati da monilia sui frutti.
Ultimamente, in specifiche situazioni, anche il patogeno Apiognomonia erythrostoma, agente causante la maculatura rossa, sta destando preoccupazioni, in modo particolare nella fase di scamiciatura-inizio ingrossamento frutti, come dimostrato da prove specifiche, in quanto – in concomitanza con eventi piovosi – si verifica il rilascio delle ascospore. Ottima efficacia del fenbuconazolo usato sia preventivamente alla pioggia infettante (anche 7- 8 giorni prima) che curativamente 3-4 giorni dopo, mentre si possono utilizzare con successo altri triazoli, fluopiram, fluxapyroxad, e ciflufenamid. Rispetto al nerume delle drupacee (Cladosporium carpophilum), che può causare danni diretti sui frutti, si consiglia di intervenire dalla scamiciatura fino alla fase di frutto noce, con i seguenti prodotti: pyraclostrobin, zolfo e rame.

L’albicocco e le sue fitopatie
Tra le fitopatie che interessano l’albicocco, particolarmente rilevante risulta la batteriosi da Pseudomonas syringae pv. syringae, che determina ingenti perdite di produzione per danno sia diretto sui frutti, che indiretto per perdita di strutture produttive (rami e parti di pianta); nei frutteti infetti e sulle varietà sensibili si consiglia di intervenire a un intervallo di 10-15 giorni, dalla fase di scamiciatura fino alla raccolta; i principi attivi efficaci sono a base di solfato di rame, rispettando i massimali annuali per ettaro.

Su patogeni quali sharka e fitoplasmosi la difesa attiva non ha nessuna efficacia, mentre la prevenzione è un aspetto chiave. Per questo fornirsi di materiale sano e certificato rappresenta il primo passo per la messa in opera di un frutteto economicamente sostenibile. Nel caso di sharka, si ricorda che per quanto riguarda l’albicocco esistono varietà resistenti, opportunamente selezionate da vari progetti di breeding, per cui sussiste la possibilità di ottenere buoni risultati.
Gli insetti a cui prestare attenzione
Rispetto agli insetti, la cimice asiatica rappresenta una minaccia per tutta la frutticoltura nazionale, quindi anche per l’albicocco; il patogeno oramai è ben conosciuto nel suo ciclo, che comprende due generazioni all’anno, parzialmente sovrapposte e con la contemporanea presenza (in estate) dei diversi stadi di sviluppo. Il danno è causato dall’azione trofica, attraverso l’apparato boccale pungente-succhiatore, che inietta saliva e – nel caso delle drupacee – determina la presenza di aree infossate e decolorate (diverso il danno su pomacee, dove si formano deformazioni e suberificazioni di buccia e polpa), con conseguente perdita di prodotto commercializzabile. Attualmente, in varie regioni si sta tentando di promuovere la lotta biologica attraverso lanci di insetti che siano nemici naturali, in grado di parassitizzare le uova. I generi Trissolcus, Telenomus e Anastatus sono quelli oggi utilizzati nei lanci, ripetuti già da qualche anno; in Emilia-Romagna è apprezzabile l’effetto di colonizzazione di questi nemici naturali. Ovvio che, per avere un effetto di controllo sensibile e inserire questi insetti utili in maniera stabile nei nostri ecosistemi, siano necessari più anni. Per quel che concerne la difesa chimica, che rimane comunque difficoltosa, è poi importante conoscere lo sviluppo delle diverse popolazioni di cimice nei diversi ambiti territoriali: in Emilia-Romagna è pubblicamente accessibile una piattaforma digitale che si alimenta da un network di trappole diffuse sul territorio e monitorate settimanalmente (https://big.csr.unibo.it/projects/cimice/monitoring.php), in grado di fornire una visione di comprensorio della dinamica di popolazione per la cimice asiatica. Più nel dettaglio, la piattaforma consente di visualizzare la situazione per adulti e neanidi, fornendo quindi un dato valido per un più corretto posizionamento dei pochi principi attivi efficaci a disposizione. In ogni caso, il miglior metodo di prevenzione dai danni è rappresentato dalla copertura del frutteto con reti antinsetto (monoblocco o monofila), sebbene in questi anni si stanno diffondendo anche strumenti di controllo basati sulla cattura massale attraverso trappole che rilasciano feromoni di aggregazione. La gestione di queste strutture per la cattura massale non è semplice, ma appare un valido strumento per intercettare la cimice nelle fasi che precedono e seguono lo svernamento quando tendono a entrare nel frutteto.
Un altro insetto che desta preoccupazione in questi anni è la cecidomia dell’albicocco (Contarinia pruniflorum), che arreca danni direttamente alle gemme a fiore poco prima della loro schiusura, con ingenti perdite produttive. Ad oggi sono pochi i principi attivi riconosciuti efficaci, tra cui acetamiprid, che deve essere impiegato in pre-fioritura. Fondamentale per il controllo di questo insetto risulta il corretto impiego di trappole cromotropiche che permettono di evidenziarne la presenza in termini quantitativi e temporali rispetto al volo degli adulti che vanno sulle gemme per ovideporre. Sebbene spesso consigliato, l’impiego di nematodi entomopatogeni non sortisce in genere un controllo efficace.
Un’altra minaccia per l’albicocco è rappresentata dalla Forficula.
Essendo lucifugo, di abitudini notturne, questo insetto è di controllo molto difficile: di giorno, infatti, ripara in rifugi difficilmente raggiungibili dai trattamenti, che devono quindi essere effettuati a notte inoltrata per essere efficaci. La forficula vive principalmente nel terreno e in genere si sposta sulle piante dal mese di aprile, a seconda di parametri quali temperatura, pioggia e presenza di cibo. Si rende quindi necessario il monitoraggio che va effettuato con trappole di vario genere (spezzoni di canna, cartone ondulato) posizionate a fine aprile. Al fine di impedire la risalita sulle piante, spesso viene inoltre consigliata l’applicazione di colla sul fusto delle piante. A riguardo, alcune esperienze suggeriscono la lavorazione invernale del terreno, che però risulta efficace a contenere la popolazione di forficule solo se effettuata anche nell’interfilare. Sussistono comunque dei forti rischi di ricolonizzazione e l’effetto si conferma scarso se i terreni adiacenti non sono lavorati. Dal lato della difesa attiva alla chioma, fermo restando la necessità di trattare di notte, buoni risultati si sono ottenuti con prodotti a base di Indoxacarb, Thiacloprid, e Spinosad.
Ovviamente ancora attuale il controllo di Cydia (Cydia molesta) e Anarsia (Anarsia lineatella), che si perpetra in primis attraverso la strategia della confusione sessuale. Si rimarca la necessità di posizionare precocemente le trappole per il monitoraggio (entro l’ultima decade di aprile), e nel caso di difesa attiva, di trattare al superamento della soglia di 7 catture per trappola per settimana.
Il capnode tende a dare problemi in genere solo in ambienti collinari, soprattutto nei terreni privi di irrigazione; non esistono attualmente principi attivi in grado di scalfire la dura corazza degli adulti, per cui ad oggi il rimedio più efficace rimane quello di innestare l’albicocco su intermedio di pesco, sfruttando la capacità del GF677 di rigenerare radici nonostante il danno diretto perpetrato dalle larve.
In conclusione, l’ampia offerta varietale ha aperto nuove prospettive per la coltivazione dell’albicocco, contribuendo a migliorare sia la qualità del prodotto che la sua commerciabilità. Tuttavia, questa evoluzione ha richiesto agli agricoltori un cambio di passo nella gestione del frutteto, con una maggiore attenzione alla nutrizione, all’irrigazione e soprattutto alla difesa fitosanitaria. Il cambiamento climatico e la riduzione dei principi attivi disponibili hanno reso ancora più complesso il controllo di patogeni e insetti dannosi, ma affrontare queste sfide è oggi essenziale. Gli strumenti non mancano, ma solo un approccio strategico, basato su monitoraggi accurati, modelli previsionali avanzati e soluzioni tecnologiche innovative, potrà garantire produzioni sostenibili, preservando al contempo la qualità e la redditività del settore.
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A cura di: Stefano Foschi, Ri.Nova, Cesena (FC)
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