La pesca Bella di Borgo d’Ale, una varietà ritrovata 

Raccolta tra fine luglio e inizio agosto, la cultivar piemontese a polpa bianca si distingue per l’aroma intenso, la polpa succosa e il facile distacco dal nocciolo. 

da Federica Del Vecchio
la pesca

Aromatica, delicata e strettamente legata al territorio d’origine, la pesca Bella di Borgo d’Ale, conosciuta più semplicemente come “Bella”, è un’antica varietà piemontese a polpa bianca che ha segnato una delle stagioni più importanti della coltivazione del pesco nel Vercellese. Per decenni ha, infatti, rappresentato una risorsa significativa per l’economia agricola locale, prima di essere progressivamente sostituita da cultivar più produttive, resistenti alle manipolazioni e rispondenti alle nuove esigenze commerciali. A interrompere questo declino è stato il progetto di recupero avviato nel 2016, grazie al quale il materiale vegetale sopravvissuto è stato salvaguardato e la varietà ha potuto fare ritorno nei frutteti del territorio.

Oggi la Bella di Borgo d’Ale non rappresenta soltanto una produzione stagionale, disponibile per poche settimane tra luglio e agosto, ma anche una preziosa testimonianza del patrimonio varietale e della storia agricola del Piemonte nord-orientale.

Una pesca bianca molto aromatica

La pesca Bella di Borgo d’Ale produce frutti tondeggianti, generalmente di pezzatura medio-grande. La buccia presenta un colore di fondo verde chiaro o biancastro, sul quale compare un sovracolore rosso-rosato. La polpa è bianca, attraversata da venature rossastre soprattutto in prossimità del nocciolo. Quest’ultimo si separa facilmente dalla polpa, caratteristica che rende il frutto particolarmente gradevole al consumo fresco e adatto anche alle preparazioni gastronomiche.

L’elemento più distintivo è però il profilo aromatico. La pesca sprigiona profumi intensi già al naso, confermati all’assaggio da una polpa succosa e fragrante. Caratteristiche che ne definiscono l’identità, ma che si accompagnano a una certa delicatezza durante la raccolta, la manipolazione e la conservazione.

la pesca bella

Dalla crescita dei pescheti al cambiamento del mercato

La coltivazione del pesco nell’area comincia intorno al 1920. La crescita fu rapida: nel 1930 i pescheti occupavano già 115 ettari e l’aumento delle produzioni spinse il Regio Podestà a richiedere l’istituzione di un mercato stagionale per la compravendita di frutta e verdura. Inaugurato nel maggio del 1932, il mercato di Borgo d’Ale divenne presto un punto di riferimento per produttori e commercianti, contribuendo a trasformare la coltivazione del pesco in una delle principali fonti di lavoro e reddito per le famiglie del territorio. Nel 1937 la superficie superava ormai i 380 ettari e il legame tra il paese e questa coltura si rafforzò ulteriormente con l’introduzione della Bella di Borgo d’Ale e la nascita della sagra del pesco. La produzione continuò a crescere anche nei decenni successivi, passando dai circa 40 mila quintali del 1950 ai 100 mila quintali raggiunti a metà degli anni Settanta, dei quali all’incirca il 10% era rappresentato dalla Bella.

Proprio in quegli anni, tuttavia, il mercato ortofrutticolo iniziò a cambiare, orientandosi verso varietà in grado di offrire frutti più grandi, uniformi e intensamente colorati, oltre a una produttività più costante, una maggiore conservabilità e una migliore resistenza alle manipolazioni durante selezione, confezionamento e trasporto. a ciò si aggiunse un limite agronomico: la ridotta autofertilità. L’allegagione era infatti favorita dalla presenza nei frutteti di altre varietà di pesche bianche con funzione impollinatrice, il cui progressivo abbandono determinò un calo della produttività e rese la coltivazione della Bella sempre meno sostenibile. La superficie investita diminuì così gradualmente fino alla prima metà degli anni Novanta, quando la produzione commerciale venne sostanzialmente abbandonata. Nei campi rimasero soltanto poche piante, ultime custodi di un patrimonio varietale e culturale ormai a rischio di scomparsa.

Il recupero della Bella di Borgo d’Ale

Fu proprio dalle poche piante rimaste nei campi che, nel 2016, prese avvio il progetto di recupero della Bella di Borgo d’Ale. Il materiale di propagazione venne prelevato dagli ultimi 20-30 esemplari ancora esistenti e utilizzato per ottenere nuovi astoni attraverso l’innesto. Dopo una prima messa a dimora di 55 giovani alberi, il progetto proseguì con altri 500 astoni, consentendo di ricostituire una popolazione della varietà e di riportarla nel suo territorio d’origine. Le piante furono allevate secondo il tradizionale sistema a vaso basso, una forma capace di favorire l’illuminazione e l’arieggiamento della chioma e di permettere lo svolgimento da terra delle principali operazioni colturali, dalla potatura al diradamento, fino alla raccolta. Quest’ultima si concentra tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, in una finestra produttiva breve che, insieme alla delicatezza dei frutti, limita la disponibilità del prodotto fresco.

Per prolungarne il consumo durante l’anno, una parte del raccolto viene quindi destinata alla trasformazione in composte, confetture e succhi. Il ritorno della Bella nei frutteti dimostra così come una varietà storica possa trovare un nuovo spazio valorizzando non tanto i caratteri richiesti dalle produzioni standardizzate, quanto il profilo aromatico, il legame con il territorio e la storia agricola di cui è espressione.

 

Federica Del Vecchio
© fruitjournal.com

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