In un’agricoltura esposta a scambi internazionali sempre più rapidi, nuove varietà, pressioni climatiche e organismi nocivi capaci di attraversare continenti, la pianta che entra in campo diventa il primo presidio di sicurezza di un intero territorio produttivo. La questione è tecnica, ma anche economica. Una pianta non controllata può introdurre patogeni difficili da contenere, compromettere la riuscita dell’impianto, ridurre la produttività e, nei casi più gravi, mettere a rischio areali ad alta vocazione agricola. Per questo la certificazione sanitaria assume oggi un valore strategico: tutela gli investimenti delle aziende, rafforza la tracciabilità varietale e contribuisce a ridurre il rischio di diffusione di malattie e organismi da quarantena. Ne abbiamo parlato con Luca Fortunato, alla guida di Vivai Fortunato, per approfondire il ruolo del vivaismo certificato nella difesa fitosanitaria dei territori e le sfide che attendono il comparto nei prossimi anni.
Perché la certificazione sanitaria del materiale di propagazione è diventata un fattore strategico per la tutela fitosanitaria dei territori?
Quali rischi concreti si corrono quando si utilizzano piante non controllate?
La certificazione sanitaria è da sempre uno strumento di salvaguardia per i territori di produzione, ma oggi il suo valore è diventato ancora più evidente. Il materiale di propagazione deve essere controllato, monitorato e proposto con standard sempre più elevati, perché da quella scelta iniziale dipende una parte importante della sicurezza dell’impianto e dell’investimento agricolo. Il rischio concreto, quando si utilizzano materiali non controllati, è quello di introdurre patogeni capaci di compromettere non solo la singola azienda, ma intere zone produttive. In alcuni casi si può arrivare a vere e proprie desertificazioni economiche: areali ad alta vocazione agricola che, a causa della diffusione di organismi nocivi, perdono la possibilità di produrre in modo sostenibile e competitivo.
Negli ultimi anni sono aumentati i casi di patogeni “viaggiatori”.
In che modo un sistema di certificazione moderno può contribuire a prevenire l’introduzione e la diffusione di nuove malattie o organismi da quarantena?
Negli ultimi anni, anche per effetto della globalizzazione, i casi di patogeni “viaggiatori” sono aumentati. Xylella è l’esempio più evidente: un organismo nocivo arrivato nei nostri territori e capace di trovare condizioni favorevoli alla diffusione, con conseguenze enormi sul piano agricolo, paesaggistico ed economico. A questo si aggiunge un altro aspetto: l’introduzione di nuove varietà provenienti da breeder internazionali. La pressione commerciale, in alcuni casi, può spingere a immettere rapidamente sul mercato materiali che non hanno seguito tutti i controlli necessari. È proprio qui che un sistema di certificazione moderno deve intervenire, creando fonti primarie di base sicure e protocolli rigorosi. Il vivaista deve poter disporre di materiale di partenza controllato, da cui costituire campi di piante madri isolati e gestiti secondo criteri precisi. Solo da questi campi si dovrebbero prelevare gemme, marze, semi o talee per produrre piante esenti dai principali patogeni delle diverse specie. Senza questo passaggio, il rischio di moltiplicare il problema insieme alla pianta è altissimo.

Guardando alle aziende agricole, quanto incide davvero la qualità sanitaria del vivaio sul successo delle produzioni?
Ci sono esempi o dati che dimostrano il legame tra piante certificate, uniformità produttiva e riduzione dei costi di gestione?
Le aziende agricole devono pretendere qualità, soprattutto qualità sanitaria. Troppo spesso, invece, la scelta del materiale vivaistico viene guidata prima dal prezzo che dalla garanzia offerta. È un errore di prospettiva: il costo iniziale di una pianta incide, ma l’insuccesso di un frutteto o di un impianto produttivo pesa molto di più nel medio periodo. Sul territorio ci sono numerosi esempi di impianti mal riusciti a causa della scarsa qualità sanitaria del materiale di propagazione. Piante non uniformi, sviluppo disomogeneo, cali produttivi, maggiore necessità di interventi e, nei casi peggiori, estirpazioni anticipate: sono tutte conseguenze che possono derivare da una scelta sbagliata all’origine. Va però chiarito un punto. La certezza della sanità del materiale di propagazione non equivale, da sola, alla garanzia assoluta di riuscita dell’impianto. Una pianta sana è la base, ma poi servono corrette pratiche agronomiche, gestione adeguata del suolo, irrigazione, nutrizione, difesa e competenza tecnica. La certificazione riduce un rischio fondamentale, ma non sostituisce la buona agronomia.
Il settore vivaistico italiano è pronto alle nuove sfide sanitarie?
Quali sono i punti di forza del sistema di certificazione attuale e quali, invece, le criticità da colmare per renderlo più efficace?
Il sistema vivaistico italiano è all’avanguardia nelle sfide fitosanitarie. La certificazione ha avuto un ruolo importante nel far crescere l’attenzione verso i patogeni nocivi delle diverse specie e nel costruire un metodo di lavoro più rigoroso. Oggi, anche grazie al coordinamento di CI.VI. Italia, organismo associativo dei vivaisti produttori, si è arrivati a certificazioni di livello elevato nel panorama europeo. Il sistema QUVI, Qualità Vivaistica Italia, colloca il vivaismo italiano tra i più sicuri in Europa, con standard paragonabili ai modelli francese e olandese. Le criticità, però, non mancano. La prima è la scarsa informazione: molti produttori non conoscono fino in fondo il valore della certificazione e non sempre sono messi nelle condizioni di distinguere tra materiale controllato e materiale di provenienza incerta. La seconda è una certa diffidenza verso il settore vivaistico, che invece è molto dinamico e rappresenta un anello strategico della filiera. Serve una maggiore interazione tra associazioni di produttori, istituti di ricerca pubblici e privati e vivaisti. Solo un dialogo stabile tra questi soggetti può rafforzare il sistema e tutelare davvero i territori in cui si produce.
Tra cambiamento climatico, aumento degli scambi e richiesta di varietà sempre più performanti, cosa cambierà nel futuro della certificazione?
Quali strumenti, controlli o tecnologie diventeranno imprescindibili nei prossimi anni?
Il futuro è ancora tutto da scrivere, perché il mondo vivaistico cambia rapidamente. Il rapporto tra produzione e distribuzione dovrebbe diventare più diretto e più consapevole. La scelta varietale, per esempio, non dovrebbe essere lasciata solo al vivaista: le proposte dovrebbero nascere da un tavolo comune che metta insieme ricerca, vivaismo, produzione e distribuzione, tenendo conto anche dell’accoglimento del consumatore. Ognuno deve fare la propria parte, valutando fattori diversi: cambiamento climatico, evoluzione dei mercati, trasformazioni sociali e difficoltà sempre più frequenti nel reperire manodopera agricola. Una varietà performante non può essere giudicata solo per la produttività o per l’aspetto commerciale; deve essere valutata dentro un sistema produttivo reale, con i suoi vincoli tecnici, ambientali ed economici. In parallelo, servirà un controllo molto più attento sugli spostamenti del materiale di propagazione. Il passaggio di marze tra agricoltori, ancora oggi diffuso, è uno dei principali canali di trasferimento di patogeni da un fondo all’altro. Avviene spesso senza alcun controllo preliminare e può favorire anche fenomeni di contraffazione varietale. Sono pratiche che vanno denunciate e fermate nell’interesse dell’intero comparto. La certificazione del futuro dovrà essere più tracciabile, più integrata e più riconosciuta dagli operatori. Non basterà produrre piante: bisognerà garantire identità, sanità e responsabilità lungo tutta la filiera vivaistica.
Ilaria De Marinis
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