Biostimolanti alleati per una nuova agricoltura sostenibile

In un’agricoltura sempre più esposta a stress ambientali e vincoli di natura economica, normativa e ambientale, i biostimolanti sono strumenti chiave per migliorare l’efficienza delle piante

da Federica Del Vecchio
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Per decenni l’intensificazione agricola si è basata sull’uso di fertilizzanti minerali e prodotti fitosanitari per garantire elevati livelli di produttività. Questo modello ha aumentato le rese, ma ha evidenziato limiti strutturali legati alla dipendenza dagli input esterni, all’impatto ambientale e alla scarsa resilienza dei sistemi colturali. Oggi, produrre di più con meno risorse richiede una revisione delle strategie di supporto alla crescita delle piante. I fertilizzanti forniscono elementi essenziali allo sviluppo, ma non incidono sulla capacità della pianta di affrontare lo stress. In condizioni di siccità o di temperature elevate, la riduzione dell’attività fotosintetica e le alterazioni del metabolismo compromettono l’assorbimento dei nutrienti, riducendo l’efficacia delle concimazioni. In tali condizioni, aumentare le dosi non migliora le prestazioni della coltura se i processi fisiologici risultano rallentati o bloccati.

Limiti della protezione chimica e sostenibilità

Un limite analogo riguarda i prodotti fitosanitari, efficaci nel controllo di patogeni e parassiti, ma incapaci di rafforzare la tolleranza intrinseca della pianta agli stress ambientali. Durante stress prolungati, una quota rilevante delle risorse energetiche è destinata alla sopravvivenza, riducendo l’efficacia delle difese e aumentando la vulnerabilità della coltura. Un approccio basato esclusivamente sulla protezione chimica rischia quindi di agire sugli effetti senza intervenire sulle cause fisiologiche della perdita di produttività (Mithöfer e Furch, 2024). A questi limiti funzionali si aggiunge anche una questione di sostenibilità. L’intensificazione degli input ha contribuito al degrado dei suoli, alla contaminazione delle acque e alla riduzione della biodiversità microbica. Parallelamente, le politiche agricole europee e internazionali promuovono una riduzione significativa dell’uso di fertilizzanti e prodotti fitosanitari, evidenziando che la sola ottimizzazione delle dosi non è più sufficiente (De Corato et al., 2024).

In questo quadro si colloca il crescente interesse per i biostimolanti. Questi prodotti non agiscono come fertilizzanti né come fitofarmaci, ma mirano a sostenere e modulare i processi fisiologici delle piante, migliorandone l’efficienza e la resilienza. Il loro valore non risiede nell’incremento rapido delle rese, ma nella capacità di sostenere la pianta nelle fasi critiche del ciclo colturale, favorendo una gestione più efficiente delle risorse e un equilibrio metabolico più stabile in condizioni subottimali (du Jardin et al., 2025). Comprendere che cosa siano i biostimolanti e come agiscano significa interrogarsi su un modello agricolo capace non solo di produrre, ma anche di adattarsi e durare nel tempo.

Dal contenuto alla funzione: un cambio di prospettiva necessario

Per molto tempo il dibattito sui biostimolanti si è concentrato quasi esclusivamente sulla loro composizione. Estratti di alghe, sostanze umiche, amminoacidi, microrganismi benefici e idrolizzati proteici venivano elencati come elementi distintivi, nella convinzione che fosse l’ingrediente a spiegare l’efficacia del prodotto. Questo approccio, sebbene utile a descrivere le formulazioni, ha mostrato limiti evidenti, perché non consente di chiarire in modo convincente perché e in quali condizioni i biostimolanti funzionino davvero.

Oggi è sempre più chiaro che i biostimolanti non possono essere compresi né valutati sulla base di tale approccio. A differenza dei fertilizzanti, non agiscono fornendo nutrienti e, a differenza dei fitofarmaci, non hanno come obiettivo diretto il controllo di organismi dannosi. Il loro ruolo consiste piuttosto nel modulare i processi fisiologici della pianta e nel sostenerne il funzionamento sia in condizioni ordinarie, sia – soprattutto – in condizioni di stress (Carillo, 2025). Questo spostamento di attenzione segna una netta discontinuità rispetto al passato. Il valore di un biostimolante non si misura più dal prodotto in sé, ma dagli effetti che si osservano nella pianta dopo l’applicazione, come una maggiore efficienza d’uso dell’acqua, il mantenimento dell’attività fotosintetica durante periodi di caldo intenso o il rafforzamento dell’apparato radicale. Questa visione funzionale è ormai condivisa anche a livello regolatorio. Il Regolamento (UE) 2019/1009 chiarisce che i biostimolanti agiscono indipendentemente dal loro contenuto di nutrienti e che il loro valore risiede nella capacità di migliorare l’efficienza d’uso dei nutrienti, la tolleranza agli stress abiotici, la qualità delle colture o la disponibilità degli elementi nel suolo e nella rizosfera. In questo quadro, diventano centrali gli effetti biologici misurabili e agronomicamente rilevanti.

Anche dal punto di vista scientifico, questo approccio non è più adeguato. Formulazioni diverse possono indurre risposte fisiologiche simili, mentre prodotti apparentemente simili possono avere effetti molto diversi in funzione dell’ambiente, del momento di applicazione e dello stato fisiologico della coltura (Carillo et al., 2025). Valutare i biostimolanti in base ai loro effetti richiede quindi maggiore rigore, dalla definizione dei processi fisiologici coinvolti fino all’individuazione di indicatori affidabili e riproducibili. In questo senso, i biostimolanti rappresentano un’evoluzione nel supporto alle colture. Non forzano la crescita, ma agiscono sul funzionamento fisiologico della pianta, favorendo una risposta più efficiente alle condizioni ambientali e agli stress.

Biostimolanti tra ricerca scientifica e pratica agricola

Lo sviluppo dei biostimolanti è il risultato di un percorso in cui le conoscenze scientifiche e i bisogni dell’agricoltura si sono progressivamente allineati. Questa convergenza, che ha favorito il passaggio da approcci empirici a soluzioni più mirate, è sintetizzata nella figura 1, che mette in relazione l’innovazione scientifica con i bisogni della pratica agricola alla base dello sviluppo dei biostimolanti.

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Figura 1. Interazione tra innovazione scientifica e bisogni dell’agricoltura. Lo sviluppo dei biostimolanti deriva dall’incontro tra avanzamento scientifico ed esigenze della pratica agricola, in un contesto di sostenibilità, efficienza e adattamento climatico (modificato da du Jardin et al. 2025)

Negli ultimi anni, l’interpretazione del funzionamento delle piante è cambiata. Le colture sono oggi considerate sistemi dinamici capaci di percepire l’ambiente, integrare segnali e modulare il metabolismo. Gli studi sugli stress idrici e termici hanno evidenziato il ruolo di processi chiave, tra cui il controllo stomatico, l’equilibrio redox, la regolazione ormonale e le interazioni con il microbioma del suolo. In questo contesto, l’impiego di sostanze bioattive e microrganismi benefici può contribuire a sostenere tali meccanismi e a mantenere una maggiore stabilità fisiologica anche in condizioni non ottimali. Parallelamente, l’agricoltura opera in uno scenario caratterizzato da una crescente variabilità climatica, dall’aumento dei costi degli input e da vincoli normativi sempre più stringenti. Gli agricoltori sono chiamati a garantire produttività e qualità riducendo al contempo l’impatto ambientale e l’uso delle risorse. Ne deriva un crescente interesse per strumenti in grado di favorire l’adattamento delle colture e di ridurre la dipendenza da fertilizzanti e fitofarmaci, senza compromettere le rese. Le politiche europee, dal Green Deal alla strategia Farm to Fork, si muovono nella stessa direzione, promuovendo l’efficienza nell’uso dei nutrienti, la circolarità delle risorse e lo sviluppo di input a partire da biomasse residuali. A questo quadro si aggiunge l’attenzione crescente dei consumatori verso sistemi alimentari più sostenibili e prodotti di elevata qualità, che spinge l’intera filiera a rivedere le proprie pratiche produttive. In tale contesto, i biostimolanti si inseriscono come strumenti orientati a migliorare l’efficienza biologica delle colture, più che a compensare le inefficienze mediante un aumento degli input. Il loro ruolo nasce dall’interazione tra il progresso scientifico e la pratica agricola e rappresenta un’evoluzione nel modo di concepire la gestione delle colture. Rafforzando la resilienza dei sistemi agricoli e sostenendo la capacità delle piante di adattarsi a condizioni ambientali variabili, i biostimolanti contribuiscono a costruire un modello agricolo più stabile ed efficiente, coerente con le sfide poste dal cambiamento climatico (Carillo, 2025).

A CURA DI: Petronia Carillo –  Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”
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