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La vicenda Boscia-Xylella si chiude – almeno su questo fronte giudiziario. Il gip di Bari ha archiviato il procedimento nei confronti del ricercatore Donato Boscia, ex dirigente del Cnr-Ipsp, rigettando l’opposizione alla richiesta di archiviazione e affermando, in sostanza, che non si può attribuire la responsabilità dell’epidemia a chi ha operato applicando le norme vigenti e il quadro tecnico-scientifico disponibile. Nel provvedimento, il giudice esclude anche il nesso causale tra le strategie amministrative di contenimento e la diffusione del batterio. È un punto decisivo. Perché in Puglia, sulla Xylella, oltre la battaglia fitosanitaria, si è combattuta anche una lunga guerra contro la confusione pubblica, l’ostilità verso la competenza, la deformazione del metodo scientifico.
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Una storia che parte da lontano
Per entrare davvero nel merito dell’archiviazione, bisogna ripercorrere l’intera vicenda storica. Ottobre 2013: Xylella fastidiosa viene rilevata per la prima volta in Puglia e, da quel momento, l’emergenza viene gestita dentro un quadro fitosanitario che, nel tempo, ha definito aree delimitate, obblighi di monitoraggio e misure differenziate tra eradicazione e contenimento a seconda della fase epidemiologica e della zona interessata.
Negli anni successivi, mentre l’emergenza si cronicizza e l’impatto sul territorio diventa evidente, la questione si sposta su un altro piano. Tra il 2018 e il 2022 iniziano ad arrivare esposti e denunce da associazioni, comitati e privati: l’ipotesi è che ritardi e omissioni nella gestione abbiano favorito la diffusione del batterio. Ad allargare il dibattito – alimentato da rabbia e scarsità di informazioni – il ritrovamento, nel gennaio 2019, in contrada Caramanna, a Monopoli, di un ulivo monumentale positivo al batterio. Due giorni dopo, a seguito di un esposto depositato in Procura, la pianta viene sequestrata e l’espianto si blocca. È un passaggio che pesa per ragioni evidenti: Monopoli non è il Salento, e quel caso, per la prima volta, sposta la percezione del rischio oltre il perimetro che l’opinione pubblica aveva imparato ad associare alla Xylella. Da lì in avanti, quel singolo episodio diventa uno spartiacque. Inizia infatti a prendere corpo una delle accuse più ripetute negli esposti: l’idea che la positività di Monopoli fosse legata a un campione alterato proveniente dal Salento. Chi denuncia parla di “prova” di una manipolazione dell’emergenza; chi è chiamato in causa respinge e rivendica l’operato svolto secondo regole e protocolli. Intanto, attorno a questa tesi, si salda un racconto ancora più ampio, che nel tempo diventa quasi una cornice: Xylella come affare delle multinazionali, e come occasione sfruttata – secondo i contestatori – da un gruppo di scienziati per costruire carriera e potere.
Da quel momento, il fascicolo prende forma e si allarga. Gli esposti non si limitano al caso Monopoli: provano a ricondurre l’intera gestione dell’emergenza a una catena di scelte ritenute improprie o tardive, fino a chiamare in causa – con formulazioni via via più pesanti – singole responsabilità personali. È in questo perimetro che viene indicato anche Boscia: non solo come figura scientifica di riferimento in una fase cruciale, ma come destinatario diretto di una contestazione che, negli atti, arriva a evocare ipotesi di reato molto gravi.
Si è arrivati così ad oggi: dopo gli accertamenti, con l’ordinanza del 6 febbraio, il giudice ha archiviato il procedimento nei confronti di Boscia e ha rigettato l’opposizione: in termini concreti, quell’impianto accusatorio non è arrivato a un processo e non è approdato a dibattimento.
Sul piano giudiziario, l’ordinanza ha confermato che le contestazioni rivolte a Boscia non hanno trovato riscontri idonei e, soprattutto, l’assenza di un nesso causale tra condotte contestate e diffusione del batterio.

Responsabilità e evidenze
Il merito del provvedimento non è soltanto processuale. È epistemologico, prima ancora che giuridico. Quando il gip richiama l’assenza di prova del nesso causale e la conformità dell’operato di Boscia al diritto europeo e nazionale, sta ribadendo che, in un’emergenza fitosanitaria, la responsabilità non si costruisce per suggestione, ma su elementi tecnici e probatori. Alcuni passaggi sono molto netti, soprattutto laddove l’impianto accusatorio viene descritto come una “suggestione investigativa priva di riscontro probatorio”. A conferma di quanto vissuto: un decennio di slittamenti pericolosi tra contestazione, insinuazione e delegittimazione del lavoro scientifico.
La reazione di Boscia va letta dentro questa cornice: non come rivalsa personale, ma come rivendicazione del rigore professionale messo in discussione per anni. In recenti dichiarazioni, l’ex dirigente Cnr parla di “riconoscimento del mio corretto operato” e richiama il clima di polemiche, negazioni e mistificazioni che ha investito lui e altri ricercatori. Parole misurate, ma pesanti, che riportano a una riflessione centrale: attaccare senza prova chi lavora sul fronte scientifico non è solo ingiusto, rallenta la risposta a un’emergenza reale.
Le parole degli avvocati e delle associazioni
Per gli avvocati Onofrio e Roberto Eustachio Sisto, difensori di Boscia, il provvedimento mette “fine” ai tentativi di colpire l’immagine di Boscia e del Cnr, e certifica l’assenza di basi probatorie nella tesi dei querelanti. Al netto della fisiologica enfasi difensiva, c’è un dato oggettivo: la difesa lega l’esito giudiziario non solo alla posizione del proprio assistito, ma alla tutela dell’autorevolezza della ricerca pubblica. Ed è un passaggio che va colto, perché la vicenda Xylella ha spesso trasformato la scienza in bersaglio simbolico.
Sul versante delle associazioni, il commento di Gennaro Sicolo (Cia Puglia e Italia Olivicola) è apertamente schierato: parla di sconfitta di “stregoni e complottisti” e rilancia la necessità di sostenere la ricerca e il ripristino del potenziale olivicolo nelle aree colpite. Toni duri, ma coerenti con un comparto che ha pagato anni di ritardi, conflitti e sfiducia. In parallelo, anche Unapol, per voce del presidente Tommaso Loiodice, ha letto l’archiviazione come chiusura di una “stagione buia” segnata da scontri ideologici e da ostacoli ai processi di contenimento, chiedendo che le emergenze fitosanitarie siano affrontate con responsabilità istituzionale e rigore scientifico. Qui sta il punto finale, e insieme il più attuale: non basta archiviare un’inchiesta, bisogna archiviare un metodo: quello che mette sullo stesso piano prove e propaganda.
Ilaria De Marinis
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