Viticoltura e climate change: quali effetti?

Tra geografia del vino che cambia e crescenti preoccupazioni, ripensare pratiche agronomiche, varietà e gestione del vigneto diventa cruciale per non perdere identità e qualità

da Ilaria De Marinis
viticoltura e clima (1)

Il cambiamento climatico sta avendo un impatto molto significativo sulla viticoltura a livello globale (anticipo delle fasi fenologiche, accelerazione della maturazione dell’uva, variazione della composizione dell’uva alla raccolta, variazione della frequenza di stress biotici e abiotici), andando a modificare profondamente anche la geografia del vino (slittamento della fascia viticola verso latitudini e altitudini maggiori) e destando crescenti preoccupazioni nel comparto vitivinicolo. La pianta di vite, come gli altri organismi eterotermi, risente per esempio del riscaldamento globale in quanto la temperatura è uno dei parametri principali che regolano lo sviluppo vegetativo e dei processi metabolici in generale. Essendo la vite storicamente sempre stata una coltura ad alto pregio, in Francia in particolare, i rapporti dettagliatissimi relativi alle raccolte hanno consentito ai climatologi di ricostruire il clima del passato in periodi in cui sistemi di rilevazione non erano ancora presenti (Etienne et al. 2009). Esperti come Cook & Wolkovich (2016) hanno proposto un indice (GHD-core) basato sulla data di raccolta delle uve e questo indice è risultato essere in stretta relazione con le temperature, fornendo quindi uno strumento prezioso per la modellizzazione del clima di altre epoche. Duchêne & Schneider (2005) in un lavoro di ricostruzione climatica in Alsazia hanno restituito un quadro decisamente preoccupante, andando a studiare le date di germogliamento, fioritura e invaiatura del vitigno Riesling dal 1958 al 2003. Gli autori hanno osservato un progressivo anticipo delle fasi fenologiche chiave della vite, un anticipo delle date di raccolta e un incremento dell’alcol potenziale (dal 1970 si è registrato un incremento di questo parametro dello 0,08% all’anno).

Gli effetti del cambiamento climatico sulla viticoltura: cosa dice la ricerca

Negli ultimi decenni, lo studio degli effetti del cambiamento climatico sulla viticoltura ha attirato sempre più l’interesse dei ricercatori. L’analisi della letteratura scientifica internazionale (sul database Scopus), effettuata utilizzando come parole chiave le parole “grapevine” e “climate change”, ha messo in evidenza che nell’ultimo ventennio si è passati da 9 articoli pubblicati all’anno nel 2005 a 160 articoli nel 2024. Vršič et al. (2024) in un recente lavoro hanno studiato delle serie storiche di composizione dell’uva alla raccolta nella Slovenia nordorientale con particolare enfasi sull’acidità. Gli autori hanno elaborato un dataset che comprendeva 15 varietà (tutte precoci) e 43 anni di dati. Gli autori hanno evidenziato una progressiva perdita di acidità delle uve negli anni, mettendo però in evidenza una diversa sensibilità varietale alla variazione del clima.

Non in tutti gli areali, però, il cambiamento climatico è percepito nello stesso modo: per alcune zone da sempre considerate non vocate alla viticoltura si stanno infatti prospettando nuove possibilità per questa coltivazione. Nesbitt et al. (2016) hanno evidenziato come il cambiamento stia portando a un crescente interesse da parte degli agricoltori inglesi nell’impiantare vigneti e hanno registrato un aumento delle aree vitate del 148% nel Regno Unito dal 2004 al 2013. Questo si è associato anche all’introduzione massiccia di vitigni quali il Pinot Nero e lo Chardonnay che erano pressoché assenti sull’isola.

Gli effetti del cambiamento climatico sul comparto vitivinicolo mediterraneo

Diversamente, per quanto riguarda l’areale mediterraneo, il cambiamento climatico sta destando notevole preoccupazione nel comparto vitivinicolo. L’aumento delle temperature, accompagnato da lunghi periodi di siccità ed eventi atmosferici estremi, sta mettendo a dura prova la viticoltura italiana. Meggio (2022) ha modellizzato l’effetto delle anomalie climatiche sulla maturazione delle uve di quattro varietà, (Cabernet Sauvignon, Merlot, Garganega e Glera), nell’areale dei Colli Berici, in provincia di Vicenza, utilizzando dati di composizione delle uve raccolte in 16 vigneti commerciali dal 2009 al 2021. L’analisi dei dati climatici ha messo in evidenza che le temperature minime presentano il maggior numero di anomalie rispetto alle massime. Queste anomalie climatiche hanno fatto registrare complesse modifiche delle cinetiche di maturazione, che nel caso di eccessi termici si sono tradotti in arresti o ritardi di maturazione. Nell’areale analizzato, Garganega e Merlot sono state le varietà che hanno riportato meno anomalie di maturazione nel periodo preso in esame, suggerendo quindi nuovamente una diversa sensibilità varietale al cambiamento climatico e alle anomalie termiche. Questo risultato suggerisce che, per la viticoltura italiana che si basa prevalentemente su varietà locali, il cambiamento climatico può rappresentare – a seconda dei casi – un vantaggio o uno svantaggio. Se, infatti, da una parte potrebbe stimolare la riscoperta di risorse genetiche rimaste ai margini delle produzioni vitivinicole italiane, dall’altra potrebbe determinare una erosione genetica, portando i viticoltori a puntare sulle poche varietà ritenute tolleranti. Van Leeuwen et al. (2019) in una recente review suggerisce la necessità di orientarsi verso varietà più tardive o, se disponibili, verso cloni più tardivi. 

Dal punto di vista agronomico, il cambiamento climatico ci pone dinanzi nuove condizioni e nuove sfide nella gestione vitivinicola: dall’innalzamento del grado alcolico alla diminuzione di acidità, passando per la riduzione delle rese produttive, della vigoria delle piante e l’alterazione della qualità delle uve. Negli ultimi anni si sono registrati aumenti di pH e crolli delle acidità in varietà importanti come Merlot, Cabernet e Chardonnay, vitigni molto diffusi in tutto il mondo e in sofferenza. Con pH a valori di 3,65 diventa difficile gestire i processi di vinificazione senza interventi o correzioni, che chiaramente implicano costi di produzione più elevati. Sempre più frequenti sono poi gli eventi estremi, che tra gelate tardive, ondate di calore, assenza prolungata di piogge, bombe d’acqua in estate, lunga sequenza di giorni con temperatura superiore ai 35 °C, destano notevole preoccupazione.

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Grappoli del clone di Aglianico Antonio Mastroberardino VCR421
Credits: Mastroberardino

Il caso della viticoltura irpina

Di fronte a questi cambiamenti, compito di agronomi ed enologi è trovare le giuste soluzioni sia in cantina che in vigneto, ovviamente focalizzate alle specificità dei singoli territori, vitigni e microclimi. L’Irpinia, una delle zone vitivinicole più importanti della Campania, è particolarmente esposta a queste sfide. Questo territorio, noto per la produzione di vini di grande pregio come il Fiano di Avellino, il Greco di Tufo e il Taurasi, ha sempre beneficiato di un clima relativamente fresco grazie all’altitudine e alla presenza di rilievi montuosi e in molto casi, rispetto ad altre aree del Paese, sta patendo meno gli effetti del cambiamento climatico. Nonostante anche in Irpinia si sia registrato negli ultimi 50 anni un significativo incremento della temperatura dell’aria (Figura 1), nel caso dell’Aglianico, il cambiamento climatico – paradossalmente – ha avuto un impatto positivo, determinando un anticipo di maturazione di uve molto tardive e portando verso un migliore equilibrio i caratteri di tannicità, acidità e ruvidità.

È chiaro che però anche in Irpinia è necessario iniziare a pensare alla viticoltura in modo diverso, modulando diversamente il modello gestionale aziendale, attraverso la scelta delle varietà più adatte alle specificità dei siti, il ritorno alle basse densità di impianto, lo spostamento verso maggiori altitudini, il ricorso – quando necessario – all’irrigazione di soccorso, il rispetto assoluto del suolo, l’incremento della sostanza organica dei suoli e la corretta gestione del verde, fondamentale per modulare il microclima del grappolo. La necessità di adattare la tecnica colturale alle nuove condizioni climatiche porta a una serie di considerazioni anche sulla scelta del sistema di allevamento, in particolare sui sistemi in parete verticale, che hanno dominato il panorama viticolo italiano negli ultimi decenni. Il microclima dei grappoli va preso in considerazione favorendo opportuni ombreggiamenti legati a chiome libere. Sotto questo profilo la controspalliera classica, indipendentemente dal tipo di potatura adottato, crea una separazione netta tra la fascia di vegetazione e quella dei grappoli: quest’ultima, sia pure con variabilità legata alla distanza tra i filari e all’orientamento dei filari, espone sempre al problema della sovraesposizione e del surriscaldamento dell’uva nelle ore più calde della giornata. Pertanto, è importante valutare questi aspetti varietà per varietà, in funzione dello specifico territorio.

Pur affrontando il problema del climate change da tempo, è solo di recente che il mondo produttivo ha realmente iniziato a prendere piena coscienza dei problemi che esso può indurre anche in campo viticolo ed enologico, come evidenziato anche dal drammatico decorso climatico del 2023. Nonostante la letteratura scientifica su queste tematiche sia ampia, le evidenze suggeriscono la necessità di specifici approfondimenti nel contesto dei singoli e diversi distretti vitivinicoli. Gli effetti del cambiamento climatico, infatti, risultano negativi per certi vitigni in certi ambienti, laddove – in certi altri contesti – possono avere risvolti interessanti. Nel caso dell’Irpinia, per esempio, sebbene il cambiamento climatico possa rappresentare un’opportunità per vitigni come l’Aglianico per i quali si registrano fra le migliori annate di vino degli ultimi decenni, molti altri vitigni coltivati in Campania potrebbero risentirne negativamente. Questo apre di certo nuove sfide per agronomi, enologi e ricercatori del Mezzogiorno chiamati a trovare nuove soluzioni per ovviare agli scompensi del cambiamento climatico o per riscoprire genotipi resilienti e relegati in passato sotto l’ingrato appellativo di “vitigni minori”.

 

A cura di:
Antonio Dente – Agronomo, Responsabile Produzione uve Mastroberardino Società Agricola srl; Alessandro Mataffo, Pasquale Scognamiglio, Carlo Molinaro, Boris Basile – Dipartimento di Agraria, Sezione di Scienze della Vigna e del Vino, Università degli Studi di Napoli Federico II
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