Indice
Tra le malattie che possono colpire la vite, ce n’è una di cui si parla ancora poco, ma che negli ultimi anni ha attirato sempre più attenzione da parte di ricercatori e tecnici del settore. Si chiama macchia rossa della vite, in inglese Grapevine Red Blotch Disease, e pur essendo meno nota rispetto a patologie come la peronospora, la flavescenza dorata o il mal dell’esca, viene considerata da molti un tema emergente, soprattutto alla luce di quanto osservato in California e in altri Stati americani.
La macchia rossa della vite, o Grapevine Red Blotch Disease, è infatti una malattia virale che finora è apparsa in modo sporadico in Europa, con segnalazioni isolate in Francia, Svizzera e in alcune zone del Nord Italia. Niente di allarmante, almeno per ora. Ma il fatto che il virus sia già ben conosciuto e studiato negli Stati Uniti, dove ha avuto un impatto significativo su alcune produzioni vinicole, ha spinto ricercatori e tecnici a tenerlo d’occhio.
Il rischio non è tanto un’epidemia imminente quanto la possibilità che venga introdotto in modo silenzioso, attraverso materiale vegetale infetto o inconsapevolmente tramite vivaisti. Non è una corsa contro il tempo, ma una partita da giocare in anticipo, facendo prevenzione prima che la malattia diventi un problema concreto.
- Leggi l’articolo: Peronospora e mal dell’esca: gestirle senza il rame
Macchia rossa della vite: il virus che lo trasmette
A causare la malattia è un virus relativamente recente, scoperto poco più di un decennio fa. Si chiama Grapevine red blotch-associated virus (GRBV), appartiene alla famiglia dei Geminiviridae e, in sintesi, blocca la traslocazione degli zuccheri dalle foglie ai grappoli. È come se la pianta producesse energia, ma non riuscisse più a distribuirla: le foglie si riempiono di amidi, mentre i grappoli restano a corto di nutrimento. Un danno che impatta direttamente sulla qualità enologica, oltre che sulla resa agronomica.
Il principale vettore è un piccolo insetto chiamato Spissistilus festinus, ma la vera minaccia è il materiale di propagazione infetto. Il virus, infatti, può restare latente per mesi o anni, e diffondersi in modo invisibile da vivaio a vivaio, da regione a regione.
Sintomi e danni
La malattia si manifesta con macchie rosse porpora sulle foglie nelle varietà a bacca rossa, oppure con ingiallimenti, clorosi internervale e marginale in quelle a bacca bianca. Ma l’impatto più significativo non è estetico, bensì fisiologico. Come accennato, la malattia provoca ritardi significativi nella maturazione, calo del contenuto zuccherino (°Brix) e alterazioni nella sintesi e accumulo dei polifenoli, in particolare antociani e tannini, compromettendo la struttura e l’equilibrio aromatico del vino.
Questi effetti si traducono spesso in acidità più alta del normale, colore più tenue nei vini rossi, e perdita di consistenza e corpo. In alcuni casi, la vendemmia viene ritardata nel tentativo di compensare il deficit di maturazione, con il rischio però di perdere freschezza o di incorrere in muffe, soprattutto in annate umide. I danni non sono costanti da un anno all’altro: variano a seconda del portainnesto, del clima, del carico produttivo e del momento dell’infezione (se precoce, l’effetto è molto più marcato).
A rendere il tutto più complesso è il fatto che i sintomi possono essere intermittenti o mascherati: una pianta può apparire asintomatica per una stagione e poi mostrare i segnali l’anno successivo. Questo complica enormemente le attività di monitoraggio. Inoltre, la sintomatologia è simile a quella di altri virus come il Grapevine Leafroll-associated Virus (GLRaV) o di carenze nutrizionali (es. magnesio o potassio), rendendo difficile la diagnosi visiva in campo.
Le analisi molecolari (PCR) sono oggi l’unico metodo certo per rilevare il virus, ma non sempre vengono effettuate sistematicamente, soprattutto nei vigneti più vecchi. In questo contesto, la GRBV può circolare silenziosamente per anni, riducendo la qualità dell’uva senza essere riconosciuta come causa principale del problema.

Vigneto di Cabernet Sauvignon
Dal genoma ai droni per prevenire e gestire la macchia rossa della vite
Quando si parla di questa avversità della vite, non esistono trattamenti curativi: l’unico modo per intervenire è estirpare le piante infette, usare barbatelle certificate e monitorare costantemente i vigneti.
Negli Stati Uniti, dove la GRBV è diventata una minaccia stabile, sono in corso progetti di ricerca avanzata. Centri come UC Davis e Cornell University, per esempio, stanno studiando il virus a livello molecolare e sviluppando strumenti di diagnosi precoce, tra cui droni multispettrali e modelli predittivi di diffusione.
Altri gruppi lavorano su nuovi portainnesti resistenti, anche attraverso tecnologie di genomica assistita ed editing genetico. Si esplora perfino l’uso di virus antagonisti per neutralizzare la GRBV: un approccio ancora sperimentale, ma promettente.
Conoscerla prima che diventi famosa
Fortunatamente, la Grapevine Red Blotch Disease è una patologia virale ancora poco diffusa in Europa. Altrove, però, ha già mostrato quanto possa incidere sulla qualità delle uve e sull’economia del vigneto. In tal senso, allora, vale la pena capire come si comporta, dove può insinuarsi e quali strumenti abbiamo già a disposizione per contenerla. Perché, come insegnano i proverbi, prevenire resta sempre meglio che curare. E una conoscenza in più oggi è una garanzia in più per domani.
- Leggi l’articolo: Piwi, la nuova frontiera della vitivinicoltura
Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com