Botrite del pomodoro: sintomi, cause e soluzioni sostenibili

Causata dal fungo Botrytis cinerea, questa patologia incide su resa, qualità commerciale del prodotto e sua conservabilità. Di qui l’importanza di una gestione multifattoriale

da Ilaria De Marinis
botrite del pomodoro

Tra le numerose avversità che colpiscono il pomodoro, poche sono tanto pervasive e insidiose quanto la botrite, o “marciume grigio”, causata dal fungo Botrytis cinerea. Si tratta di un patogeno capace di infettare più di 200 specie vegetali, ma che trova nel pomodoro uno degli ospiti più vulnerabili. E la sua particolarità – che lo rende anche così difficile da combattere – è che spesso non attacca ciò che è debole, ma ciò che è vivo e in apparenza sano. Non a caso, dal punto di vista agronomico, la botrite del pomodoro rappresenta un problema di primo piano: incide sulla resa, sulla qualità commerciale del prodotto e sulla sua conservabilità. Secondo diverse stime, in alcune aree può causare perdite fino al 20-30% della produzione, con picchi anche superiori in annate particolarmente favorevoli allo sviluppo del fungo.

Affrontarla richiede un approccio integrato: la semplice applicazione di fungicidi non è più sufficiente, soprattutto alla luce dell’aumento dei ceppi resistenti. Oggi si parla di gestione multifattoriale: buone pratiche agronomiche, controllo ambientale, lotta biologica e induzione di resistenze naturali della pianta sono gli strumenti su cui si sta concentrando la ricerca più avanzata.

Prima, però, è fondamentale comprendere cos’è davvero la botrite del pomodoro, perché è così difficile da sradicare, e quali sono oggi le strategie più efficaci – tra chimica, biotecnologia e pratiche sostenibili – per tenerla sotto controllo.

Botrite del pomodoro: partire dal fungo

Botrytis cinerea è un patogeno estremamente adattabile: sopravvive nei residui colturali sotto forma di micelio o sclerozi, strutture resistenti che gli permettono di superare periodi sfavorevoli. Quando le condizioni ambientali tornano a essere ideali – umidità elevata (oltre il 90%) e temperature comprese tra 15 e 25 °C – il fungo inizia a produrre conidi, ovvero spore asessuate capaci di infettare rapidamente nuovi tessuti vegetali.

Il suo punto di forza è la capacità di penetrare nella pianta anche attraverso microlesioni invisibili: piccole ferite causate da grandine, insetti, cimature o manipolazioni meccaniche. Una volta insediato, il patogeno rilascia enzimi degradativi (pectinasi, cellulasi) che disgregano le pareti cellulari, provocando la necrosi dei tessuti e rendendoli rapidamente colonizzabili.

È importante notare che B. cinerea non si comporta sempre come un parassita attivo: può rimanere in uno stato quiescente all’interno di tessuti apparentemente sani per poi manifestarsi più tardi, ad esempio durante il post-raccolta, con un comportamento che rende così la diagnosi e la prevenzione particolarmente complesse.

I sintomi della botrite del pomodoro

La botrite non è una malattia che passa inosservata, ma spesso si manifesta quando il danno è già in atto. I primi segnali possono comparire su qualsiasi parte aerea della pianta: fiori, foglie, fusti e frutti. Sui fiori, si osserva una necrosi dei petali che può portare alla caduta prematura o alla formazione di frutti abortiti. Le foglie mostrano macchie brune circolari, spesso con un alone clorotico, che evolvono rapidamente in necrosi. Sui fusti, si sviluppano lesioni umide e grigie che possono portare al collasso della parte superiore della pianta. I frutti presentano marciumi molli, spesso a partire dal peduncolo o da piccoli danni meccanici, con una successiva comparsa del tipico micelio grigio cenere.

Una caratteristica distintiva è la produzione abbondante di micelio e spore sulla superficie dei tessuti infetti: una patina grigia e polverosa, visibile anche a occhio nudo, soprattutto in condizioni di elevata umidità. Inoltre, possono comparire aloni pallidi o “ghost spots” sui frutti, che rappresentano infezioni parziali che si arrestano prima che il frutto marcisca completamente.

botrite del pomodoro sintomi

Fattori predisponenti l’infezione

La diffusione della botrite del pomodoro è fortemente influenzata da fattori ambientali e gestionali. L’elevata umidità relativa, soprattutto se supera il 90%, crea condizioni ideali per la germinazione dei conidi. Temperature comprese tra 15 e 25 °C favoriscono la proliferazione del fungo, ma esso può essere attivo anche a temperature più basse. La scarsa ventilazione, tipica di serre o impianti troppo fitti, contribuisce all’accumulo di umidità e alla diffusione delle spore. La presenza di tessuti senescenti o danneggiati, come foglie basali morte o frutti lesionati, offre punti di ingresso al patogeno. Infine, stress della pianta dovuti a squilibri idrici, carenze nutrizionali o potature mal eseguite possono aumentare la suscettibilità all’infezione.

In ambienti protetti, come le serre, la concentrazione di spore può aumentare significativamente, soprattutto nelle zone inferiori dove l’umidità tende ad accumularsi. Anche il vento esterno può introdurre spore all’interno delle strutture, aumentando il rischio di infezione.

Strategie di controllo: una lotta su più fronti

Contenere la botrite del pomodoro non è mai questione di una singola soluzione, ma di equilibrio tra pratiche agronomiche intelligenti, strumenti chimici usati con giudizio, e nuove tecnologie biologiche che stanno entrando con forza nelle strategie di difesa sostenibile.

Tutto parte da come si gestisce l’ambiente colturale. L’errore più comune è pensare che la botrite sia inevitabile in certe condizioni, quando in realtà molto può essere evitato con un’impostazione agronomica ben pensata. Piante troppo fitte, serre scarsamente ventilate o irrigazioni eseguite nei momenti sbagliati sono fattori che giocano a favore del fungo. L’umidità è la sua alleata principale, e tenerla sotto controllo – ad esempio con una buona ventilazione naturale o forzata e irrigazioni mirate alla base – è già un passo decisivo.

Sul fronte chimico, il ruolo dei fungicidi rimane importante, ma sempre più delicato. Non solo perché l’uso intensivo di alcuni principi attivi ha portato, negli anni, alla selezione di ceppi resistenti, ma anche perché i vincoli normativi e i tempi di carenza impongono un uso estremamente attento. Per questo, oggi si insiste molto su strategie a rotazione, che alternano molecole con diversi meccanismi d’azione, e su trattamenti mirati in base a condizioni climatiche reali, monitorate con sensori e strumenti digitali.

Negli ultimi anni, però, è il controllo biologico a guadagnare attenzione, sia in campo aperto che in serra. Alcuni microrganismi – come Trichoderma harzianum o Bacillus subtilis – sono stati selezionati per la loro capacità di competere con Botrytis cinerea o di stimolare le difese naturali della pianta. Questi antagonisti agiscono in modo indiretto, creando un ambiente ostile al fungo oppure attivando risposte immunitarie locali e sistemiche nella pianta ospite. L’interesse per questi prodotti è aumentato anche grazie al fatto che possono essere integrati facilmente in programmi di difesa già esistenti, riducendo la pressione selettiva sui fungicidi tradizionali.

Infine, un capitolo sempre più strategico riguarda l’induzione di resistenza. Non si tratta ancora di una pratica ampiamente diffusa in campo, ma la ricerca in questo ambito è molto attiva. L’obiettivo è identificare sostanze, naturali o di sintesi, che riescano ad attivare le difese interne della pianta prima che il patogeno si manifesti. Alcuni peptidi vegetali, come il systemin, sono già stati testati con buoni risultati: inducono l’espressione di geni legati alla sintesi di fitoalessine e altre molecole antimicrobiche. Anche alcuni estratti vegetali – come quelli a base di aglio, curcuma o neem – hanno mostrato una certa efficacia, sebbene i meccanismi non siano ancora del tutto chiariti.

In sintesi, oggi nessuna strategia da sola è sufficiente. L’approccio integrato non è un’opzione, ma una necessità: solo unendo buone pratiche agronomiche, biocontrollo e innovazioni scientifiche è possibile affrontare davvero, in modo efficace e sostenibile, una malattia tanto adattabile e subdola come la botrite del pomodoro.

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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