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Nei primi 7-8 anni dal rinvenimento del batterio in Salento si è assistiti a una rapida avanzata delle infezioni, con focolai inizialmente puntiformi che ben presto hanno originato una vera e propria epidemia, che oggi interessa circa il 40% della superficie della Regione Puglia, un territorio pari a circa 8000 km², compromettendo irreversibilmente la sopravvivenza di oltre 10 milioni di alberi di olivo. Il patosistema Xylella-olivo in Puglia, determinato dalla favorevole combinazione ceppo batterico-varietà di olivo-insetto vettore-condizioni climatiche, è apparso sin da subito uno dei più severi mai associati ai patosistemi “Xylella” noti nel mondo. L’elevata virulenza/aggressività del genotipo ST53, combinata alla elevata e inaspettata suscettibilità delle varietà autoctone di olivo presenti nell’area interessata dall’epidemia, a un agro-ecosistema caratterizzato da abbondanti popolazioni dell’insetto vettore che stazionano su olivo per lunga parte del loro ciclo biologico e a condizioni climatiche favorevoli allo sviluppo della Xylella in Puglia ha portato a uno scenario epidemico di livello apocalittico.
Segnali di rallentamento nella diffusione di Xylella in Puglia: una speranza illusoria?
I dati degli ultimi due-tre anni indicavano una fase di rallentamento sia nell’avanzata del fronte, che della progressione della malattia sulle piante infette. Una situazione che meritava di essere attenzionata e su cui erano state avviate indagini per comprenderne le cause che, in sintesi, sembravano basarsi su una significativa riduzione della percentuale di sputacchine infette, riconducibile essenzialmente al drastico ridimensionamento del potenziale di inoculo dovuto sia all’azione distruttiva del batterio sulla vegetazione suscettibile, sia all’implementazione delle misure di contenimento, con conseguente rallentamento della diffusione e riduzione degli eventi di re-infezione sulle piante malate, che nell’insieme concorrono al rallentamento della progressione e alla mitigazione della severità dei sintomi.
In questo contesto, le cosiddette “buone pratiche agronomiche” (ossia tutte le pratiche colturali che favoriscono lo sviluppo delle piante: controllo delle malerbe, irrigazione, concimazioni, potature periodiche ed equilibrate) contribuivano a una parziale ripresa vegetativa delle piante infette. In alcune zone, infatti, si osservavano fenomeni di parziale ripresa vegetativa delle piante: un fenomeno positivo che faceva intravedere la possibilità di mantenere in vita gli olivi di affezione o di valore paesaggistico, seppur ben coscienti che l’olivicoltura da reddito è un’altra cosa e quella ripresa non era assolutamente sufficiente a restituire al comparto la competitività economica persa.
Tutto ciò sembra in linea con l’esperienza nel Nord-America, in particolare in California, dove sono stati osservati cicli di attenuazione e recrudescenza delle manifestazioni sintomatologiche della batteriosi, a seguito dell’alternarsi di condizioni epidemiologiche favorevoli e sfavorevoli allo sviluppo del batterio. Un’esperienza che, oltre a evitare di attribuire al formulato di turno il merito di un’apparente ripresa, suggerisce di evitare il rischio che un illusorio cessato allarme faccia abbassare la guardia rispetto alla necessità di continuare a perseguire le azioni di contenimento. Nell’articolo di aggiornamento dello scorso anno avevamo concluso che “dovremmo comunque aspettarci un andamento ondulatorio con recrudescenza dei disseccamenti a seguito di incrementi di vegetazione/vettore ad alta carica batterica”. Purtroppo eravamo stati facili profeti.
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Sintomi di disseccamento causato da Xylella in agro di Ostuni (BR) in piante secolari di Ogliarola salentina
Lo stato attuale dell’epidemia
L’inversione di tendenza, con la parziale ripresa nel basso Salento della vegetazione sopravvissuta all’infezione acuta, purtroppo – come temuto – ha subito una battuta d’arresto. Mentre, cosa ancor più preoccupante, nella fascia di territorio compresa tra la zona di contenimento e la linea immaginaria che congiunge Brindisi ai confini meridionali del versante jonico del tarantino, la patologia, pur se lentamente continuava a essere attiva, quest’anno sta registrando una brusca accelerazione che sta erodendo una parte importante dell’olivicoltura di numerosi comuni. Sul versante jonico si osserva una impressionante ondata di disseccamenti che da Avetrana e Manduria, già seriamente compromesse, ora attraversa gli agri di Sava, Fragagnano, Monteparano, San Giorgio jonico, Grottaglie e comincia a fare la sua comparsa alla periferia di Taranto. Purtroppo, anche le zone interne e il versante adriatico non se la passano bene: anche in questo caso, infatti, si assiste a una accelerazione della risalita verso nord della Xylella in Puglia, con gli agri di San Vito dei Normanni e Carovigno gravemente compromessi, e sempre più frequenti segnalazioni di un preoccupante aggravamento negli agri di Ostuni e Ceglie Messapica che comincia a coinvolgere anche Fasano.
Intorno al mese di luglio, ai bordi dell’area demarcata per la sottospecie pauca, nelle zone cuscinetto e di contenimento, le attività di monitoraggio sono ridotte al minimo per la necessità di concentrare i campionamenti nelle aree interessate dalle altre due sottospecie, multiplex e fastidiosa, intercettate per la prima volta nei primi mesi del 2024 e di cui scriviamo più avanti. Per tale ragione, negli ultimi mesi i nuovi ritrovamenti di piante positive sono limitati a poche piante. Tuttavia, proprio nell’ambito dei monitoraggi per la sottospecie fastidiosa in prossimità di Triggiano (BA) è emersa una sgradita novità che desta non poca preoccupazione: il ritrovamento di un piccolo focolaio del genotipo ST53 della sottospecie pauca alle porte di Bari, alla periferia del quartiere San Giorgio in direzione Torre a Mare, dove dal monitoraggio sono stati individuati 6 olivi e 3 mandorli infetti. Il focolaio, che rappresenta un salto di circa 20 chilometri dai primi focolai di Polignano a Mare, sembra essere isolato e a breve ne è prevista l’eradicazione. È la prima volta che l’epidemia di pauca del Salento supera il 41° parallelo, a 11 anni dalla scoperta a Gallipoli quello che si temeva si è avverato: la variante di Xylella che minaccia gli ulivi ha raggiunto il capoluogo.
Aggiornata la demarcazione della zona infetta da pauca
Dopo aver finalmente avuto il via libera dalle istituzioni comunitarie, anticipando le modifiche apportate dal Regolamento comunitario n. 1320 del 15 maggio, il 14 marzo con Determinazione n. 18 del Dirigente dell’Osservatorio Fitosanitario regionale, è stata adeguata la demarcazione della zona infetta soggetta a regime di contenimento. Pertanto gli agri di Alberobello, Castellana Grotte, Monopoli e Polignano, che erano in regime di “eradicazione” e pertanto soggetti all’obbligo degli abbattimenti delle piante ricadenti nel raggio di 50 metri di ogni pianta infetta, sono stati inglobati nella zona di contenimento, dove è prescritto l’abbattimento delle sole piante infette.

Piante risultate infette dalle diverse sottospecie di Xylella nel comprensorio di Triggiano (BA) a fine luglio
Autorizzate nuove specie e cultivar
Con la Determinazione n. 48 del 3 maggio è poi arrivata la tanto attesa autorizzazione all’impianto in zona infetta, ma non in zona di contenimento, di altre due cultivar di olivo: Lecciana e Leccio del Corno, la prima che presenta caratteri di resistenza, mentre la seconda caratteri di tolleranza. Entrambe vanno dunque ad aggiungersi a Leccino e FS17.
Oltre ad essere confermati gli agrumi, pesco, susino, albicocco, mandorlo e ciliegio, vengono inoltre autorizzate all’impianto anche rosmarino, cisto, mirto, alaterno, alloro, fillirea e geranio, “in quanto anche se risultate suscettibili presentano una bassa frequenza di infezione”. Si tratta di specie o varietà comprese nell’elenco delle piante specificate della sottospecie pauca che il regolamento comunitario in vigore vieta di impiantare in zona infetta, salvo – come in questo caso – deroghe disposte dalle autorità fitosanitarie dello Stato membro.
Il ritrovamento delle sottospecie “fastidiosa” e “multiplex”
La vera sorpresa del 2024 – del tutto inaspettata – è invece il ritrovamento nel barese di altre due sottospecie, la fastidiosa, con il genotipo ST1 noto e temuto agente causale della malattia di Pierce della vite, in agro di Triggiano e la multiplex, con il genotipo ST26, in agro di Santeramo in Colle. Nel primo caso, il ritrovamento è avvenuto nell’ambito del programma di monitoraggio dei vettori, che da qualche anno il servizio fitosanitario ha affidato all’Istituto Agronomico Mediterraneo anche per rilevare precocemente l’eventuale presenza di focolai in tutta la Regione, soprattutto nelle aree “indenni”. Nel caso di Santeramo, invece, il ritrovamento è avvenuto nell’ambito delle normali operazioni di monitoraggio della zona infetta. Due ritrovamenti inquietanti che hanno posto subito degli interrogativi, quali le dimensioni dell’area contaminata, l’individuazione delle specie suscettibili, la datazione dell’introduzione del batterio, il reale impatto sulle colture. Domande cruciali, le cui risposte sono fondamentali per elaborare un piano d’azione, a fronte tuttavia del tempo richiesto per avere i dati necessari. Probabile ragion per cui alle prime comunicazioni è seguito qualche mese di silenzio fino alla fine di luglio quando, dopo aver campionato e analizzato quasi cinquantamila campioni, l’Osservatorio Fitosanitario ha aggiornato la situazione sia con quattro Determinazioni del Dirigente (n. 91, 92, 93 e 94) con cui ha ampliato o istituito per la prima volta le aree demarcate distinte per sottospecie, sia con l’aggiornamento della cartografia per la consultazione dei dati del monitoraggio. In sintesi, le piante positive alla sottospecie fastidiosa sono salite a 323, tra cui 206 mandorli e 109 viti, principalmente sui bordi dei vigneti (ricordiamo che questa sottospecie non infetta l’olivo). La buona notizia è che l’area contaminata sembra essere molto meno estesa del temuto, circoscritta in un’area a est di Triggiano/Capurso, ma che sembra fermarsi ai margini del comprensorio di uva da tavola di Noicattaro/Rutigliano, dove finora tutte le analisi sono risultate negative. Un quadro che fa sperare nel successo di un programma di eradicazione rigoroso e tempestivo.

Una sorpresa sgradita è invece il ritrovamento del focolaio della sottospecie pauca di cui abbiamo già detto e, nella stessa zona, di alcune decine di mandorli infetti dalla sottospecie multiplex ST26, lo stesso genotipo ritrovato a Santeramo che purtuttavia non infetta la vite e, probabilmente, neanche l’olivo. A Santeramo, invece, dove 230 su circa 10mila campioni analizzati sono risultati positivi, la situazione della sottospecie multiplex, che infetta essenzialmente il mandorlo e piante spontanee/ornamentali, è ancora da delineare nella sua estensione e probabilmente potrebbe essere parecchio più diffusa rispetto a quanto emerso finora. Sembrerebbe una Caporetto, con Xylella ormai presente dappertutto. In realtà la dinamica è molto più complessa e articolata, con le questioni tecniche e scientifiche che a volte risultano assai scollate da quelle burocratiche e legislative.
Vale ricordare che il nome della specie, Xylella fastidiosa, comprende varianti molto diverse tra loro, non solo da un punto di vista genetico, ma anche biologico, con una lista di specie ospiti e patogenicità differenti. Le varianti sono raggruppate su base genetica in diverse sottospecie (in Europa abbiamo pauca, fastidiosa e multiplex) che a loro volta comprendono diversi genotipi, che possono avere differenze biologiche anche significative. È il caso per esempio della pauca, i cui genotipi possono a loro volta raggrupparsi in due gruppi, i ceppi “coffee”, capaci di infettare il caffè e l’olivo, ma non gli agrumi, e i ceppi “citrus”, capaci di infettare gli agrumi, ma non il caffè e l’olivo. In Europa fino ad ora sono stati ritrovati solo ceppi “coffee”, tra cui in particolare il nostro ST53, anche se per qualche incomprensibile ragione il regolamento comunitario continua a vietare l’impianto e la movimentazione degli agrumi nelle zone infette da pauca.
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A cura di Donato Boscia – CNR Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante
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