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Non è una novità. Nel bacino del Mediterraneo e in Medio Oriente, Polystigma amygdalinum è diventato un problema sempre più rilevante, con effetti che possono riflettersi sull’equilibrio vegeto-produttivo degli impianti. Negli ultimi anni l’attenzione della ricerca si è concentrata soprattutto su tre nodi: il ciclo vitale del patogeno, il peso delle condizioni ambientali e il comportamento varietale.
È dentro questo quadro che si inserisce il lavoro firmato da ricercatori del Dipartimento di Scienze del Suolo, delle Piante e degli Alimenti dell’Università di Bari Aldo Moro, del Centro “Basile Caramia” di Locorotondo e di Agrimeca Grape and Fruit Consulting, pubblicato sulla rivista Plants. Lo studio ha affrontato in modo integrato tre questioni decisive: la suscettibilità di 39 cultivar, comprendenti germoplasma locale e varietà commerciali; l’identificazione dell’agente responsabile dei sintomi osservati nei mandorleti; il rapporto tra recrudescenza della malattia e andamento meteorologico.
Lo studio sul campo
L’indagine è stata condotta in tre siti pugliesi con caratteristiche differenti. A Locorotondo è stata valutata una collezione di biodiversità con piante giovani, messe a dimora nel 2017 e gestite senza fungicidi. A Corato e Ruvo di Puglia, invece, il monitoraggio ha riguardato due frutteti commerciali con piante adulte, allevate in biologico e sottoposte a trattamenti rameici. Il monitoraggio in campo, svolto dal 2022 al 2025, ha seguito l’evoluzione dei sintomi da fine marzo fino ad agosto, misurando sia l’incidenza sia la gravità della malattia sulle foglie. Parallelamente sono stati elaborati dati climatici relativi a temperature, piogge e umidità relativa, così da collegare l’andamento epidemiologico alle condizioni ambientali.
Il primo risultato importante riguarda proprio la natura del problema. Attraverso isolamento in laboratorio, osservazioni microscopiche e sequenziamento di campioni rappresentativi, i ricercatori hanno confermato che Polystigma amygdalinum è il patogeno costantemente associato ai sintomi tipici della maculatura rossa nei mandorleti pugliesi studiati. La sua presenza è stata rilevata anche in alcuni campioni con sintomi precoci o misti, in parte simili a quelli riconducibili a Pseudomonas, suggerendo che sul piano epidemiologico restino ancora aspetti da chiarire.
Differenze tra cultivar e livelli di suscettibilità
L’altro fronte, quello di maggiore interesse applicativo, riguarda le differenze tra cultivar. I sintomi non si sono manifestati con la stessa intensità in tutti gli anni né in tutte le varietà. Nel 2023 i primi segnali sono comparsi tra fine marzo e inizio aprile, mentre nel 2024 e nel 2025 l’insorgenza è slittata verso la tarda primavera, tra fine maggio e inizio giugno. Il 2024 è stato l’anno che ha permesso il confronto più chiaro tra genotipi, perché la malattia si è espressa in modo più diffuso. Nella collezione di biodiversità, cultivar come Stivalona e Ciavea hanno mostrato livelli di incidenza superiori al 12%, mentre altre si sono fermate su valori molto più contenuti, in diversi casi inferiori al 2%.
Nei frutteti commerciali il quadro è apparso ancora più marcato. Le varietà più suscettibili sono risultate Guara e Lauranne® Avijor, con percentuali di foglie infette rispettivamente del 46,7% e del 42,7%. Sul versante opposto, Belona, Ferragnès, Genco e Supernova hanno evidenziato la tolleranza più elevata. Lo studio segnala inoltre, come dato particolarmente interessante, la prima evidenza di tolleranza alla maculatura rossa per Filippo Ceo, Ficarazza, Centopezze e Rachele piccola, cultivar che potrebbero diventare risorse genetiche utili nei programmi di miglioramento varietale.

Incidenza della maculatura fogliare rossa (RLB) nelle cultivar di mandorlo valutate nel Campo 1 ( A ) e in frutteti commerciali (Campi 2 e 3) ( B ), con sintomi rappresentativi sulle foglie ( C ). ( A ) Incidenza di RLB valutata nel Campo 1 registrata nel 2024. ( B ) Incidenza di RLB nel Campo 2 durante la stagione di crescita 2022 e nel Campo 3 durante la stagione di crescita 2025. Le barre indicano la media ± errore standard (n = 8 nel Campo 1; n = 12 nei Campi 2 e 3). Le stesse lettere indicano, nello stesso campo, valori medi statisticamente non differenziabili secondo il test HSD di Tukey al livello di probabilità di 0,01. Fonte: Plants
Gravità dei sintomi e influenza delle condizioni climatiche
Anche la gravità dei sintomi ha seguito una logica coerente con l’incidenza. Nessuna cultivar ha superato la classe 3 della scala di severità adottata dai ricercatori, ma le differenze tra varietà sono risultate comunque nette. Le più colpite, sotto questo profilo, sono state Centopezze, Ciavea e Stivalona. L’analisi statistica ha mostrato una forte correlazione tra incidenza e gravità: in altre parole, dove aumentava la quota di foglie infette aumentava anche l’intensità del danno sintomatologico. La cluster analysis ha poi separato il materiale osservato in due gruppi distinti, uno formato da cultivar suscettibili e uno da cultivar tolleranti, rafforzando l’idea che la risposta genetica giochi un ruolo decisivo nella dinamica della malattia.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione: il tempo di fioritura. Lo studio non descrive un rapporto assoluto, ma evidenzia una tendenza abbastanza chiara. Le cultivar a fioritura precoce e intermedia hanno mostrato, in media, livelli di infezione leggermente più alti, mentre quelle medio-tardive e tardive si sono dimostrate meno colpite. È un’indicazione interessante perché suggerisce che il calendario fenologico possa incidere sull’esposizione della pianta alle fasi più favorevoli al patogeno. Non è ancora una regola rigida, ma è un tassello utile per orientare sia le scelte varietali sia la lettura del rischio nei diversi ambienti di coltivazione. Sul piano climatico, i dati raccolti in Puglia indicano con buona chiarezza quali condizioni possano favorire la recrudescenza della maculatura rossa. Le correlazioni più significative sono state osservate con l’aumento delle precipitazioni, con livelli più elevati di umidità relativa e con temperature miti, in particolare nei mesi precedenti la comparsa dei sintomi. In dettaglio, lo studio richiama il peso delle piogge e dell’umidità, ma anche dei periodi con temperature comprese tra 10 e 20 °C, condizioni che sembrano predisporre la stagione successiva a una maggiore incidenza della malattia. Gli autori sottolineano soprattutto il ruolo del meteo autunno-invernale e primaverile, confermando quanto, nella gestione delle patologie fogliari, la prevenzione debba partire ben prima della fase in cui il sintomo diventa visibile.
Implicazioni per la gestione sostenibile
Per i mandorlicoltori pugliesi, e più in generale per gli areali mediterranei, il messaggio operativo è piuttosto netto. Puntare su cultivar più tolleranti significa ridurre il rischio epidemiologico alla radice e costruire sistemi colturali più stabili. Allo stesso tempo, la conferma di Polystigma amygdalinum come agente causale di riferimento aiuta a rendere più precisa la diagnosi, evitando sovrapposizioni interpretative con sintomatologie simili.
In definitiva, il lavoro pubblicato su Plants aggiunge un tassello importante alla conoscenza della maculatura fogliare rossa del mandorlo in Puglia. Non solo perché misura con precisione la diversa risposta delle cultivar, ma perché mette in relazione genetica, fenologia e ambiente dentro una stessa chiave di lettura. È qui che la ricerca diventa davvero utile al campo per rendere più sostenibile la gestione del mandorleto.
Federica Del Vecchio
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