Flavescenza dorata: il recovery come strategia di gestione

Stimolato da stress abiotici, trattamenti con induttori di resistenza, molecole antimicrobiche e applicazione di micorrize questo fenomeno può aprire nuove prospettive per il risanamento dei vigneti

da Federica Del Vecchio
flavescenza dorata

Tra le fitopatie che interessano la viticoltura europea, la flavescenza dorata (FD) è tra le più rilevanti. Si tratta di una malattia sistemica causata da un fitoplasma e trasmessa principalmente dall’insetto vettore Scaphoideus titanus, che colpisce la vite compromettendone crescita, produttività e longevità. I sintomi – ingiallimenti o arrossamenti fogliari, mancata lignificazione dei tralci, aborto fiorale e drastico calo delle rese – portano i vigneti a una progressiva perdita di funzionalità, fino a rendere spesso necessaria l’estirpazione delle piante infette.

A rendere la flavescenza dorata particolarmente insidiosa contribuisce anche la difficoltà di una diagnosi tempestiva. Proprio per questo, la ricerca sta rivolgendo crescente attenzione a un fenomeno naturale ancora poco valorizzato: il recovery, ovvero la remissione spontanea dei sintomi accompagnata dal ripristino funzionale della pianta.

Il fenomeno del recovery come possibile mezzo di gestione della flavescenza dorata

In natura, nonostante l’apparente immobilità e passività delle piante di fronte agli aggressori, la malattia è l’eccezione piuttosto che la regola. Le piante, infatti, hanno un sistema immunitario evoluto ed efficiente. Sebbene manchino di cellule immunitarie specializzate di difesa, le piante non sono soggetti inattivi e possono rispondere agli attacchi di patogeni.

In estrema sintesi, le resistenze che i vegetali possono mettere in atto per difendersi dai loro “nemici” sono di due tipi: quelle costitutive (dette anche passive) e quelle inducibili (dette anche attive). Sia le resistenze costitutive che quelle inducibili possono essere, a loro volta, di tipo morfologico-anatomico (basate su strutture fisiche che impediscono l’accesso del patogeno) oppure costituite da barriere chimiche-fisiologiche, ossia legate all’attività di molecole antimicrobiche che contrastano i patogeni. Entrambi i tipi di difesa comportano un costo energetico per la pianta; tuttavia, i costi associati alle difese passive sono integrati nel normale piano di sviluppo e non incidono significativamente sulla disponibilità di risorse per la crescita. Al contrario, le difese elicitate richiedono un’attivazione specifica in risposta a uno stimolo e possono sottrarre risorse al normale sviluppo vegetativo.

flavescenza dorata

Vigneto con sintomi di Flavescenza dorata (Foto di: Giovanna Cattaneo, Servizio Fitosanitario della Regione Lombardia)

Recovery: risanamento o guarigione da una malattia?

Il fenomeno del recovery (remissione spontanea dei sintomi) è stato descritto per la prima volta da Wingard nel 1928 dopo un’estesa analisi dei sintomi indotti dal nepovirus Tobacco Ringspot Virus (TRSV) in piante appartenenti a 38 generi diversi. Wingard notò che un gruppo di piante del genere Nicotiana mostrava remissione dei sintomi da TRSV nelle nuove foglie, e queste, una volta re-inoculate con lo stesso virus, rimanevano asintomatiche, suggerendo l’instaurarsi di un meccanismo di difesa. Circa settanta anni dopo, il gruppo di David Baulcombe dimostrò che il recovery nelle piante di N. clevelandii infette da Tomato Black Ring Virus (TBRV) era dovuto al silenziamento dell’RNA virale.

Il recovery può interessare malattie da virus, fitoplasmi, funghi, batteri, ecc.. Lo si può individuare sia su piante arboree che erbacee, anche se risulta maggiormente manifesto sulle prime. Per alcune importanti fitoplasmosi (come flavescenza dorata, apple proliferation) è stato confermato che il risanamento è un processo di induzione di resistenza SAR e/o IR.  Studi condotti su diverse specie vegetali hanno dimostrato che il recovery può essere stimolato da stress abiotici, trattamenti con induttori di resistenza, molecole antimicrobiche e applicazione di micorrize; inoltre, è riportato anche il coinvolgimento degli endofiti nel fenomeno del recupero. In genere, partendo da piante recovered a una malattia, è possibile ottenere cloni di piante con tolleranza totale.

Dal punto di vista pratico, il recovery può essere utilizzato sia direttamente, quando il tasso di risanamento annuo è elevato, quindi capace di riportare in tempi brevi le piante alla normalità, sia indirettamente, quando il risanamento è lento e vengono utilizzate piantine figlie di madri recovered e che hanno dimostrato di possedere resistenze indotte permanenti e trasmissibili.

Qualche esempio di successo

Fra le tante manifestazioni di recovery, che sicuramente non rappresentano la totalità dei casi conosciuti, sono da citare le fitoplasmosi del “giallume europeo delle drupacee” (ESFY), la flavescenza dorata della vite (FD) e gli scopazzi del melo (AP). In futuro sarà sempre più importante individuare gli aspetti fisiologici e biochimici del recovery per poter utilizzare tale “fenomeno biologico” nel settore fitoiatrico contro avversità difficili da contenere con i mezzi convenzionali di difesa. 

Tutto ciò impone anche studi approfonditi su una biodiversità vegetale non solo legata ad aspetti quali-quantitativi, ma anche incentrata su cultivar, cloni e individui “sopravvissuti” in aree infette o in ambienti ostili dal punto di vista delle avversità abiotiche.  La conoscenza di questo patrimonio genetico e delle relative risposte biologiche di recovery serviranno per affrontare meglio problematiche fitosanitarie epidemiche preoccupanti e attuali.

A cura di: Silverio Pachioli
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