Disastri climatici: l’agricoltura mondiale paga il conto

A dirlo è l’ultimo report FAO, che dal 1991 al 2021 registra perdite nel settore per una media annua di 99 miliardi di dollari tra siccità, alluvioni e shock termici

da Ilaria De Marinis
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3,26 trilioni di dollari persi negli ultimi 33 anni: è questo il prezzo che l’agricoltura mondiale ha pagato ai disastri naturali. È la fotografia impietosa scattata dall’ultimo report FAO sugli impatti dei disastri in agricoltura e sulla sicurezza alimentare. Un settore che, tra eventi climatici estremi, emergenze biologiche e crisi socio-economiche, vede crescere rapidamente vulnerabilità, costi e instabilità. Il documento quantifica per la prima volta, con ampiezza storica e dettaglio settoriale, la portata dei danni subiti dal 1991 al 2023, aprendo uno squarcio sulle fragilità strutturali dei sistemi agricoli globali e sulle soluzioni digitali disponibili per fronteggiare la nuova normalità del rischio.

Un’economia agricola sotto assedio dai disastri climatici

Secondo il rapporto, i disastri hanno causato complessivamente 3,26 trilioni di dollari di perdite in agricoltura tra il 1991 e il 2023, con una media annua di 99 miliardi. L’andamento, tuttavia, è tutt’altro che lineare: dai 64 miliardi annui degli anni ’90 si è passati ai 144 miliardi dell’ultimo decennio, segno di una tendenza in forte accelerazione .

A pagare il prezzo più alto sono i cereali, con 4,6 miliardi di tonnellate perse, seguiti da frutta e ortaggi (2,8 miliardi tonnellate) e dal comparto zootecnico (900 milioni tonnellate). Non solo quantità: le perdite equivalgono a 320 kcal in meno al giorno per ciascun abitante del pianeta, incidendo su disponibilità alimentare, nutrienti essenziali e sicurezza nutrizionale globale.

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Andamento delle perdite agricole dirette attribuite ai disastri (Indicatore Sendai C2), espresse in miliardi di dollari 2017. Il grafico mostra una forte variabilità annuale, con picchi significativi nel 2016 e nel 2019 e un marcato calo nel 2020 e nel 2023, segno della natura irregolare ma crescente dei danni climatici e ambientali sull’agricoltura globale. Fonte: elaborazione degli autori su dati UNDRR.

Africa: la regione più esposta in termini relativi

In termini assoluti, l’Asia registra la quota maggiore delle perdite (47%, pari a 1,53 trilioni di dollari), mentre Africa e Americhe seguono a distanza. Ma se il dato viene misurato rispetto al PIL agricolo, la prospettiva cambia radicalmente: l’Africa è la regione più colpita, con un impatto pari al 7,4% del proprio PIL agricolo .

Particolarmente vulnerabili risultano i Paesi a reddito medio-basso, dove l’esposizione elevata si combina con infrastrutture fragili e sistemi di gestione del rischio insufficienti. Una vulnerabilità che amplifica la possibilità che disastri climatici o ambientali si traducano rapidamente in crisi alimentari.

E l’Italia?

Nel quadro tracciato dalla FAO, l’Italia rappresenta un caso emblematico di come un’agricoltura avanzata, tecnologicamente evoluta e fortemente orientata alle colture specializzate possa trovarsi esposta a vulnerabilità crescenti. Non è un caso che, negli ultimi anni, il Paese abbia sperimentato un susseguirsi di shock climatici – dalla siccità del 2022 alle grandinate improvvise del Nord, fino alle gelate tardive che colpiscono vigneti, frutteti e oliveti – con ripercussioni immediate sulla produzione e sulla stabilità economica delle aziende.

Le statistiche ufficiali mostrano un quadro coerente con la tendenza globale: nel 2023 la produzione agricola nazionale è arretrata, con cali più marcati proprio nelle colture permanenti, quelle su cui si regge gran parte del valore dell’agroalimentare italiano. 

In questo scenario, l’Italia si trova a metà del guado. Da un lato dispone di eccellenze tecnologiche, reti di monitoraggio fitosanitario, sistemi assicurativi evoluti e una crescente diffusione di modelli previsionali; dall’altro, però, il tessuto agricolo resta frammentato, con migliaia di aziende di piccole dimensioni che faticano ad accedere a strumenti digitali avanzati o a trasformare i dati in decisioni operative.

Non solo danni materiali

Il report sottolinea come gli impatti non si limitino alla perdita diretta di produzione. Come la cronaca ha già ampiamente dimostrato, i disastri climatici non sono infatti responsabili solo di danni alle infrastrutture rurali e agli approvvigionamenti, ma spesso determinano interruzioni di mercato e volatilità dei prezzi, riduzione dell’accesso al credito e contrazione dei sistemi finanziari locali. Non solo: se ciclici o particolarmente gravi, causano un peggioramento dei servizi ecosistemici, oltre che fratture sociali e perdita di conoscenze agricole tradizionali.

È vero: molte di queste conseguenze non entrano nelle statistiche economiche, eppure risultando decisive nel creare vulnerabilità di lungo periodo.

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Perdite economiche globali annuali attribuite ai disastri, espresse in miliardi di dollari 2017. La serie storica 1991-2023 mostra una tendenza crescente e strutturale: dalle oscillazioni relativamente contenute degli anni ’90 si passa a un’accelerazione dopo il 2010, con valori che nell’ultimo triennio superano stabilmente i 150–200 miliardi di dollari annui. Una dinamica che riflette l’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi estremi.
Fonte: elaborazione degli autori su dati UNDRR.

La rivoluzione digitale nella gestione del rischio

Il rapporto insiste su un punto: la trasformazione digitale è già in atto e rappresenta la migliore opportunità per fronteggiare la crescente complessità dei rischi agricoli.

Molteplici le soluzioni illustrate:

  • sistemi avanzati di early warning, basati su IA, machine learning e sensori satellitari;
  • piattaforme integrate che aggregano dati climatici, socio-economici e agronomici;
  • sistemi digitali di sorveglianza sanitaria e fitosanitaria;
  • assicurazioni parametriche digitali, capaci di garantire indennizzi rapidi e tracciati;
  • applicazioni per la gestione dell’acqua e del suolo, in grado di migliorare la resilienza delle aziende agricole.

L’evidenza raccolta mostra che ogni dollaro investito in azioni anticipatorie può generare fino a 7 dollari di benefici, evitando perdite e rafforzando la capacità di reazione delle comunità rurali.

Nonostante i progressi, l’ostacolo principale resta l’inclusione digitale. Come riporta l’analisi, oggi 2,6 miliardi di persone sono ancora offline, il 38% vive in aree coperte da rete mobile ma non la utilizza, e donne, giovani, anziani e popolazioni indigene restano ancora i gruppi più esclusi.

A fronte di questo contesto, secondo la FAO, la transizione digitale potrà essere realmente trasformativa solo attraverso investimenti in infrastrutture, alfabetizzazione digitale, politiche coordinate e adozione di standard comuni per i dati.

La sfida dei prossimi anni

Il report FAO si chiude con un messaggio chiaro: il futuro della sicurezza alimentare dipenderà dalla capacità di costruire sistemi agricoli resilienti, in grado di anticipare i rischi più che subire gli impatti. La tecnologia può accelerare questa trasformazione, ma non può sostituire il ruolo delle istituzioni, degli investimenti pubblici e delle comunità agricole.

La finestra per intervenire si sta restringendo, avverte la FAO. Ma esiste ancora lo spazio per trasformare i sistemi agricoli globali in meccanismi capaci di assorbire shock, proteggere il reddito agricolo e garantire sicurezza alimentare alle generazioni future.

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