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Si è tenuta ieri la seduta plenaria in cui il Parlamento europeo ha avviato l’esame della proposta di bilancio UE 2028-2034, una riforma che interviene in modo diretto e profondo sulla politica agricola comune (PAC). La Commissione, rappresentata da Ursula von der Leyen, ha presentato una serie di modifiche rispetto alla bozza di luglio per tentare di convincere i deputati della bontà della nuova architettura finanziaria. Al centro del dibattito c’è l’idea più contestata: l’accorpamento tra fondi agricoli e fondi di coesione, unito a un ruolo più forte dei governi nazionali nella gestione delle risorse. È proprio questa impostazione ad aver acceso la reazione delle regioni e delle organizzazioni agricole europee, che temono un ridimensionamento strutturale della PAC e una minore possibilità per i territori rurali di incidere sulla destinazione dei fondi.
La seduta, seguita con grande attenzione dal settore, ha messo in luce tutte le perplessità del mondo agricolo. Nonostante gli aggiustamenti della Commissione, molti deputati hanno giudicato il nuovo schema ancora troppo sbilanciato verso la centralizzazione e troppo povero di garanzie per il primo settore. Anche in aula, infatti, è emerso il timore che questa riforma finisca per indebolire gli strumenti che negli ultimi decenni hanno sostenuto la redditività agricola e la stabilità delle aree rurali.
Politica agricola comune tra regioni, Stati e Bruxelles
Il nodo politico è l’impianto stesso del futuro bilancio. La Commissione propone di fondere PAC e coesione in un’unica grande voce da gestire attraverso piani nazionali, sul modello del PNRR. Una scelta che riduce la capacità delle regioni di programmare la spesa e accentra nelle capitali la definizione delle priorità agricole e territoriali.
Le critiche del Parlamento sono state immediate: in una lettera inviata a Bruxelles, i principali gruppi hanno denunciato che un sistema così accentrato “riduce la capacità dei territori di pianificare e intervenire”. La Commissione ha risposto prevedendo un “chiaro diritto di interlocuzione diretta” per le autorità regionali e salvaguardie specifiche per le aree meno sviluppate. Ma secondo molti deputati e analisti – tra cui Farm Europe – si tratta di “concessioni minime”, insufficienti a riequilibrare un impianto che sposta il baricentro decisionale dalle regioni ai governi nazionali.
La protesta del settore
Il capitolo agricolo è quello che sta generando le reazioni più forti. Per la prima volta dalla sua nascita, la PAC non sarebbe più una voce autonoma del bilancio europeo: confluirebbe in un contenitore unico insieme alla coesione. Le associazioni del settore stimano che la sua quota sul totale del bilancio scenderebbe da circa due terzi a poco meno della metà.
La Commissione ha tentato di rassicurare il comparto introducendo l’obbligo per gli Stati membri di destinare almeno il 10% dei fondi nazionali allo sviluppo agricolo e rurale. Ma la risposta del settore è stata durissima. Copa-Cogeca, con Lennart Nilsson e Massimiliano Giansanti, ha definito le modifiche “correttivi marginali, ben al di sotto di quanto necessario per garantire reddito e sicurezza alimentare”.
Dall’Italia, Confagricoltura ha espresso un giudizio “fortemente negativo”, mentre Coldiretti è tornata a Bruxelles con toni molto duri: “una presa in giro”, l’ha infatti definita Cesare Prandini, avvertendo che i trattori potrebbero tornare nelle strade europee. L’accusa è chiara: la nuova architettura rischia di spostare definitivamente l’agricoltura europea verso una gestione nazionale, disomogenea e meno trasparente, con effetti potenzialmente pesanti su redditi e investimenti rurali.

Consiglio in movimento e margini di trattativa
Sul fronte istituzionale, la partita non si gioca solo fra Commissione e Parlamento. Il Consiglio, che ha un ruolo decisivo nella definizione del bilancio, guarda con favore alla centralizzazione proposta da Bruxelles. La presidenza danese ha lasciato intendere che molte delle modifiche rispecchiano proprio le richieste avanzate dagli Stati membri nelle riunioni informali: più flessibilità, più potere decisionale nazionale, più coordinamento con le strategie dei governi.
A dicembre la Danimarca presenterà una bozza di compromesso che potrebbe diventare la base dell’accordo finale. Nel frattempo la Commissione ha trasmesso a Consiglio e Parlamento otto pagine di ulteriori modifiche legislative, segnale che la trattativa è lontana da una soluzione, ma anche che von der Leyen non intende arretrare sull’impianto generale del bilancio.
Un passaggio che può ridisegnare l’Europa rurale
Certo è che la plenaria di ieri ha chiarito un punto: la riforma del Qfp non è solo una questione di numeri. È un passaggio politico che può ridefinire la natura stessa della PAC, il ruolo delle regioni e l’equilibrio tra politiche comuni e strategie nazionali.
Mentre la Commissione spinge verso un’Unione più agile e governabile, gran parte del mondo agricolo teme una trasformazione che riduca la capacità dell’UE di garantire coesione territoriale, stabilità del reddito e investimenti nelle aree rurali, proprio in un momento segnato da crisi climatiche, economiche e geopolitiche.
I prossimi step – il dibattito parlamentare, la trattativa con il Consiglio, la bozza danese – diranno se il bilancio 2028-2034 riuscirà a trovare un equilibrio o se si aprirà una frattura destinata a segnare la futura politica agricola europea.
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Ilaria De Marinis
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