Innovazione varietale per il futuro della viticoltura europea

Meno trattamenti chimici, maggiore sostenibilità e vini sempre più apprezzati dal mercato: uno studio ha offerto una panoramica sulle cultivar resistenti alle malattie, evidenziandone il ruolo che hanno nel conciliare produttività e tutela dell’ambiente

da Federica Del Vecchio

La riduzione dell’uso di agrofarmaci è da tempo una priorità strategica della politica agricola europea. Il settore vitivinicolo, tra i più esposti all’impiego di trattamenti chimici, è oggi al centro di una doppia pressione: da un lato le istituzioni, determinate a far rispettare gli obiettivi del Green Deal fissati dalla Commissione Europea; dall’altro i consumatori, sempre più esigenti e orientati verso vini prodotti in modo sostenibile. In questo contesto, l’innovazione varietale emerge come la risposta più concreta. 

Fin dal XIX secolo, infatti, quando peronospora, oidio e altre avversità arrivarono in Europa, la ricerca ha avviato un lungo percorso di miglioramento genetico per sviluppare varietà capaci di resistere alle malattie, riducendo la necessità di interventi fitosanitari. Oggi, i risultati di questi sforzi sono evidenti: i produttori europei possono ora contare su un ventaglio di nuove varietà in grado di offrire vini di qualità paragonabile – e in alcuni casi sorprendentemente simile – a quella delle cultivar tradizionali. Ma quali sono le opzioni disponibili? A fare chiarezza è uno studio pubblicato sulla rivista Plants, People, Planet, che presenta le varietà resistenti più rilevanti nel panorama viticolo europeo, offrendo un quadro aggiornato delle opportunità oggi a disposizione dei viticoltori.

Il modello tedesco dell’innovazione varietale

Ad aprire la rassegna la Germania, dove l’Istituto per il Miglioramento Genetico della Vite di Geilweilerhof (JKI) ha compiuto passi decisivi investendo con continuità nella ricerca vitivinicola. Tra le sue prime creazioni figura Regent, introdotta nel 1994 e considerata ancora oggi un riferimento nel panorama dell’innovazione varietale. La varietà Regent presenta i geni di resistenza contro la peronospora e contro l’oidio. Secondo gli standard attuali è considerata solo moderatamente resistente, ma continua a offrire risultati significativi tanto che anche in un’annata critica come il 2021, caratterizzata da forte pressione di peronospora, ha permesso di ridurre del 50% l’uso di fungicidi nelle prove condotte nei vigneti del Geilweilerhof. Il suo ruolo va oltre la coltivazione diretta: Regent è stata ampiamente utilizzata come base genetica per lo sviluppo di nuove varietà, diventando il genitore di molte delle attuali cultivar resistenti create sia dal JKI che da altri istituti europei. Oggi il JKI prosegue puntando su incroci sempre più complessi, combinando più geni di resistenza attraverso tecniche di selezione assistita. Emblematico è il caso di Calardis Blanc (2018), che unisce protezione contro peronospora, oidio e botrite, oltre a una maturazione tardiva utile in un contesto di cambiamento climatico. Il prossimo passo è già in cantiere: nuove selezioni con ulteriori geni di resistenza sono in fase avanzata di valutazione.

Accanto al JKI, anche il centro WBI di Friburgo ha segnato tappe fondamentali nello sviluppo di vitigni resistenti. Solaris, lanciata nel 2001, è diventata sinonimo di vino bianco resistente nei Paesi del Nord Europa grazie alla sua precocità e alla forte tolleranza alla peronospora. Ancora più apprezzata oggi è Souvignier Gris, amata per la somiglianza al Pinot Grigio e ormai richiestissima in tutto il continente. In arrivo anche Carillon, varietà dotata di uno dei pacchetti genetici più completi mai sviluppati, attualmente in fase di registrazione.

Europa in fermento: Francia, Svizzera e Italia al passo nella corsa ai vitigni resistenti

La Francia risponde con un approccio ancora più strutturato. Il programma pubblico INRAE-ResDur punta, infatti, a creare vitigni ideali per un clima in evoluzione: varietà con elevata resistenza alle principali malattie, protezione intermedia contro le patologie secondarie e acini adatti a vini di alta qualità. Per raggiungere questo obiettivo, il programma si è sviluppato in oltre 15 anni con tre cicli di incroci mirati – ResDur1, ResDur2 e ResDur3 – realizzati in collaborazione con i centri tedeschi JKI e WBI e l’istituto svizzero Agroscope. Le prime varietà della serie ResDur1, tra cui Floreal, Voltis, Artaban e Vidoc, sono già impiegate in campo e consentono una riduzione dei fitofarmaci superiore all’80%. Le selezioni successive di ResDur2, registrate tra il 2022 e il 2024 – come Opalor, Selenor, Lilaro, Sirano, Coliris, Calys, Artys ed Exelys – offrono resistenza anche alla botrite. La terza serie, ResDur3, è attesa nel 2026 e porterà cinque-sette nuove varietà. Parallelamente, il settore privato accelera con programmi come NATHY di Mercier, che sviluppa vitigni resistenti a peronospora, oidio e botrite: 24 varietà sono già in fase finale di registrazione, con la prima attesa entro il 2026.

Non da meno è la selezione varietale svizzera dove il breeder Valentin Blattner, in collaborazione con un vivaio tedesco, ha messo a punto diverse varietà di vite resistenti. Tra queste spicca Cabernet Blanc che si distingue per le caratteristiche aromatiche in stile Sauvignon Blanc ed è oggi la varietà resistente alle malattie con la seconda superficie coltivata più estesa in Germania. Altrettanto promettente è Sauvignac, dotata di geni di resistenza a peronospora e oidio, che unisce protezione solida e vini fruttati e aromatici, conquistando rapidamente i viticoltori europei.

Ma anche l’Italia fa la sua parte. L’Università di Udine, in collaborazione con i Vivai Cooperativi Rauscedo, ha lanciato nel 2015 un primo pacchetto di varietà resistenti oggi distribuite in tutta Europa, mentre la Fondazione Edmund Mach ha presentato nel 2021 Charvir, Nermantis, Termantis e Valnosia. Le nuove selezioni italiane uniscono resistenze multiple a profili enologici sempre più raffinati, rendendo il Belpaese non solo custode delle tradizioni vitivinicole, ma anche protagonista della loro evoluzione.

innovazione varietale

Dati sulla produzione di viti innestate in Germania e varietà di vite resistenti alle malattie piantate annualmente. Fonte: Plants, People, Planet

Una crescita reale, ma ancora troppo lenta

Nonostante i progressi della ricerca, i dati sulle superfici coltivate a varietà resistenti alle malattie non riflettono ancora pienamente le attuali scelte dei viticoltori. Molti produttori, infatti, esitano ancora per timori legati alla qualità del vino, alle reali capacità di resistenza delle piante o alla commercializzazione di nuove cultivar poco conosciute dai consumatori. Un indicatore più aggiornato arriva dalla produzione di barbatelle innestate nei vivai: nel 2022, in Germania, su circa 24 milioni di viti innestate, 5,3 milioni (22,1%) erano varietà resistenti, rispetto al 9,6% del 2017-2018. Tuttavia, solo il 9,5% delle viti piantate annualmente era resistente, a indicare che molte piante vengono esportate verso altri paesi europei. In Francia, la produzione complessiva di viti innestate tra il 2018 e il 2023 è rimasta stabile a circa 226 milioni, con le varietà resistenti che hanno raggiunto in media 4,4 milioni di innesti (1,9% del totale) tra il 2021 e il 2023.

Come riportato dallo studio, nonostante i dati non siano del tutto promettenti nel complesso, la tendenza è chiara: nei prossimi anni la superficie vitata a vitigni resistenti alle malattie in Europa, in particolare in Germania, è destinata a crescere significativamente. Insomma, superati gli ostacoli iniziali, l’innovazione varietale emerge come uno strumento concreto per ridurre l’impatto ambientale del settore, permettendo di tagliare l’uso di agrofarmaci dal 50 all’80% a seconda delle condizioni. L’interesse lungo tutta la filiera cresce costantemente, e la transizione verso una viticoltura più sostenibile è ormai in pieno movimento: un processo appena iniziato, ma destinato a plasmare il futuro del comparto.

Federica Del Vecchio
© fruitjournal.com

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