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Chi coltiva fragole lo sa: non tutto quel che luccica è rugiada. Quella patina biancastra, apparentemente innocua, che compare sulle foglie e sui frutti, è in realtà il biglietto da visita di uno dei funghi più insidiosi del comparto ortofrutticolo: Podosphaera aphanis. Responsabile dell’oidio della fragola, o mal bianco, questo patogeno non causa solo un problema estetico, ma è in grado di danneggiare rese, qualità commerciale e persino la fisiologia della pianta. Non conosce confini, si adatta con furbizia al clima e si insinua nei momenti di maggior vulnerabilità della coltura.
Negli ultimi anni, complice il cambiamento climatico e l’intensificazione delle coltivazioni in serra, l’oidio è diventato un sorvegliato speciale. Non sorprende, quindi, che ricercatori e agricoltori siano oggi impegnati in sperimentazioni e ricerche volte ad anticipare l’azione del fungo e neutralizzarne gli effetti, senza però mettere in crisi la sostenibilità del sistema produttivo.
Una malattia con radici profonde
Come noto, però, l’oidio della fragola non è una novità degli ultimi decenni. Si tratta infatti di una malattia che accompagna la coltura sin dai suoi primi sviluppi in ambito intensivo. La sua prima descrizione ufficiale risale al XIX secolo, ma è con la diffusione delle varietà coltivate in serra e in tunnel plastici, a partire dalla seconda metà del Novecento, che Podosphaera aphanis si è trasformato da semplice comparsa a protagonista di molte stagioni agrarie. Le condizioni umide, ma non eccessivamente bagnate, tipiche delle coltivazioni protette, e la selezione varietale mirata alla produttività più che alla resistenza, hanno creato un habitat ideale per questo patogeno. Col tempo, poi, l’oidio ha affinato le sue strategie infettive, adattandosi alle varietà moderne e sviluppando resistenze a diverse molecole fungicide. Oggi, è considerato una delle principali avversità fungine della fragola a livello globale, e la sua storia recente è strettamente intrecciata con quella dell’evoluzione agronomica del comparto fragolicolo.
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Sintomi su foglia con la tipica muffetta polverulenta
Oidio della fragola: sintomatologia e impatto sulla produzione
P. aphanis può colpire foglie, piccioli, stoloni, fiori e frutti. Sulle foglie, le infezioni precoci sono caratterizzate da piccole aree bianche, dall’aspetto polveroso, che si accrescono in genere sulla pagina inferiore. In seguito, se la pianta non è trattata con fungicidi, le macchie si allargano e compaiono anche sulla pagina superiore, fino a ricoprire l’intera lamina fogliare di una polvere biancastra. Col progredire dell’infezione, i bordi delle foglie infette si curvano verso l’alto, esponendo la pagina inferiore che spesso è cosparsa di aree rossastre e ricoperta da un fungo bianco grigiastro. Le foglie infette poi tendono a diventare color porpora o rosse. Il micelio bianco si sviluppa inoltre sui piccioli delle foglie e soprattutto sugli stoloni, che sono più sensibili alla malattia. Il fungo può anche attaccare fiori e frutti, su cui si può avere la comparsa della tipica efflorescenza biancastra. Il fungo può determinare l’aborto o la malformazione dei fiori, mentre sui frutti produce un micelio rado e diffuso. I semi tendono a sporgere in modo anomalo e il frutto colpito risulta più molle, di colore meno intenso, si conserva meno del frutto sano e tende a marcire. Forti attacchi all’apparato fogliare possono portare a necrosi e defogliazione. Le perdite di produzione sono perciò dovute alle infezioni ai fiori e ai frutti.
Gestione dell’oidio della fragola: un approccio integrato
La gestione dell’oidio della fragola richiede un approccio integrato che combina pratiche agronomiche, l’uso di varietà resistenti, trattamenti chimici mirati e soluzioni biologiche.
Tra i prodotti più efficaci si annoverano combinazioni di principi attivi come fluxapyroxad e difenoconazolo, che offrono una protezione sistemica contro l’oidio. Altri fungicidi, come quelli a base di fluopyram e trifloxystrobin, garantiscono una protezione duratura e una breve carenza, ideale per raccolte scalari.
In agricoltura biologica, lo zolfo rimane un alleato fondamentale, disponibile in diverse formulazioni. Tuttavia, l’uso di microrganismi antagonisti come Ampelomyces quisqualis e batteri del genere Bacillus (es. Bacillus pumilus) sta guadagnando terreno, offrendo un controllo efficace senza residui chimici. Questi agenti biologici possono essere utilizzati in autunno, consentendo loro di svernare sulla coltura come parassiti dei cleistoteci svernanti, costituendo così una preziosa fonte d’inoculo protettivo che contrasta l’insorgere dell’oidio nella primavera successiva. A riguardo, è importante notare che zolfo e Ampelomyces quisqualis non sono miscelabili tra loro.
Recentemente, particolarmente efficace nel controllo dell’oidio si è rivelato anche l’uso di robot che emettono raggi UV-C, soprattutto in coltivazioni protette. Questi dispositivi danneggiano il DNA del fungo, impedendone la proliferazione, e rappresentano un’alternativa sostenibile ai trattamenti chimici.
Non solo tempestività
La gestione dell’oidio della fragola conferma ancora una volta quanto oggi non sia più sufficiente “dare il prodotto giusto al momento giusto”. Serve comprendere la biologia del patogeno, i punti deboli del suo ciclo, le dinamiche microclimatiche dell’ambiente colturale. In tal senso, parlare di oidio oggi non è quindi solo una questione tecnica. È un’opportunità per ripensare la fragolicoltura in chiave ecologica, tecnologica, ma soprattutto intelligente.
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Ilaria De Marinis
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