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Fino a pochi anni fa, la Forficula auricularia, meglio conosciuta come forbicina o tagliaforbici, era vista come un alleato degli agricoltori. Questo dermattero, predatore naturale di afidi, larve e crisalidi di piccoli lepidotteri, psille e cocciniglie, contribuiva a mantenere il delicato equilibrio all’interno dell’ecosistema frutteto. Tuttavia, le mutate condizioni climatiche hanno provocato un sorprendente e preoccupante cambiamento: le popolazioni di questo insetto, un tempo innocuo o addirittura utile, sono cresciute esponenzialmente, diventando una minaccia concreta per alcune coltivazioni arboree dell’Italia settentrionale.
Caratteristiche e biologia
Il nome scientifico F. auricularia deriva dalla falsa credenza che questo insetto abbia l’abitudine di introdursi nell’orecchio umano. Normalmente, compie una sola generazione all’anno. Durante l’autunno, gli adulti scavando tane a una profondità di circa 10-20 cm per svernare nel terreno e dove le femmine depongono circa una cinquantina di uova. Successivamente, in pieno inverno nascono le neanidi che, con l’arrivo del primo caldo in tarda primavera, si disperdono nell’ambiente allo stadio di adulti.

Adulto di Forficula auricularia
Cosa sta rendendo particolarmente dannoso questo insetto?
La forbicina o tagliaforbici è un insetto onnivoro che solo occasionalmente si rivela dannoso per le colture. In genere, le sue popolazioni rimangono a livelli poco consistenti, tali da far considerare la forbicina un insetto ausiliario per molte coltivazioni. Tuttavia, negli ultimi anni, la mancanza di temperature rigide in inverno ha permesso alle popolazioni di svernare e proliferare in modo incontrollato, portando a infestazioni diffuse e danni crescenti.
Le prime infestazioni sono state riscontrate al Nord Italia sulle drupacee, in particolare su pesco e albicocco, dove i danni ai frutti e alle foglie sono diventati sempre più significativi ed evidenti. Non solo. Durante un recente incontro tecnico tenutosi presso la Fondazione Agrion, Centro di ricerca e innovazione del Piemonte, è emerso che la Forficula auricularia sta estendendo il suo raggio d’azione anche ad altre colture, come ciliegio e melo, sollevando nuove preoccupazioni tra gli agricoltori, soprattutto quelli delle principali regioni frutticole dell’Italia settentrionale, come Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto. Questo inatteso cambio di comportamento ha spinto gli esperti a rivedere le strategie di gestione e controllo dei frutteti, inserendo la F. auricularia tra le avversità nei disciplinari di produzione integrata.
“Quest’anno su ciliegio abbiamo rilevato danni significativi sia ai frutti che alle foglie – ha spiegato Francesca Pettiti di Agrion – dove la forbicina forma rosure di diversa gravità che agevolano l’infezione di patogeni, a partire dai funghi che causano marciumi sui frutti. Per quanto riguarda il melo è ancora presto per parlare di danni, ma il monitoraggio ha rivelato una popolazione stanziale su questa coltura, indicando l’importanza di prestare attenzione durante i prossimi mesi”.

Controllo della Forficula auricularia: quali mezzi a disposizione?
Nonostante l’urgenza crescente di contrastare le infestazioni di questo dermattero, le misure di controllo sono ancora in fase di sviluppo e implementazione, a causa del recente riconoscimento della forbicina come una minaccia per le colture arboree. Per il controllo efficace di questo insetto, ormai considerato dannoso nelle regioni produttive del Nord Italia, è fondamentale una corretta gestione agronomica del frutteto. Una pratica particolarmente utile è la potatura, sia secca che verde, che aumenta la penetrazione della luce all’interno della chioma. Questo scoraggia le forbicine, insetti notturni che preferiscono le zone d’ombra. Un’altra pratica efficace è l’aratura che, se effettuata con le giuste tempistiche, disturba il ciclo biologico dell’insetto, riducendo la sua popolazione.
Passando alla difesa chimica, uno degli strumenti più utilizzati per il contenimento di questi dermatteri è la colla entomologica. Applicata sui tronchi e su tutto ciò che può consentire l’accesso delle forbicine alla chioma (pali, tiranti, ecc.), può garantire un controllo significativo del fitofago. Tuttavia, la pratica risulta più efficace su melo piuttosto che su pesco e albicocco. Questo è dovuto alla conformazione del tronco del melo, caratterizzato da una corteccia più liscia che permette una distribuzione più uniforme della colla entomologica. In alternativa, da qualche anno si può intervenire sfruttando l’effetto collaterale di alcuni insetticidi piretroidi, come la lambda-cialotrina. Le applicazioni, da effettuare preferibilmente dopo il tramonto quando le Forficule sono in attività, possono contribuire efficacemente al controllo di questi fitofagi.
In conclusione, è importante porre l’attenzione su una delle attività più valide e utili per prevenire e agire tempestivamente contro le infezioni di questo parassita, così come di altri: la pratica del monitoraggio. Solo attraverso un’osservazione attenta e regolare è possibile individuare tempestivamente l’aumento delle popolazioni di forbicine e intervenire prima che i danni diventino significativi. Il monitoraggio permette di valutare l’efficacia delle strategie agronomiche e chimiche adottate, consentendo agli agricoltori di adattare tempestivamente le loro pratiche di controllo. In un contesto di cambiamenti climatici e di rapida evoluzione delle dinamiche di infestazione, il monitoraggio rimane l’elemento chiave per garantire la salute delle colture e la sostenibilità della produzione frutticola.
Donato Liberto
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