Baby Leaf Exhibition: successo per la tappa campana

Favorita da clima primaverile e grande interesse, la giornata in campo dedicata a queste colture ha riunito tecnici, esperti e produttori per una mattinata all'insegna dell'analisi e del confronto nel cuore della Piana del Sele

da Ilaria De Marinis
baby leaf exhibition

Una platea qualificata ed eterogenea, un clima primaverile, un palcoscenico curato nei dettagli: la Baby Leaf Exhibition ha restituito fin dall’inizio l’idea di un appuntamento atteso e necessario. Perché quando si parla di baby leaf si pensa spesso al prodotto finito: una busta pronta, pulita, comoda, destinata al consumo immediato. Eppure, dietro quella semplicità apparente, come dimostrato nel corso della giornata tecnica di ieri, si cela un universo molto più articolato, fatto di gestione del suolo, microbiologia, nutrizione, difesa, tecnologia e controllo dell’ambiente di coltivazione. Un comparto dove l’innovazione, se concreta e ben posizionata, ha mostrato effetti visibili in tempi altrettanto rapidi. Non a caso l’incontro si è svolto nel cuore della Piana del Sele, territorio che negli anni ha consolidato superfici, competenze, investimenti e una forte specializzazione nella IV gamma. In uno dei distretti più rappresentativi del comparto, ricerca, imprese e assistenza tecnica si sono così ritrovate per confrontarsi su un obiettivo solo in apparenza semplice: rendere l’innovazione utile, applicabile, leggibile dentro la pratica quotidiana.

Dialogo, formazione, crescita al centro della Baby Leaf Exhibition

Ad aprire ufficialmente i lavori Mirko Sgaramella di Fruit Communication, media company organizzatrice dell’evento insieme a Doctor Farmer e Fruit Lab. Un viaggio nell’innovazione in agricoltura – come spiegato – che, tappa dopo tappa, punta i riflettori su colture e filiere centrali nel panorama italiano. E tutto questo “grazie a chi, aprendo la propria porta di casa, sceglie di condividere esperienza, risultati, innovazioni”.

Accanto alla dimensione tecnico-produttiva, la giornata ha assunto anche un rilievo professionale significativo, grazie alla presenza di Rossella Robusto, presidente dell’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali della provincia di Salerno. Il suo intervento ha ricondotto il valore dell’iniziativa dentro una prospettiva più ampia: quella di una formazione che non si esaurisce nella teoria, ma trova nel campo il luogo più efficace per misurarsi con i problemi reali dell’agricoltura contemporanea. “L’Ordine ha sposato da subito questa iniziativa perché il percorso formativo deve essere concreto, pratico, veloce; e farlo in campo è bellissimo”, ha osservato. Da lì, anche una riflessione più netta sul tempo presente dell’assistenza tecnica: restrizioni nella difesa, necessità di costruire strategie nuove, sostenibilità come vincolo e insieme come direzione. In questo quadro, l’equilibrio tra pianta e suolo è stato richiamato come la vera base di ogni sistema efficiente.

baby leaf campo

Voci dal campo e dalla ricerca

Il cuore della mattinata è entrato nel vivo partendo dal campo. A guidare questo primo passaggio sono stati Vito Morcaldi, insieme a Ezio Stellato, Gianluigi Piccirillo ed Emanuele Caldarola, tecnici dell’OP Isola Verde, di cui fa parte l’azienda agricola Vita Nuova che ha ospitato l’evento. Ne è emerso il profilo di una realtà articolata: circa 50 ettari condotti in regime di lotta integrata nella provincia di Salerno per quanto riguarda l’azienda ospitante, e 280 ettari coltivati in ambiente protetto per l’OP, tra Salerno e Bergamo, con produzioni di rucola, lattughino, spinacio e valeriana, di cui 170 ettari in integrato e la restante parte in biologico. “L’obiettivo – ha infatti spiegato – è garantire prodotti di alta qualità ai consumatori”. Una qualità curata lungo l’intero processo produttivo, dalla semina al confezionamento, in funzione dei mercati di riferimento (nazionale ed europeo).

Sul versante della gestione microbiologica e dell’evoluzione dei mezzi tecnici è intervenuto Pietro Di Benedetto, agronomo, chiamato a sviluppare un tema oggi sempre più centrale: il ruolo dei microrganismi nella costruzione di sistemi colturali più stabili. Lungo questa traiettoria, il passaggio dalla difesa chimica all’impiego di strumenti biologici e microbiologici è stato descritto senza semplificazioni. Nessun effetto immediato assimilabile a quello dei prodotti di sintesi, ma una risposta che si costruisce nel tempo, soprattutto quando il loro impiego viene inserito dentro una strategia coerente. “Quando si vedono aziende come questa, è perché vengono curati tutti gli aspetti: reti ombreggianti, impianto irriguo, prodotti impiegati. Oggi siamo davanti a un’agricoltura industriale, iper specialistica, dove è richiesta una standardizzazione dei processi. Ma ciò che conta è l’impiego a 360 gradi delle buone pratiche agricole” – ha affermato, riportando il discorso su una visione sistemica della tecnica.

A seguire, l’attenzione si è spostata sui biostimolanti e sulla loro funzione nella gestione degli stress abiotici, nodo particolarmente delicato in colture sensibili e dal ciclo breve come le baby leaf. I biostimolanti, in questo quadro, sono stati presentati da Domenico Ronga, professore dell’Università degli Studi di Salerno come leve da collocare con precisione nella fisiologia della coltura e nella tempistica dell’intervento. “Nel tempo questi prodotti hanno fatto grandi passi in avanti. Anche nella IV gamma – ha spiegato – dove in condizioni di stress, danno quella marcia in più alla pianta perché non lavorano solo sulla produttività, ma anche sulla qualità”. 

Da qui, la parola è passata al professore Donato Castronuovo (Università di Salerno) che ha approfondito il tema della serra come ambiente da governare attivamente. Specialmente a fronte di un contesto oggi sempre più stringente. Tre i punti analizzati: i teli di copertura, indispensabili per proteggere e creare un microclima adatto. L’altezza della serra: “serre alte come questa garantiscono un microclima più stabile e riducono l’umidità dell’aria, evitando la proliferazione di patogeni fungini”. E in ultimo la sensoristica: monitorare temperatura, luce e dinamiche ambientali permette di disporre di dati certi, indispensabili per standardizzare e programmare la produzione in un segmento nel quale la continuità rappresenta un valore decisivo.

A chiudere il percorso tecnico della mattinata è tornato Pietro Di Benedetto, riportando il confronto su un punto spesso evocato, ma non sempre valorizzato fino in fondo: la sostanza organica del suolo. Il suo ragionamento ha ricomposto molti dei temi emersi nel corso della giornata, mostrando come fertilità fisica, dinamica idrica, resilienza e razionalizzazione delle risorse trovino proprio lì uno dei loro snodi principali. “L’importanza della sostanza organica va ricercata su diversi livelli – ha chiarito – riduce la stanchezza del terreno, agisce sulla dinamica idrica, crea una camera umida che permette una maggiore razionalizzazione delle risorse e, in generale, costruisce un ambiente più resiliente”, restituendo al suolo il ruolo di infrastruttura biologica del sistema.

baby leaf exhibition 2

Le aziende partner e le soluzioni per il comparto

Accanto agli interventi tecnici e scientifici, la giornata ha dato spazio anche alle aziende partner dell’evento. Ne è emerso un mosaico interessante, nel quale qualità, conservabilità, biocontrollo, nutrizione, sensoristica e innovazione dei mezzi tecnici si sono intrecciati attorno a un’unica esigenza: rendere più stabile, efficiente e prevedibile la coltivazione delle baby leaf.
Hanno preso la parola:

  • Giovanni Papa per Almagra, con un intervento dedicato al protocollo sviluppato per la IV gamma e alla costruzione della qualità lungo tutta la gestione colturale;
  • Giulio Giachini per Diachem, che ha approfondito il rapporto tra resa e conservabilità, due aspetti centrali nella filiera delle baby leaf;
  • Alessandro Benvenuti per Gowan Italia, intervenuto sul tema delle soluzioni applicative e sull’impiego di Remedier in questo specifico contesto produttivo;
  • Giuseppe Piegari per FCP Cerea, che ha portato l’attenzione sulle nanotecnologie e sulle loro possibili applicazioni nella coltivazione delle baby leaf;
  • Giovanni Manca per Massò Agro, con un focus sulla sclerotinia e sulle strategie di biocontrollo in IV gamma attraverso CONTANS;
  • Felice Pallino e Mirco Elmotti per Koppert, che hanno messo a fuoco il contributo degli agenti di biocontrollo e di una nuova macchina per la stesura di carta pacciamante 100% compostabile;
  • Pietro Caporusso per ICL, che ha presentato le innovazioni dedicate alla quarta gamma, con particolare attenzione alla gestione tecnica e nutrizionale della coltura;
  • Davide Parisi per EVJA, che ha illustrato l’utilizzo della piattaforma di intelligenza agronomica applicata alla coltivazione delle baby leaf.

Una sintesi che parte dal suolo

Tra le serre dell’azienda agricola Vita Nuova, passando da microrganismi a biostimolanti, da piattaforme digitali a sensoristica, la Baby Leaf Exhibition ha così confermato la centralità di questo comparto. Un comparto dove la competitività passa sì dalla ricerca e dai mezzi tecnici più evoluti, ma continua a misurarsi, ogni volta, nella capacità di tenere insieme ambiente, coltura e decisioni. E la direzione emersa, in controluce, è chiara: nelle baby leaf non basta intervenire; occorre saper comporre. Suolo, pianta, microclima, nutrizione, difesa e dati devono lavorare entro una stessa architettura tecnica. È lì che si gioca, oggi, la differenza tra una gestione ordinaria e una filiera davvero capace di reggere complessità, qualità e mercato.

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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