La valorizzazione delle varietà autoctone rappresenta una delle direttrici strategiche più significative per la tutela della biodiversità agraria, un processo sostenuto dall’impegno di agricoltori e comunità locali che scelgono di investire nella qualità delle produzioni, nel legame con il territorio e nella conservazione dei saperi agronomici tramandati nel tempo. Emblema di questo percorso è il Peperone di Capriglio, una delle cultivar orticole più antiche e identitarie del Piemonte. Appartenente alla specie Capsicum annuum, viene coltivato da oltre un secolo nel territorio di Capriglio, piccolo comune dell’Astigiano che ne custodisce semi, tecniche colturali e tradizioni produttive.
Si tratta di una varietà locale di medio-piccola pezzatura, considerata una vera e propria “antenata” delle moderne tipologie commerciali. Dal punto di vista fenotipico e genotipico, infatti, il Peperone di Capriglio presenta caratteristiche simili a quelle che, attraverso incroci successivi, hanno portato alla selezione di varietà oggi molto diffuse come il Peperone Quadrato d’Asti e il Peperone di Cuneo.
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Caratteristiche del Peperone di Capriglio
La pianta del Peperone di Capriglio è vigorosa e richiede sostegni lungo i filari e tutori laterali per tutto il ciclo vegetativo, come avviene per gli altri ecotipi locali. Predilige terreni freschi, ben drenati, ricchi di elementi minerali e adeguatamente esposti al sole, condizioni che consentono di esprimere al meglio le sue caratteristiche produttive. La gestione agronomica richiede attenzione costante, dalla fase di allevamento al controllo delle infestanti, con apporti equilibrati di acqua e nutrienti. Il disciplinare impone inoltre il rispetto dei criteri della coltivazione biologica, a garanzia di una produzione sostenibile e coerente con la tradizione locale.
Le bacche, di forma triangolare o cuoriforme e di pezzatura medio-piccola, poco superiore a quella di un pomodoro, si riconoscono per il colore giallo o rosso intenso e brillante. Il tratto distintivo è l’elevato spessore del pericarpo, che conferisce consistenza e rende questo peperone particolarmente adatto alla conservazione. Fondamentale è anche il lavoro di selezione svolto direttamente dagli orticoltori, che individuano le piante migliori per vigoria e qualità dei frutti, ne raccolgono i semi e li coltivano in ambienti isolati. In primavera, dalle nuove piante vengono scelte le bacche più rappresentative, assicurando così la continuità genetica e la fedeltà alle caratteristiche originarie della cultivar. Particolare attenzione anche per la raccolta che avviene al momento ottimale di maturazione, quando colore, consistenza e sapore raggiungono il massimo delle qualità organolettiche. Una volta colte, le bacche vengono attentamente selezionate, calibrate e immesse sul mercato come prodotto fresco, pronto per la tavola dei consumatori.

Il ritorno di un tesoro piemontese
Fino agli anni ’60, il Peperone di Capriglio era uno dei protagonisti dei mercati estivi di Chieri, Asti e Torino, dove riusciva a ottenere prezzi superiori rispetto ai peperoni provenienti dal Cuneese e dal Carmagnolese. La sua diffusione, però, subì un drastico calo quando nelle aziende orticole di Capriglio iniziarono a imporsi varietà ibride dalle bacche più grandi, preferite dai mercati e più facili da coltivare su larga scala. Di conseguenza, la domanda del tradizionale peperone locale diminuì drasticamente, e la coltivazione rimase confinata a piccoli orti familiari, destinata principalmente al consumo domestico e a pochi appassionati conoscitori del prodotto.
La sopravvivenza del Peperone di Capriglio fino ai giorni nostri è quindi merito di pochi coltivatori custodi di questo prezioso patrimonio genetico, che hanno continuato a tramandarne semi e tecniche di coltivazione. Grazie al Presidio Slow Food, la varietà è oggi stata riscoperta e gli orticoltori si sono uniti in associazione per coltivarla secondo la tradizione, ridando vigore e visibilità a questo antico e autentico simbolo dell’Astigiano.
Federica Del Vecchio
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