Biocontrollo: la rivoluzione sostenibile della difesa

Da pratica di nicchia a pilastro della difesa integrata, il biocontrollo sta ridefinendo il modo di proteggere le colture, grazie a un’evoluzione che unisce innovazione tecnologica, nuovi modelli fitopatologici e un mercato in forte crescita

da Ilaria De Marinis

Negli ultimi anni, l’agricoltura sta attraversando una profonda trasformazione, sospinta da sfide globali come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, l’emergere di resistenze agli agrofarmaci e la crescente domanda di alimenti sicuri e sostenibili. In questo contesto, il biocontrollo si sta affermando come una strategia chiave: basato sull’impiego di organismi viventi o sostanze di origine naturale, rappresenta un’alternativa efficace per il controllo di parassiti e malattie delle piante. Da pratica di nicchia, il biocontrollo è infatti diventato oggi un pilastro della difesa integrata, trovando applicazione anche nell’agricoltura convenzionale. Un’evoluzione favorita da un quadro normativo e politico sempre più orientato alla sostenibilità, con iniziative come il Green Deal europeo e la strategia Farm to Fork che puntano a ridurre l’uso di prodotti chimici di sintesi. Parallelamente, anche il mercato e i consumatori premiano sempre più le produzioni sostenibili, senza residui e rispettose dell’ambiente, valorizzando le filiere che adottano pratiche agronomiche innovative e responsabili.

A supportare questa transizione interviene anche l’innovazione tecnologica, che offre formulazioni più stabili, tecniche di applicazione avanzate e soluzioni sempre più competitive sul piano economico. Le biotecnologie, la genomica e l’intelligenza artificiale consentono oggi di individuare e selezionare agenti biologici altamente efficaci e mirati, mentre approcci innovativi come i consorzi microbici selezionati, l’uso di carrier intelligenti, nanotecnologie e gli algoritmi di prescrizione agronomica permettono di integrare il biocontrollo con il digital farming e l’agricoltura di precisione, aumentando l’efficienza degli interventi e la sostenibilità complessiva dell’agroecosistema. 

Il settore è in crescita e quindi attrae forti investimenti: multinazionali dell’agrochimica integrano linee biologiche nelle loro proposte tecniche, mentre numerose startup biotech sviluppano soluzioni ad alto contenuto innovativo. Questo fermento accelera ricerca, sviluppo e diffusione di nuovi prodotti, rendendo il biocontrollo uno dei segmenti più dinamici dell’agritech. Per consolidarne il ruolo, però, serve anche un cambio di paradigma nella gestione fitosanitaria: considerando l’agroecosistema come un sistema vivo e interconnesso, e le piante degli olobionti, riconoscendo il valore delle interazioni tra pianta, microbioma e patobioma nella manifestazione delle malattie e integrando queste conoscenze nelle strategie agronomiche. Solo così il biocontrollo potrà esprimere pienamente il suo potenziale, trasportando l’agricoltura verso modelli più produttivi, resilienti e sostenibili.

Cos’è il biocontrollo: definizione, categorie e meccanismi d’azione 

Il termine biocontrollo indica l’impiego di organismi viventi o di sostanze naturali derivate da essi per contenere parassiti, patogeni e infestanti nelle colture agricole. A differenza dei fitofarmaci chimici di sintesi, agisce tramite meccanismi ecologici o biochimici spesso selettivi, riducendo l’impatto ambientale e favorendo la salute complessiva degli agroecosistemi. Rappresenta un cambio di paradigma, basato sulla comprensione e gestione attiva delle interazioni biologiche che regolano l’agrosistema. Il biocontrollo non punta alla semplice eliminazione del bersaglio – insetto, patogeno o infestante – ma alla regolazione e gestione intelligente ed ecologica degli equilibri naturali, preservando biodiversità e funzioni ecologiche. 

Elemento centrale della difesa integrata (IPM), il biocontrollo può essere combinato con pratiche agronomiche sostenibili, varietà geneticamente resistenti e, quando necessario, interventi chimici mirati e a basso impatto. Secondo la definizione internazionale condivisa, include quattro categorie principali:

  1. microrganismi (virus, batteri, funghi);
  2. macrorganismi (insetti e acari utili, nematodi entomopatogeni);
  3. sostanze naturali (estratti vegetali, sostanze di base);
  4. semiochimici (molecole naturali per la comunicazione tra insetti).

Altri approcci integrati comprendono l’uso di PGPR (Plant Growth-Promoting Rhizobacteria), microrganismi che, pur non agendo direttamente sul patogeno, migliorano sviluppo e resistenza delle colture, aumentando la loro competitività.

Di seguito una breve panoramica delle varie categorie di agenti di biocontrollo, senza entrare nello specifico di specie, ceppi, formulazioni o meccanismi molecolari, con l’obiettivo di offrire un’idea della vasta varietà e flessibilità delle soluzioni oggi disponibili. 

Il biocontrollo microbico rappresenta una delle frontiere più promettenti dell’agricoltura moderna, ormai parte integrante e consolidata della difesa integrata.
Batteri, funghi, virus e lieviti sono impiegati non solo per il controllo di malattie e parassiti, ma anche per la biofertilizzazione e la biostimolazione, migliorando la crescita e la resistenza delle colture agli stress.

I virus più utilizzati sono i Baculovirus, altamente specifici, ma a lenta azione e di conseguenza efficaci se applicati precocemente e protetti dalla luce UV.
Questi si distinguono in:

  • Alphabaculovirus e Betabaculovirus (attivi contro lepidotteri);
  • Gammabaculovirus (imenotteri);
  • Deltabaculovirus (ditteri).

Tra i batteri, oltre ai numerosi ceppi di Bacillus (come B. subtilis, B. amyloliquefaciens, B. firmus, B. pumilus), spicca Bacillus thuringiensis, ampiamente impiegato per il controllo degli insetti.
Altri generi di rilievo includono:

  • Pseudomonas spp. (es. P. fluorescens, P. protegens);
  • Streptomyces spp. per la loro capacità antibiotica;
  • Pantoea agglomerans, usata contro il colpo di fuoco;
  • Burkholderia e Paraburkholderia, che mostrano potenziale, ma sollevano attenzione normativa.

Nel gruppo di funghi, oomiceti e lieviti, si annoverano invece:

  • Trichoderma spp., un pilastro nella difesa contro marciumi radicali (grazie al micoparassitismo, produzione di enzimi litici e induzione di resistenza – ISR);
  • Pythium oligandrum, che stimola la resistenza tramite oligandrina,
  • Ampelomyces quisqualis, micoparassita dell’oidio,
  • Coniothyrium minitans (Paraconiothyrium) attivo contro Sclerotinia.

Più in generale, i funghi entomopatogeni come Beauveria bassiana, Metarhizium spp. e Lecanicillium muscarium sono efficaci contro tripidi, afidi, aleurodidi, e – in condizioni di elevata umidità – possono anche limitare gli acari fitofagi.

I lieviti come Candida oleophila, Aureobasidium pullulans e, in alcuni casi, Saccharomyces cerevisiae, sono impiegati in post-raccolta, ad esempio per controllare Botrytis e Penicillium. Infine, nel biocontrollo dei nematodi fitoparassiti si distinguono per la loro efficacia biologica Purpureocillium lilacinum, Pochonia chlamydosporia e Pasteuria nishizawae.

I macrorganismi comprendono acari predatori e insetti utili. Tra questi si possono citare Phytoseiulus persimilis per il controllo del ragnetto rosso, Amblyseius swirskii efficace contro tripidi e aleurodidi, Neoseiulus cucumeris mirato soprattutto ai tripidi.
Sia in pieno campo che in ambiente protetto, il controllo biologico mediante predatori e parassitoidi ha mostrato risultati particolarmente promettenti nella gestione di diversi fitofagi. Tra i predatori, si segnalano con efficacia Anthocoris nemoralis, impiegato con successo contro la psilla del pero, e specie del genere Orius, ampiamente utilizzate per il contenimento dei tripidi, soprattutto in colture orticole e floricole.
Un altro gruppo di utili alleati è rappresentato dai crisopidi, in particolare Chrysoperla carnea, le cui larve sono attive predatrici di afidi, così come il miride Macrolophus caliginosus, noto per la sua polifagia e la capacità di attaccare aleurodidi, afidi e microlepidotteri, tra cui Tuta absoluta. Specializzazione ancora maggiore si riscontra nelle larve di Aphidoletes aphidimyza, che si nutrono esclusivamente di afidi, offrendo un elevato grado di selettività nell’intervento.
A questi si aggiungono i sirfidi, insetti doppiamente utili: in fase adulta svolgono un importante ruolo nell’impollinazione, mentre allo stadio larvale consumano grandi quantità di afidi, contribuendo così alla regolazione naturale delle popolazioni.

A fornire un contributo rilevante anche le coccinelle: Adalia bipunctata e Coccinella septempunctata – per esempio – sono specie afidofaghe molto efficaci, mentre Cryptolaemus montrouzieri è specificamente impiegata per il contenimento delle cocciniglie cotonose. Per quanto riguarda il controllo degli acari fitofagi, si segnala infine Stethorus punctillum, un coleottero predatore che agisce in modo complementare ai fitoseidi, rafforzando le strategie di biocontrollo integrato.
Accanto ai predatori, un ruolo fondamentale è poi svolto dagli insetti parassitoidi, capaci di ridurre in modo mirato le popolazioni dei fitofagi ospiti. Tra i più utilizzati si annoverano:
Aphidius colemani, parassitoide di afidi;
Encarsia formosa ed Eretmocerus mundus, efficaci contro aleurodidi;
Diglyphus isaea, impiegato contro i minatori fogliari;
Trichogramma brassicae, utilizzato per il contenimento di lepidotteri fitofagi.

D’altra parte, tra  macrorganismi rientrano anche i nematodi entomopatogeni (Steinernematidae, Heterorhabditidae), in simbiosi con batteri (Xenorhabdus, Photorhabdus), che dopo aver penetrato l’insetto rilasciano i simbionti trasformando i tessuti in nutrimento. Per citare qualche esempio, specie come S. carpocapsae, H. bacteriophora e Phasmarhabditis hermaphrodita sono utilizzate contro larve di coleotteri, sciaridi, grillotalpa e molluschi.

Passando alle sostanze naturali impiegate nel biocontrollo, un ruolo di primo piano è ricoperto dai botanicals – estratti o composti di origine vegetale – che trovano applicazione come bioinsetticidi, biofungicidi, bioerbicidi o regolatori naturali della crescita. Questi composti, biodegradabili e rinnovabili, si distinguono per i loro meccanismi d’azione complessi, in grado di ridurre sensibilmente il rischio di sviluppo di resistenze da parte dei patogeni o parassiti bersaglio. Un esempio emblematico è il piretro, estratto dai capolini essiccati di Chrysanthemum cinerariaefolium, largamente utilizzato come insetticida ad ampio spettro. Analoga rilevanza ha l’olio di neem, derivato da Azadirachta indica, noto per la sua azione antifeeding e per la capacità di interferire nei processi fisiologici degli insetti.
Accanto a questi, nella difesa naturale delle colture trova impiego anche un’ampia gamma di oli essenziali, ottenuti da piante aromatiche come rosmarino, timo, chiodi di garofano, cannella, aglio e citronella. Questi estratti, ricchi di composti volatili, esplicano un’azione sinergica come insetticidi, fungicidi ed erbicidi naturali, ampliando così le possibilità applicative dei botanicals.
Se ci si concentra in particolare sull’attività antifungina, prodotti come l’olio di tea tree e l’estratto di Reynoutria sachalinensis hanno mostrato notevole efficacia contro patogeni come Fusarium, Xanthomonas e Botrytis, trovando spazio sia nella pratica agricola biologica che in quella integrata.
Nel controllo delle infestanti, invece, l’attenzione si è spostata verso soluzioni a base di oli essenziali (come cannella e lemon grass) e acidi grassi naturali – tra cui acido pelargonico, acido caprilico e acido caprico – capaci di agire in modo selettivo sulle malerbe a foglia larga, riducendo al contempo l’impatto ambientale. Alcune di queste sostanze, pur non essendo formalmente registrate come fitosanitari, possono essere utilizzate legalmente in agricoltura grazie alla classificazione dell’Unione Europea come “sostanze di base”. È il caso dell’estratto di Equisetum arvense (comunemente noto come “coda di cavallo”), ricco di composti fenolici e silice, noti per il loro effetto rinforzante sulle difese endogene delle piante.
Chiude il quadro delle sostanze naturali di maggiore interesse per il biocontrollo il chitosano, un polisaccaride ottenuto dalla deacetilazione della chitina presente in funghi e artropodi. Oltre ad avere attività antimicrobica diretta, il chitosano si comporta anche da elicitore, stimolando le risposte immunitarie della pianta e contribuendo alla sua protezione da numerosi agenti patogeni.

Infine, tra i mezzi a disposizione rientrano i semiochimici, in particolare i feromoni sessuali, utilizzati per il monitoraggio, la cattura massale e la confusione sessuale. Questi composti influenzano il comportamento riproduttivo degli insetti, consentendo un controllo mirato di fitofagi specifici, come Lobesia botrana nella vite o Cydia pomonella nelle pomacee. 

Il mercato globale del biocontrollo: numeri, geografie e traiettorie

Negli ultimi dieci anni, il mercato del biocontrollo ha conosciuto una crescita costante, affermandosi come uno dei segmenti più dinamici dell’agrochimica globale. Secondo le più recenti analisi di mercato, il settore ha superato abbondantemente i 4 miliardi di dollari. Le proiezioni indicano un’espansione oltre i 15 miliardi di dollari entro il 2029, con un tasso annuo di crescita (CAGR) che, rispetto a una stima precedente del 15-17%, si attesta oggi intorno all’11-12%. 

Biocontrollo fig 3 sellitto (1)Si tratta comunque di una traiettoria che corrisponde a un CAGR a doppia cifra, ben superiore a quello dei prodotti fitosanitari convenzionali, ormai maturi o stagnanti in molti mercati. Un risultato notevole per un settore che, fino al 2010, non aveva ancora raggiunto il miliardo di dollari di vendite globali. Tale rallentamento nella crescita è particolarmente evidente in mercati come Stati Uniti/Canada ed Europa occidentale, dove il biocontrollo sta raggiungendo una fase di maggiore maturità. Al contrario, regioni come l’America Latina (LATAM) continuano a registrare un’espansione sostenuta, con proiezioni che indicano un tasso di crescita intorno al 15% annuo fino al 2029.
Accanto alle dinamiche territoriali, anche la composizione del mercato per tipologia di prodotto rivela tendenze consolidate. I prodotti microbici e biochimici continuano infatti a rappresentare il cuore del comparto, generando oltre il 90% delle entrate globali. All’interno di questo scenario, bioinsetticidi e biofungicidi costituiscono i principali segmenti d’uso, concentrando più del 70% del fatturato. In forte espansione è poi il segmento dei bionematocidi, trainato in particolare dall’adozione di questi prodotti nelle colture a filare dell’America Latina.

A livello globale, l’Europa emerge come principale motore della domanda di biocontrollo, sostenuta da normative ambientali e politiche agricole volte a ridurre l’impiego di sostanze chimiche di sintesi. Seguono il Nord America, dove startup e aziende biotech promuovono soluzioni innovative soprattutto nei comparti orticolo, frutticolo e viticolo, e l’America Latina, con Brasile, Messico, Cile e Colombia protagonisti di una crescita accelerata per rispondere alle esigenze dei mercati internazionali. Spostandosi nell’area Asia-Pacifico, invece, Cina e India stanno iniziando a investire in regolamentazione e sviluppo, mentre Giappone, Corea del Sud e Australia consolidano l’impiego del biocontrollo in colture specializzate e ambienti protetti. 

Ostacoli e potenzialità del biocontrollo

Nonostante l’interesse crescente, lo sviluppo del biocontrollo in Europa potrebbe essere ben più significativo. Il principale ostacolo resta di natura regolatoria: procedure concepite per le molecole chimiche si adattano con difficoltà alla complessità dinamica degli organismi vivi. Nel Vecchio continente, infatti, l’iter autorizzativo può superare gli otto anni, comportando costi elevati che scoraggiano le piccole e medie imprese e rallentano l’innovazione. Diversamente, in Paesi come Stati Uniti o Brasile, l’approvazione richiede meno di due anni, assicurando una maggiore competitività. Oltre alle criticità normative, non mancano le difficoltà tecniche e operative: il biocontrollo richiede un approccio olistico, condizioni ambientali favorevoli e competenze agronomiche specialistiche. A questo si aggiunge la necessità di una gestione attenta, legata alla natura viva di molti prodotti microbiologici, che impone particolari cautele in fase di conservazione e distribuzione. Resta infine una barriera culturale: molti operatori percepiscono il biocontrollo come meno efficace o più oneroso, con benefici – come il miglioramento della biodiversità o la riduzione dei residui – meno immediati e difficilmente traducibili in termini economici.

Conclusioni

Riducendo al minimo resistenze e impatto ambientale, il futuro del biocontrollo microbico sarà guidato da tecnologie avanzate come genomica, metagenomica, consorzi microbici, RNA interferente e CRISPR, capaci di individuare e potenziare ceppi mirati, ampliare lo spettro d’azione e minimizzare effetti collaterali. L’integrazione con l’agricoltura digitale – sensori, droni, algoritmi predittivi e sistemi di supporto decisionale – permetterà applicazioni tempestive, localizzate e ottimizzate. Ma il vero cambiamento è culturale: la pianta deve essere vista come un olobionte, in equilibrio con il microbioma dell’ospite, quello del suolo e il patobioma, all’interno di un agroecosistema vivo e interconnesso. In questa prospettiva, il biocontrollo diventa regolazione e stimolo di resilienza, non solo difesa. Per realizzare questo potenziale, però, servono norme dedicate, iter rapidi per agenti a basso rischio, armonizzazione internazionale, formazione e investimenti, così da passare da un approccio “chimico-centrico” a uno “biologico-centrico”, capace di unire innovazione, sostenibilità e competitività.

 

A cura di: Vincenzo Michele Sellitto – Agronomo, Accademico dei Georgofili, Professore associato Università di Timisoara
© fruitjournal.com

Articoli Correlati