Ernia del cavolo: come riconoscerla e prevenirla 

Provocata dal fungo Plasmodiophora brassicae Woronin, questa avversità può colpire le principali colture orticole. Quali strategie adottare per prevenirla

da Federica Del Vecchio

Diffusa soprattutto nelle regioni a clima temperato, l’ernia del cavolo è una malattia fungina particolarmente insidiosa. L’agente responsabile è il fungo terricolo Plasmodiophora brassicae Woronin, appartenente alla famiglia delle Plasmodiophoridae, un gruppo di organismi affini ai mixomiceti. Questo patogeno è in grado di infettare oltre 300 specie vegetali, tra cui importanti orticole come cavolo, cavolfiore, broccolo e rapa, oltre a diverse specie ornamentali come Cheiranthus, Lunaria e Matthiola.

La malattia si manifesta prevalentemente sulle radici e, più raramente, alla base del fusto, con deformazioni caratteristiche chiamate ernie. Le malformazioni variano per dimensione e aspetto in base alla specie colpita: nelle fasi iniziali si presentano piccole, isolate e di colore biancastro, ma con il tempo aumentano di volume e diventano brunastre. Nei casi più gravi, le ernie possono fessurarsi e marcire, anche a causa di infezioni secondarie provocate da altri funghi o batteri. La presenza del patogeno nel terreno può ridurre drasticamente la produttività agricola per molti anni, rendendo fondamentale un’attenta strategia di prevenzione e gestione delle coltivazioni.

Il patogeno alla base dell’ernia del cavolo

A differenza dei funghi comuni, non si sviluppa tramite ife filamentose, ma attraverso plasmodi, masse citoplasmatiche polinucleate prive di forma definita. Quando queste strutture raggiungono la maturità, originano spore resistenti, capaci di sopravvivere nel terreno per oltre dieci anni in attesa di nuove piante ospiti. L’infezione ha inizio con la formazione delle zoospore, cellule mobili provviste di due flagelli che si muovono nell’acqua del terreno fino a raggiungere i peli radicali delle piante recettive. Qui penetrano nei tessuti, iniettando il loro contenuto protoplasmatico e avviando il processo infettivo. All’interno delle radici, il fungo si moltiplica formando nuovi plasmodi, che stimolano le cellule vegetali a produrre rigonfiamenti tumorali.

Quando le radici infette marciscono, le spore di resistenza vengono liberate nel terreno, mantenendo viva la capacità di infettare per lungo tempo. La diffusione del patogeno è favorita da terreni contaminati, dal movimento dell’acqua o del vento e dall’uso di letame infetto come concime. Il fungo trova condizioni ideali di sviluppo in terreni umidi e poco acidi, con bassa presenza di calcio, alto contenuto di potassio e temperature comprese tra 10 e 30 °C. Questi fattori rendono difficile l’eradicazione del patogeno e spiegano la sua ampia diffusione nelle aree temperate.

Sintomi visibili

L’infezione colpisce soprattutto le piante giovani, che nei primi stadi mostrano foglie basali dal colore verde pallido o giallastro. Con il progredire della malattia, le piante iniziano ad avvizzire nelle ore più calde della giornata, per poi riprendersi temporaneamente durante la notte. Questo sintomo, tuttavia, è piuttosto generico e può essere confuso con altre fisiopatie: per una diagnosi certa è necessario estirpare la pianta e osservare le radici.

Sotto terra, l’attacco del fungo si manifesta in modo evidente. Le zoospore biflagellate penetrano attraverso i peli radicali, provocando la formazione di rigonfiamenti biancastri di forma fusiforme o clava, simili a piccole escrescenze tumorali. Col passare del tempo, queste strutture si scuriscono e marciscono, spesso a causa di infezioni secondarie di altri patogeni.

La riduzione della funzionalità delle radici compromette l’assorbimento di acqua e nutrienti, provocando ingiallimento e appassimento della parte aerea della pianta. Nei casi più gravi, la malattia può portare alla perdita totale del raccolto, rendendo vano l’intero ciclo colturale.

ernia del cavolo

Galle sulle radici del cavolo causate da Plasmodiophora brassicae. Fonte: EPPO

Prevenzione e pratiche di controllo

La lotta all’ernia del cavolo si basa soprattutto sulla prevenzione, poiché una volta che il fungo è presente nel terreno, eliminarlo diventa estremamente difficile. Per ridurre il rischio di infezione, gli esperti consigliano di adottare una serie di buone pratiche agronomiche. Prima di tutto, è importante correggere l’acidità del terreno: se il pH scende sotto il valore di 6, è utile apportare sostanze calcaree per riportarlo a livelli più neutri. Occorre inoltre evitare ristagni idrici e rimuovere le crucifere spontanee, che possono fungere da serbatoio del patogeno. Un’attenta osservazione periodica delle colture permette di individuare tempestivamente i primi sintomi della malattia e limitare la diffusione. È inoltre consigliato l’uso di varietà resistenti e l’applicazione di rotazioni colturali ampie, evitando di coltivare crucifere nello stesso terreno per almeno 4-6 anni.

In definitiva, conoscere a fondo il patogeno e le sue modalità di diffusione rappresenta il punto di partenza per ridurre l’impatto sulle coltivazioni. Solo attraverso una gestione agronomica attenta e consapevole è possibile contenere i danni e assicurare produzioni sane, salvaguardando al tempo stesso il ruolo delle crucifere nel panorama orticolo italiano. Tuttavia, il vero passo avanti arriverà dalla capacità del settore di coniugare sostenibilità e innovazione, integrando nuove tecniche e conoscenze per affrontare con efficacia le sfide fitosanitarie del futuro. 

Federica Del Vecchio
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