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Quando si parla di tripidi del pomodoro, generalmente il riferimento è a Frankliniella occidentalis o Thrips tabaci, insetti fitofagi che, attraverso le loro punture di suzione, danneggiano direttamente i tessuti vegetali e fungono da vettori per virus fitopatogeni che possono compromettere seriamente la coltura. I tripidi, infatti, rappresentano una delle principali avversità per la coltura, sia in serra che in campo aperto. Questi insetti sono favoriti da un ciclo vitale rapido, che consente loro di sviluppare resistenze ai prodotti fitosanitari e di proliferare rapidamente in condizioni favorevoli, rendendone la gestione particolarmente complessa.
Tripidi del pomodoro: danni diretti e indiretti
I danni causati dai tripidi del pomodoro possono essere distinti in diretti e indiretti. I primi derivano dall’alimentazione degli insetti, che perforano l’epidermide delle foglie, dei fiori e dei frutti per nutrirsi della linfa. Questo provoca necrosi localizzate, deformazioni nei tessuti vegetali e cicatrici che compromettono la qualità e la commerciabilità del pomodoro. Inoltre, i fiori colpiti possono andare incontro ad aborto, riducendo significativamente la produttività della pianta.
I danni indiretti, invece, sono legati alla capacità dei tripidi di trasmettere virus fitopatogeni. Tra i più temuti vi è il Tomato Spotted Wilt Virus (TSWV), che provoca sintomi come macchie clorotiche, necrosi e deformazioni fogliari, compromettendo la vitalità della pianta e riducendo drasticamente la resa produttiva. Negli ultimi anni, l’emergere di ceppi di TSWV, denominati Resistance Breaking (RB), capaci di superare le resistenze genetiche, ha reso ancora più urgente l’adozione di strategie di controllo efficaci.
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Lesioni necrotiche che ricoprono la foglia. Frankliniella occidentalis (tripidi)
Strategie di monitoraggio e controllo integrato
Una gestione efficace dei tripidi richiede un monitoraggio attento e continuo durante tutto il ciclo colturale. L’osservazione regolare delle piante permette infatti di individuare tempestivamente i primi segni di infestazione, consentendo interventi mirati. In particolare, un buon alleato è rappresentato dall’uso di trappole cromotropiche gialle e blu che consentono di individuare tempestivamente le popolazioni e intervenire prima che i danni diventino significativi.
Tra le strategie di controllo integrato, pratiche agronomiche come la rimozione dei residui colturali e la rotazione con specie meno suscettibili possono contribuire a ridurre le popolazioni di tripidi. Altrettanto efficace può risultare l’impiego di insetti antagonisti, come Orius spp. e Amblyseius swirskii, sempre più utilizzati nelle coltivazioni biologiche e integrate.
Per quanto concerne la lotta chimica, l’uso di agrofarmaci deve essere gestito con attenzione per evitare lo sviluppo di resistenze. È dunque fondamentale alternare principi attivi con meccanismi d’azione differenti e applicare i trattamenti solo in caso di superamento delle soglie di intervento. Recentemente, biopesticidi a base di funghi entomopatogeni (Beauveria bassiana) e di estratti vegetali stanno emergendo come soluzioni alternative a basso impatto ambientale.
Prospettive future nella difesa fitosanitaria
Oggi, la gestione di questi insetti e la crescente minaccia rappresentata dai ceppi RB di TSWV rendono sempre più urgente lo sviluppo di varietà di pomodoro con resistenze più efficaci. L’integrazione di metodi biologici, come l’uso di predatori naturali e bioinsetticidi, apre scenari promettenti per una difesa sostenibile, riducendo la dipendenza dai prodotti chimici e preservando l’equilibrio dell’agroecosistema. Tuttavia, questo non basta. Di qui ai prossimi anni, sarà infatti necessario poter contare su nuove varietà geneticamente resistenti ai virus trasmessi dai tripidi e tecnologie innovative come il rilascio controllato di feromoni per la confusione sessuale e l’uso di droni per il monitoraggio delle popolazioni.
Quello che occorre è dunque un approccio olistico, capace di integrare diverse strategie di difesa per il controllo di questi insetti: solo unendo monitoraggio, ricerca, lotta biologica e pratiche agronomiche sostenibili sarà possibile ridurre l’impatto di questi parassiti, garantendo rese elevate e prodotti di qualità.
Ilaria De Marinis
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