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- In funzione del tema trattato, è bene partire dalle diverse definizioni di suolo.
- Inoltre, la superficie complessiva, in Italia, delle aree a pericolosità da frane PAI e delle aree di attenzione è pari a 59.981 km2, ossia il 19,9% del territorio nazionale.
- Coltivare la stessa coltura sullo stesso suolo per svariati anni porta all’insorgenza delle allelopatie, sostanze chimiche non nutrizionali, che vengono prodotte dal metabolismo secondario di un organismo e che agiscono sulla crescita di altre specie in modo negativo.
- È doveroso ricordare che la sostanza organica contribuisce alla biodiversità del suolo fungendo da serbatoio dei nutrienti presente nel terreno ed è inoltre la principale responsabile della fertilità del suolo.
- Ultimo aspetto, ma non per importanza, riguarda l’importanza del carbonio organico come fonte di cibo a disposizione degli organismi viventi nel terreno, senza il quale si andrebbe a ridurre la biodiversità del suolo.
- È risaputo che le lavorazioni, specie quelle che tendono ad affinare il terreno o spesso a polverizzarlo, aumentano i normali processi di mineralizzazione della sostanza organica, la quale già precariamente presente tende a diminuire drasticamente, il tutto aumentato dal riscaldamento globale del pianeta.
- La non-lavorazione, sempre per gli arboreti, evita l’erosione del suolo soprattutto in situazioni di acclività.
- Anche le consociazioni sono utili, proprio perché la competizione e la complementarità tra piante opportunamente selezionate e consociate rafforza la stabilità generale del sistema, aumentando peraltro di gran lunga la resistenza nei confronti di parassiti, patogeni e malerbe.
Dal 2014, il 5 dicembre ricorre la Giornata mondiale del suolo. Con l’agronomo Thomas Vatrano, approfondiamo salvaguardia e importanza del suolo per lo sviluppo e il mantenimento della vita sulla terra.
In funzione del tema trattato, è bene partire dalle diverse definizioni di suolo.
Da un punto di vista geografico, è considerato lo strato superficiale che ricopre la crosta terrestre, pedologicamente viene considerato non solo come una superficie, ma come il composto di quella miscela estremamente variabile di sostanza organica e minerale che permette la vita di piante e animali.
Dal punto di vista agronomico, vi è un’altra accezione che è racchiusa nei primi strati del terreno, il primo orizzonte, definito anche strato fertile, quello in cui vi si dovrebbero concentrare i nutrienti più importanti per la vita delle piante, nonché la frazione più nobile della sostanza organica, definita humus, componente organica non-cristallina costituita in maggiore percentuale da C e O e in quantità minore da H e N.

Nel Rapporto del 2018 sul dissesto idrogeologico in Italia, a cura dell’ISPRA, rientriamo tra i Paesi europei maggiormente interessati da fenomeni franosi, con 620.808 frane che interessano un’area di 23.700 km2, pari al 7,9% del territorio nazionale. Tali dati sono stati estrapolati dall’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia e sembra che un terzo del totale delle frane siano fenomeni a cinematismo rapido (crolli, colate rapide di fango e detrito), caratterizzati da velocità elevate, fino ad alcuni metri al secondo e da elevata distruttività, spesso con gravi conseguenze in termini di perdita di vite umane.
Inoltre, la superficie complessiva, in Italia, delle aree a pericolosità da frane PAI e delle aree di attenzione è pari a 59.981 km2, ossia il 19,9% del territorio nazionale.
Analizzando la situazione da un’altra angolazione, ossia dal punto di vista agronomico, lo scenario non diventa più incoraggiante. È noto da tempo ormai come i terreni agrari appaiano stanchi, con percentuali di sostanza organica e carbonio organico irrisori con ripercussioni negative sia sulla fertilità, che nelle produzioni agrarie. Il depauperamento della sostanza organica ha origini lontane, proprio da quando l’avvento della meccanizzazione agricola ha incentivato l’estensivizzazione, la monocoltura e il massiccio utilizzo di concimi chimici, nonché una errata gestione delle lavorazioni.
Coltivare la stessa coltura sullo stesso suolo per svariati anni porta all’insorgenza delle allelopatie, sostanze chimiche non nutrizionali, che vengono prodotte dal metabolismo secondario di un organismo e che agiscono sulla crescita di altre specie in modo negativo.
Le lavorazioni rivestono un ruolo importante per qualsiasi coltura, ma se eseguite in modo irrazionale possono dar luogo ad una serie di problematiche secondarie, come il compattamento della struttura e l’erosione. La prima avviene esercitando forti pressioni sul suolo oppure a causa di alcune lavorazioni che perpetrate nel tempo causano la famosa “suola di compattazione”, andando ad impattare negativamente sulle proprietà fisiche del terreno come la porosità o la permeabilità. Successivamente entra in gioco l’erosione, (e il ruscellamento) ad opera dell’acqua piovana, la cui azione sul terreno porta ad un allontanamento dello strato attivo con conseguente trasporto di sostanza organica e nutrienti.
È doveroso ricordare che la sostanza organica contribuisce alla biodiversità del suolo fungendo da serbatoio dei nutrienti presente nel terreno ed è inoltre la principale responsabile della fertilità del suolo.
Il carbonio organico implementa la struttura del suolo, ne migliora l’ambiente fisico e favorisce l’approfondimento delle radici.
La sostanza organica apporta notevoli vantaggi tra cui: assorbe l’acqua (nella misura di sei volte rispetto al proprio peso), migliora la struttura, riduce la suscettibilità a compattazione, erosione e smottamenti. Inoltre, un’altra importante proprietà dei suoi colloidi organici è quella di fungere da aggregante, andando a formare i glomeruli e contribuendo ad evitare la disgregazione della struttura, soprattutto in terreni come quelli sabbiosi, destrutturizzati.
Oltre a ciò, la decomposizione della sostanza organica ha un’azione acidificante nel terreno, dovuta probabilmente alla nitrificazione dello ione ammonio e alla presenza di acidi organici durante la decomposizione del materiale organico stesso.
Ultimo aspetto, ma non per importanza, riguarda l’importanza del carbonio organico come fonte di cibo a disposizione degli organismi viventi nel terreno, senza il quale si andrebbe a ridurre la biodiversità del suolo.
Nella valutazione dei piani di concimazione spesso ci si imbatte nel rapporto C/N, ossia la quantità di carbonio organico e di azoto organico, il cui valore indica se in un terreno l’azoto viene mineralizzato velocemente o se, al contrario, è immobilizzato e quindi scarsamente viene ceduto. Nella maggior parte dei casi l’azoto viene mineralizzato velocemente, proprio a causa dell’intensificazione delle colture che nel corso degli anni è andata via via crescendo, prediligendo per comodità concimi chimici e tralasciando l’incorporamento di sostanza organica nel terreno.
È risaputo che le lavorazioni, specie quelle che tendono ad affinare il terreno o spesso a polverizzarlo, aumentano i normali processi di mineralizzazione della sostanza organica, la quale già precariamente presente tende a diminuire drasticamente, il tutto aumentato dal riscaldamento globale del pianeta.
Quindi, cosa bisogna fare per salvaguardare la “vita” dei nostri suoli?
Il miglior modo per salvaguardare il suolo è quello di creare una alterazione minima, utilizzando tecniche quali la tecnica su sodo o la lavorazione ridotta al fine di preservare la strutta e la dotazione di sostanza organica. Nel caso delle colture arboree una buona pratica è quella dell’inerbimento (in foto), interrompendolo con la trinciatura del cotico erboso nei periodi primaverili estivi, soprattutto nei climi dell’Italia meridionale.

La trinciatura, oltre a riportare sostanza organica al suolo, crea un effetto pacciamante dato dal materiale vegetale che si sovrappone su se stesso. Oltre a ciò, il cotico erboso trattiene i nitrati, frazione azotata ad alto rischio di lisciviazione vista la sua alta mobilità nel suolo, essendo di natura elettro-negativa e pertanto non trattenuta dalla matrice terrosa.
La non-lavorazione, sempre per gli arboreti, evita l’erosione del suolo soprattutto in situazioni di acclività.
Negli oliveti è buona prassi la trinciatura dei residui colturali (in foto), i quali lasciati sul terreno (non lavorato) proteggono lo stesso dai processi erosivi, assorbendo l’acqua piovana e rallentandone la velocità in presenza di piogge intense. È buona norma lasciarli in superficie, evitando di interrarli, visto l’alto contenuto di polifenoli e col tempo verranno disgregati ad azione delle variabili climatiche, di organismi e microrganismi presenti nell’ecosistema, con il nobile fine di integrare lautamente il terreno di sostanza organica stabile.

Altra operazione colturale valida a preservare la fertilità del terreno è la ripuntatura, una fessurazione del terreno in senso verticale senza che vi sia un rivoltamento del terreno o una polverizzazione, aumentando l’ossigenazione nel caso di terreni asfittici e rompendo la “suola di compattazione” in caso di terreni sottoposti ad eccessiva lavorazione. Inoltre tale pratica consente un migliore approfondimento e riserva di acqua piovana, lo sgrondo della stessa, nonché l’approfondimento delle radici.
Anche le consociazioni sono utili, proprio perché la competizione e la complementarità tra piante opportunamente selezionate e consociate rafforza la stabilità generale del sistema, aumentando peraltro di gran lunga la resistenza nei confronti di parassiti, patogeni e malerbe.
I terrazzamenti sono una sistemazione del terreno in forte pendenza, costituiti da una serie di aree piane costruite lungo le curve di livello ad intervalli idonei e sostenute da muretti in pietra, utilizzate per consentirne la coltivazione, limitando cosi anche fenomeni di ruscellamento o aumentare la capacità idrica del suolo.
A causa dei cambiamenti climatici, che inducono una instabilità dei fenomeni meteorici (e non solo) a livello locale, dovremo essere in grado di abituarci a tale situazione e a mettere in atto strategie in grado di salvaguardare i suoli e le colture.
A cura di: Thomas Vatrano
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