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In un Paese dove il lavoro giovanile resta il tallone d’Achille dell’economia, il settore primario sorprende. Secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat, nel secondo trimestre del 2025, gli under 35 occupati in agricoltura sono 122 mila, con un incremento del 18% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Un dato che non solo inverte una tendenza pluriennale, ma che riporta l’agricoltura al centro del discorso economico nazionale: non più come comparto residuale, bensì come terreno di sperimentazione per un nuovo modo di intendere il lavoro, la produzione e la sostenibilità.
E c’è di più: i giovani che scelgono la terra non lo fanno per necessità, ma per convinzione: cercano autonomia, concretezza, e un legame diretto tra ciò che fanno e ciò che producono.
L’agricoltura del Sud traino del cambiamento
È nel Sud che questo rinnovamento si manifesta con maggiore evidenza. Sicilia, Puglia e Campania guidano la classifica delle regioni con più imprese agricole condotte da under 35 – oltre 15 mila sulle circa 50 mila attive in Italia – confermando che la nuova imprenditoria agricola ha radici profonde e diffusa consapevolezza.
In queste aree, il costo più accessibile della terra, la forza delle filiere locali e la presenza di tradizioni agricole ancora vive favoriscono la nascita di nuove imprese. Ma ciò che cambia davvero è l’approccio: i giovani agricoltori progettano aziende multifunzionali, capaci di integrare produzione, trasformazione e turismo rurale; adottano modelli economici che coniugano sostenibilità ambientale, identità territoriale e competitività.
La campagna non è più sinonimo di periferia, ma di impresa moderna e connessa: un laboratorio dove la tradizione si misura con il mercato e l’innovazione si traduce in valore.
Dalla manualità alla gestione dei dati
Le aziende agricole guidate da giovani, secondo Coldiretti, hanno una produttività media fino al 30% superiore rispetto a quelle tradizionali. Un vantaggio che deriva non solo dalla maggiore specializzazione tecnica, ma anche dall’uso sistematico delle tecnologie digitali: sensori per la gestione idrica, droni per il monitoraggio fitosanitario, software per l’analisi dei dati e la pianificazione colturale.
Il risultato è un’agricoltura più efficiente, più sostenibile e più consapevole dei propri numeri. Nelle imprese condotte da under 35, la dimensione manuale del lavoro non scompare, ma si arricchisce di strumenti e linguaggi nuovi: la raccolta manuale convive con l’algoritmo, il campo diventa spazio di ricerca e di investimento.
È questo connubio – tra tradizione operativa e precisione scientifica – a rendere l’agricoltura una delle poche frontiere ancora aperte all’imprenditorialità giovanile.

Un sistema che non cambia abbastanza
Eppure, le difficoltà restano. L’entusiasmo dei numeri non cancella la complessità di un settore che continua a scontrarsi con tre ostacoli strutturali: accesso al credito, disponibilità di terra e burocrazia.
Le banche guardano ancora all’agricoltura con logiche industriali, chiedendo garanzie che pochi giovani possono offrire; la proprietà fondiaria resta concentrata e poco fluida, ostacolando l’ingresso di nuove generazioni; la burocrazia, infine, continua a rappresentare un costo di tempo e risorse che vanifica spesso gli incentivi pubblici.
A riguardo è intervenuto il segretario generale di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo che ha sottolineato come “I segnali positivi e la tenacia mostrata dai giovani agricoltori devono spingere l’Europa ad allentare una burocrazia che frena gli insediamenti agricoli”.
Un capitale umano da non disperdere
Dietro le cifre si nasconde poi la sostanza di una trasformazione culturale. I giovani che scelgono l’agricoltura non appartengono più a un’unica genealogia familiare: arrivano da percorsi diversi, portano con sé competenze manageriali, visione digitale, capacità di costruire reti e racconti.
Le loro imprese non si limitano a produrre alimenti, ma generano servizi, cultura, comunità. In molti casi diventano presidi territoriali che rallentano lo spopolamento, valorizzano il paesaggio e creano economia diffusa.
Come riportato dal presidente Ettore Prandini, “i giovani agricoltori italiani stanno dimostrando che innovazione e passione possono trasformare un settore tradizionale. È necessario sostenerli con prospettive di reddito e condizioni eque lungo le filiere”.
La crescita del 18% degli occupati under 35, infatti, non è soltanto un indicatore positivo: è un messaggio. Significa che, in un Paese disorientato dalla precarietà, l’agricoltura torna a essere un luogo di costruzione e non di attesa.
Perché la terra, oggi, non è il passato che resiste, ma il futuro che si radica. E se l’Italia saprà riconoscere in questi 122 mila giovani non una parentesi ma una strategia, allora l’agricoltura potrà davvero rappresentare una frontiera di sviluppo e di civiltà.
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Ilaria De Marinis
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