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C’è una malattia che, più di ogni altra, incute timore tra i frutticoltori che coltivano pomacee, tra cui melo, pero, cotogno e azzeruolo. Si chiama colpo di fuoco batterico, ed è causata da Erwinia amylovora, un batterio in grado di compromettere, in tempi relativamente brevi, interi impianti frutticoli. Il nome non è casuale: le piante colpite assumono un aspetto bruciacchiato, con un impatto fitosanitario ed economico tanto rapido quanto distruttivo.
Segnalato per la prima volta in Italia nel 1990, E. amylovora, agente causale del colpo di fuoco batterico delle pomacee, è oggi inserito tra gli organismi da quarantena soggetti a lotta obbligatoria. Nonostante le misure fitosanitarie applicate negli ultimi decenni – che prevedono l’eradicazione immediata e la distruzione delle piante infette – il batterio non è stato completamente eradicato: sopravvive in focolai sporadici, pronto a riattivarsi in condizioni ambientali favorevoli. Ecco perché conoscerlo è fondamentale, non solo per proteggere la redditività degli impianti, ma anche per adempiere a quanto stabilito dalla normativa vigente (D.L. n. 356 del 10/09/1999), che impone l’obbligo di segnalazione al Servizio Fitosanitario Regionale per ogni sospetto di infezione.
Come viene trasmesso il colpo di fuoco batterico?
Per rispondere in modo esaustivo a questa domanda è necessario partire dalla comprensione del ciclo biologico di Erwinia amylovora, analizzando le modalità di diffusione del patogeno da una pianta all’altra e le principali vie di ingresso nell’ospite.
Durante il periodo invernale, il batterio sopravvive all’interno dei tessuti legnosi delle piante infette, localizzandosi nei cosiddetti cancri: lesioni necrotiche formatesi lungo i rami, che rappresentano il principale serbatoio dell’inoculo primario. Con l’arrivo della primavera, l’aumento delle temperature e le prime piogge riattivano il patogeno, dando il via alla fase infettiva.
Il periodo di massimo rischio coincide con la fioritura, quando le condizioni ambientali – temperature comprese tra 15 e 30 °C, con un optimum tra 20 e 27 °C, unite a elevata umidità o piogge frequenti – risultano ideali per la proliferazione del batterio.
Dai cancri fuoriescono allora essudati batterici di colore giallastro, ricchi di cellule vive di E. amylovora, che possono essere facilmente trasportate da schizzi d’acqua, dal vento o, più frequentemente, dagli insetti pronubi, attratti dai residui zuccherini.
Proprio grazie a questi vettori naturali – difficili da controllare – il batterio raggiunge i mazzetti fiorali, dando inizio a una delle fasi più critiche del suo ciclo. Sui fiori si sviluppa inizialmente una colonizzazione epifitica, che consente al patogeno di moltiplicarsi rapidamente fino a raggiungere densità infettive elevate. Successivamente, il batterio penetra nei tessuti vegetali attraverso le microlesioni naturali del canale stilare, ma anche attraverso gli idatodi o gli stomi presenti sulle foglie.
Una volta entrato, E. amylovora continua a moltiplicarsi nei tessuti parenchimatici, estendendosi progressivamente fino a raggiungere nuovamente il legno. Qui dà origine a nuovi cancri, completando così il ciclo e predisponendo la pianta alla conservazione del patogeno per la stagione successiva.

Quali sintomi provoca sulle colture?
La sintomatologia del colpo di fuoco batterico è tanto caratteristica quanto insidiosa. Dopo l’ingresso nei tessuti vegetali, Erwinia amylovora si diffonde rapidamente lungo i vasi conduttori, provocando una serie di manifestazioni che possono interessare fiori, germogli, foglie, rami e frutti. I primi sintomi si osservano generalmente a carico dei mazzetti fiorali, che appaiono imbruniti, accartocciati e completamente disseccati. Spesso restano attaccati alla pianta, assumendo l’aspetto tipico delle cosiddette “mummie”. Questi organi fiorali mummificati non solo testimoniano un’infezione in atto, ma rappresentano anche una pericolosa fonte di inoculo secondaria, in grado di veicolare il patogeno verso altri organi suscettibili nel corso della stagione, soprattutto in presenza di pioggia.
Sui germogli erbacei, uno dei segni più tipici è il ripiegamento ad uncino dell’apice vegetativo, seguito da un rapido disseccamento. Le foglie colpite non cadono, ma restano attaccate alla pianta, necrotizzando:
- con andamento internervale, a seguito della penetrazione attraverso gli stomi;
- in posizione marginale, quando l’ingresso avviene attraverso gli idatodi.
Sui rami e sul tronco, la malattia provoca la formazione di cancri: aree depresse e necrotiche che, in caso di forte umidità, possono produrre essudati batterici visibili, indice di elevata attività del patogeno. Inoltre, se scortecciati in prossimità dei cancri, questi organi si presentano di colore rossastro.
Il riconoscimento tempestivo della sintomatologia è fondamentale, perché consente di attivare subito le misure fitosanitarie previste dalla normativa vigente, limitando la diffusione del patogeno e proteggendo gli impianti sani. Questo è tanto più importante considerando che non esistono terapie curative post-infezionali: l’unica strategia efficace resta la prevenzione e l’eradicazione rapida dei focolai.

Prevenzione: una pratica obbligatoria oltre che utile
Nel caso del colpo di fuoco batterico, prevenire non è solo meglio che curare: è l’unica strada percorribile. La normativa italiana, con il D.L. n. 356 del 10/07/1999, impone infatti l’obbligo di segnalare ogni sospetto di infezione e stabilisce una serie di misure preventive da adottare per contenere la diffusione del batterio.
Tutto comincia dal momento dell’impianto di un frutteto, partire con piante sane e certificate è il primo passo per evitare di introdurre il patogeno in campo. Ma non basta, anche la gestione della pianta durante il ciclo di vita del frutteto – sia dal punto di vista nutrizionale che strutturale – gioca un ruolo chiave. Eccessi di vigoria, squilibri azotati o potature eseguite senza criterio possono rendere i tessuti più esposti e favorire l’ingresso del batterio. Inoltre, alcuni accorgimenti, come l’asportazione delle fioriture secondarie o l’adozione di reti antigrandine e impianti di irrigazione sottochioma, limitano le condizioni predisponenti alla diffusione e all’ingresso del patogeno nei tessuti delle piante.
La prevenzione, però, è un aspetto che interessa anche il momento successivo alla comparsa dei primi sintomi in quanto bisogna intervenire tempestivamente per evitare che il patogeno si diffonda ulteriormente. Quando i sintomi compaiono, la risposta deve essere immediata, i rami colpiti devono essere tagliati ben al di sotto della zona infetta, con strumenti disinfettati, e i residui devono essere allontanati dal campo o bruciati. Se, invece, l’infezione ha raggiunto il fusto, l’unica soluzione è l’eliminazione dell’intera pianta.
Accanto alle misure agronomiche, trovano spazio anche alcuni strumenti fitosanitari a scopo preventivo. Negli ultimi anni è stato impiegato l’acibenzolar-S-metile, una sostanza capace di attivare le difese della pianta, il cui uso però non sarà più consentito dalla prossima stagione. Restano disponibili, in fioritura, alcuni microrganismi antagonisti in grado di limitare la colonizzazione batterica, e i tradizionali sali di rame, efficaci soprattutto fuori dalla stagione vegetativa o in occasione di eventi meteorici che possono provocare ferite.
Insomma, quando si ha a che fare con l’agente eziologico del colpo di fuoco batterico delle pomacee, non esistono scorciatoie né soluzioni semplici. Ma conoscere il nemico, saperlo riconoscere e intervenire con metodo: questo sì che può fare la differenza.
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Donato Liberto
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