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La coltivazione del pomodoro da mensa si sta spostando sempre più verso sistemi produttivi ad alta intensità , realizzati in ambienti protetti come le serre. In questi contesti chiusi, dove ogni fattore – dalla temperatura alla luce, dall’umidità alla nutrizione – può e deve essere controllato, la tecnica del fuori suolo rappresenta oggi una delle soluzioni più efficienti e razionali. Non si tratta solo di una scelta tecnologica, ma di una risposta concreta alla necessità di ottimizzare le risorse, aumentare la produttività delle colture e garantire standard qualitativi elevati lungo tutto il ciclo colturale. In un sistema chiuso e ad alto investimento, come quello della serra, la coltivazione fuori suolo consente infatti di gestire con precisione ogni fase del processo produttivo, riducendo i rischi e massimizzando le rese. Ma come si imposta correttamente una coltivazione fuori suolo del pomodoro da mensa in serra, e quali sono gli elementi tecnici fondamentali da conoscere per ottenere risultati professionali?
La diffusione della coltivazione fuori suolo in Italia
In Italia, la coltivazione fuori suolo rappresenta ancora una pratica poco diffusa, soprattutto se confrontata con altri Paesi europei come Olanda o Spagna. Tuttavia, negli ultimi anni si è registrato un interesse crescente, sostenuto da incentivi pubblici, innovazione tecnologica e una maggiore attenzione all’uso efficiente delle risorse.
Tra le specie orticole coltivate su substrato, il pomodoro da mensa è quella più rappresentata, grazie al suo elevato valore commerciale e alla possibilità di ottenere produzioni costanti e di qualità . La sua diffusione è particolarmente rilevante nelle serre altamente tecnologiche, dove il controllo completo dell’ambiente e della nutrizione permette di sfruttare appieno il potenziale della tecnica fuori suolo.
Impostazione della coltivazione: ambiente, materiali e impianti
Nel sistema fuori suolo, il terreno viene completamente sostituito da substrati che fungono da supporto fisico e da riserva idrica e nutritiva. Questi substrati sono contenuti in strutture dedicate come sacchi di plastica disposti orizzontalmente oppure in vaschette rigide in plastica o polistirolo. I contenitori, a loro volta, possono essere collocati su bancali o direttamente a terra, ma sempre con attenzione alla disposizione, per garantire il corretto drenaggio, una buona aerazione radicale e la facilità di accesso per le operazioni colturali.
La caratteristica fondamentale della coltivazione fuori suolo è l’isolamento dell’apparato radicale dal terreno naturale. In questo sistema, la nutrizione e l’approvvigionamento idrico delle piante sono completamente gestiti dall’agricoltore attraverso l’impiego di soluzioni nutritive somministrate in modo controllato. I substrati utilizzati sono spesso inerti, cioè non possiedono una funzione nutritiva propria, ma il loro principale scopo è quello dell’ancoraggio fisico delle radici unito a quello della gestione dell’umidità . L’impianto di coltivazione deve quindi essere progettato per consentire una fertirrigazione precisa e continua. Ogni contenitore deve essere dotato di almeno un punto di erogazione, collegato a un sistema a goccia alimentato da una centralina di controllo. Il drenaggio è un aspetto critico: l’acqua in eccesso deve poter defluire rapidamente dal contenitore, raccogliersi in canalette dedicate ed essere eventualmente riciclata dopo apposito trattamento, nel caso in cui si voglia realizzare un sistema di fertirrigazione chiuso.

Scelta del substrato: requisiti agronomici e considerazioni ambientali
Nel fuori suolo, il substrato non è una fonte di nutrienti, ma un mezzo fisico che garantisce l’ancoraggio delle radici, la ritenzione idrica e l’ossigenazione dell’apparato radicale. Nel caso specifico del pomodoro da mensa, che può presentare un ciclo colturale più o meno esteso – a seconda di cultivar, forma di allevamento e areale di coltivazione – il substrato deve essere in grado di mantenere le proprie caratteristiche fisiche e strutturali per tutta la durata del ciclo vitale della coltura, senza compattarsi, saturarsi d’acqua o favorire lo sviluppo di patogeni radicali.
Tra i substrati più utilizzati troviamo:
- la lana di roccia, è un materiale inerte, di origine minerale, molto apprezzato per l’uniformità delle sue proprietà fisiche ed è stabile nel tempo. Tuttavia, non è biodegradabile, richiede un elevato dispendio energetico per la sua produzione e comporta costi ambientali significativi in fase di smaltimento;
- la fibra di cocco, proveniente dagli scarti della lavorazione del guscio di cocco, è una soluzione organica più sostenibile, facilmente reperibile e biodegradabile. Offre buone capacità di ritenzione idrica, ma deve essere sottoposta a trattamenti di tamponamento per evitare eccessi di sali che possono interferire con l’equilibrio nutrizionale della pianta;
- la lolla di riso, è un sottoprodotto agricolo disponibile in diverse aree produttive italiane. Ha un impatto ambientale contenuto e può essere riutilizzata come ammendante a fine ciclo. Tuttavia, la sua struttura è meno omogenea, può contenere residui di silice o materiali abrasivi e tende a compattarsi più rapidamente, rendendola adatta solo per cicli brevi o come componente di miscele.
In definitiva, la scelta del substrato deve basarsi su tre criteri principali: la stabilità fisica lungo il tempo di coltivazione, la compatibilità con la strategia di fertirrigazione adottata e la sostenibilità economico-ambientale dell’intero sistema. Ogni materiale presenta vantaggi e criticità , e spesso la scelta migliore dipende dal contesto produttivo, dalla durata del ciclo e dalla disponibilità locale del materiale stesso.
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Nutrizione e fertirrigazione: il cuore del sistema produttivo
Nel sistema fuori suolo, la nutrizione delle piante non è più mediata dal terreno, ma è interamente affidata alla soluzione nutritiva fornita tramite fertirrigazione. Questo aspetto rende la gestione nutrizionale uno degli elementi più critici dell’intero impianto.
Il pomodoro da mensa è una coltura esigente dal punto di vista nutrizionale, con un ciclo lungo e un’elevata produzione di biomassa e frutti. Richiede quindi un apporto continuo e bilanciato di macroelementi come azoto, potassio e calcio, particolarmente durante le fasi di allegagione e accrescimento dei frutti. Una carenza o uno squilibrio anche temporaneo può compromettere la resa complessiva o la qualità del prodotto, portando a difetti come marciume apicale, cracking o maturazione irregolare.
Un impianto di fertirrigazione ben progettato è dunque indispensabile. La soluzione viene generalmente somministrata tramite un sistema a goccia, con ali forate o gocciolatori posizionati in prossimità di ogni pianta. L’obiettivo non è solo fornire i nutrienti principali, ma anche garantire una corretta disponibilità di microelementi essenziali e mantenere condizioni chimico-fisiche favorevoli nel substrato. Tra questi, il pH e la conducibilità elettrica (EC) della soluzione nutritiva sono parametri fondamentali, da monitorare e regolare costantemente per evitare carenze, fitotossicità o squilibri ionici.
Conclusione
La coltivazione fuori suolo del pomodoro da mensa è oggi una delle soluzioni più efficaci per affrontare le sfide dell’orticoltura moderna. In un contesto sempre più condizionato da variabili climatiche ed esigenze qualitative elevate, questa tecnica consente di massimizzare il controllo agronomico e ottimizzare le risorse.
Non si tratta però di una tecnica standardizzata: richiede competenze specifiche, conoscenza delle dinamiche nutrizionali e capacità di intervento tempestivo. Ogni scelta – dal substrato al sistema di fertirrigazione – incide direttamente sul risultato finale.
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Donato Liberto
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