Innesto a gemma: come, quando e perché farlo

La tecnica si basa su un principio semplice: l'unione tra i tessuti cambiali del portinnesto e della gemma del nesto attraverso il cambio. Ma come funziona nel dettaglio? E quando farlo?

da Ilaria De Marinis
innesto a gemma a pezza

L’innesto a gemma, noto anche come innesto a pezza, innesto a scudetto o innesto a tassello, è una tecnica di propagazione vegetativa di straordinaria efficacia. Utilizzato principalmente per alberi da frutto (meli, peri, ciliegi, agrumi) e ornamentali (rose, oleandri), l’innesto a gemma permette infatti di ottenere piante più resistenti, produttive e adatte a specifiche condizioni ambientali. Il tutto adottando un procedimento più veloce, con meno materiale vegetale e soprattutto con un inferiore rischio di rigetto. 

Ma come si pratica un innesto a gemma?

La tecnica si basa su un principio semplice: l’unione tra i tessuti cambiali del portinnesto e della gemma del nesto attraverso il cambio, sottile tessuto meristematico che genera nuovi tessuti conduttori, permettendo ai due individui di saldarsi insieme come un unico organismo.

Nel concreto, l’innesto a gemma richiede una sequenza di operazioni precise e delicate. Si comincia prelevando una gemma dormiente o appena formata da una pianta madre sana, vigorosa e geneticamente desiderabile. La gemma deve essere ben sviluppata, matura, ma non ancora germogliata, e viene asportata con una sottile porzione di corteccia e, a seconda delle tecniche, anche di legno sottostante. Successivamente si passa alla preparazione del portinnesto, che deve essere in piena attività vegetativa, con corteccia ben distaccabile. A questo scopo si praticano due tipi principali di incisione: il taglio a “T” e il taglio a “scudo”.

  • Taglio a “T”: si esegue un taglio verticale lungo circa 2–3 cm, completato da un taglio orizzontale alla sommità della linea verticale, formando appunto una “T”. La corteccia viene quindi sollevata lateralmente con delicatezza, utilizzando la lama o uno specifico sollevatore di corteccia.
  • Taglio a “scudo” (detto anche “a gemma con scudetto”): si asporta una piccola porzione ovale di corteccia con gemma inclusa, modellata come uno scudo. Questa tecnica viene particolarmente utilizzata per specie come melo e pero, dove è utile evitare ferite troppo ampie.

    Fase di prelievo della gemma

La gemma prelevata viene quindi inserita sotto la corteccia sollevata del portinnesto, facendo combaciare perfettamente i margini dei cambi: il successo dell’attecchimento dipende proprio da questa aderenza stretta tra i tessuti cambiali di entrambi i soggetti. Una volta posizionata, l’innesto viene infine fissato con un legaccio elastico o un nastro da innesto. Tra i materiali consigliati, si annoverano oggi:

  • la rafia naturale, tradizionale, biodegradabile, ottima per piccoli innesti manuali;
  • il nastro in PVC microforato che consente traspirazione ed evita ristagni d’acqua;
  • biofilm polimerici degradabili, di ultima generazione, che favoriscono la protezione della zona di innesto senza necessità di rimozione manuale, utilissimi in operazioni su larga scala.

Quando e come farlo

La finestra temporale per l’innesto a gemma è estremamente ristretta e deve coincidere con il momento in cui il cambio è più attivo e consente il distacco agevole della corteccia dal legno, fenomeno noto come “corteccia che spacca“. Questo stadio si verifica generalmente durante il massimo vigore vegetativo della pianta. In pratica:

  • l’innesto a gemma vegetante si realizza nei mesi estivi, luglio e agosto, e consente alla gemma di emettere subito un germoglio;
  • l’innesto a gemma dormiente si effettua tra fine agosto e settembre: la gemma attecchisce, ma resta quiescente fino alla ripresa vegetativa primaverile.

La tecnica da scegliere dipende da specie e condizioni climatiche. Per esempio, specie come pesco, susino, mandorlo e rosacee ornamentali (come rose) si adattano bene alla gemma vegetante. Laddove specie come melo, pero, ciliegio e agrumi per via della loro maggiore rusticità nei confronti dell’inverno prediligono invece la gemma dormiente.
Che si tratti dell’uno o dell’altro caso, la riuscita dell’innesto richiede comunque strumenti impeccabili. A riguardo, i coltelli da innesto (preferibilmente a lama dritta e finemente affilata) devono essere disinfettati frequentemente per prevenire contaminazioni da agenti patogeni.
Per quanto concerne i tagli, sia sul portinnesto che sulla gemma devono essere eseguiti con movimenti netti, puliti e continui: un’esposizione prolungata all’aria porta rapidamente all’ossidazione dei tessuti esposti, riducendo sensibilmente le probabilità di saldatura.

Altrettanto importante è la fase di legatura che deve al contempo mantenere fermamente la gemma a contatto con il cambio ed evitare la compressione eccessiva per non danneggiare i tessuti.

Dopo circa 2-3 settimane (per la gemma vegetante) o alla fine dell’inverno (per la gemma dormiente), è fondamentale rimuovere o allentare la legatura per evitare che la crescita del portinnesto strangoli il punto d’innesto.

Se il clima è particolarmente caldo e secco, è poi utile ombreggiare leggermente il punto d’innesto o innaffiare abbondantemente per favorire l’attività cambiale. Nel caso di specie particolarmente difficili (come il noce), invece, è consigliabile preparare il portinnesto con una leggera “scortecciatura” preventiva alcuni giorni prima dell’innesto, per stimolare l’attività rigenerativa.

Perché funziona?

Se l’innesto a gemma ha attraversato secoli di pratica agricola senza mai passare di moda, un motivo c’è. Ed è legato alla capacità di unione tra i tessuti cambiali alla base della tecnica cui si accenna prima. A rendere possibile questa fusione tra due piante è infatti un processo biologico tanto invisibile quanto potente: la formazione del callo. Appena il coltello incide il portinnesto e la gemma viene inserita, il tessuto cambiale – un sottilissimo strato di cellule appena sotto la corteccia – si mette immediatamente al lavoro. Produce cellule nuove che riempiono la ferita, una specie di “cemento vegetale” naturale che salda i due organismi. Ma non basta incollare insieme due pezzi: per sopravvivere e crescere davvero, portinnesto e gemma devono ristabilire il flusso vitale di acqua e sostanze nutritive. È qui che avviene l’anastomosi cambiale, termine tecnico per indicare proprio la connessione funzionale tra i cambi delle due piante. Quando il sistema si ricostruisce, la gemma riceve dalla radice tutto ciò che le serve per iniziare a germogliare.
Naturalmente, non tutte le piante possono essere unite indiscriminatamente. Affinché l’innesto riesca, serve un certo grado di parentela botanica: le due piante devono appartenere almeno alla stessa famiglia (come le Rosacee per mele, peri e ciliegi), meglio ancora se sono dello stesso genere. 
Come conferma la ricerca, d’altra parte, l’arte dell’innesto non si basa solo sulla destrezza manuale. Conta il tempismo, l’ambiente e anche le condizioni climatiche dei giorni successivi. 

Le varianti dell’innesto a gemma 

A seconda delle necessità e delle piante coinvolte, esistono diverse varianti dell’innesto a gemma:

  • innesto a scudetto (il più comune), con cui la gemma viene prelevata con una sottile porzione di corteccia a forma di scudo;
  • innesto a pezza o a tassello, dove la gemma è prelevata come un piccolo tassello di corteccia e legno, usato per piante con corteccia difficile da sollevare (come il noce o alcune rosacee);
  • innesto a zufolo, tecnica più rara, che richiede un portinnesto molto elastico e prevede lo stacco di un anello completo di corteccia al cui interno si inserisce l’anello con la gemma.  

Seppur simili, ciascuna variante può garantire risultati differenti. Scegliere il tipo giusto significa quindi considerare le condizioni fisiologiche delle piante così da massimizzare le probabilità di attecchimento.

L’innesto come chiave dell’innovazione agricola di oggi e domani

Oggi l’innesto a gemma non è più relegato all’attività di campo: viene studiato nei laboratori di biotecnologia agricola per combattere cambiamenti climatici, nuove patologie e l’erosione genetica delle varietà tradizionali.
Un’esperienza in tal senso giunge dalla California, dove l’uso di portinnesti resistenti alla Phytophthora – ottenuti proprio grazie alla pratica dell’innesto a gemma – ha salvato interi impianti di avocado. Inoltre, la tecnologia sta affinando materiali per il fissaggio (come biofilm nanocompositi) che ottimizzano il tasso di attecchimento e riducono l’uso di plastiche non degradabili.

Come si può notare, dunque, seppur arte antica, la pratica dell’innesto a gemma continua a rivelarsi più attuale che mai. Rappresentando una pratica che, partendo dalla tradizione, si propone oggi quale strumento strategico per la sostenibilità e l’innovazione in agricoltura.

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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