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Quando si pensa all’olivo, l’immagine che viene in mente è quella di alberi secolari, con tronchi contorti e maestosi, capaci di svettare verso il cielo. Non sempre, però, questa rappresentazione corrisponde alla realtà. Un esempio emblematico è quello di Pantelleria, isola vulcanica posta tra Sicilia e Tunisia, dove gli olivi della cultivar Biancolilla hanno assunto un portamento inedito. In pochi altri luoghi del Mediterraneo questa coltura ha assunto una forma tanto insolita quanto affascinante. Sull’isola, l’olivo assume un portamento strisciante, con rami che si sviluppano orizzontalmente in prossimità del suolo, segno di un adattamento unico che non trova riscontro altrove. Oggi gli olivi striscianti di Pantelleria, oltre a essere un simbolo paesaggistico e culturale, sono al centro di un percorso di valorizzazione che punta in due direzioni: la sottozona Igp Sicilia – Pantelleria, per certificare l’origine dell’olio, e il riconoscimento Unesco, a tutela di una coltivazione che racconta la storia di un territorio e la tenacia dei suoi olivicoltori.
Olivi striscianti, tra sacrificio e resilienza
L’olivo è comunemente immaginato come un albero con tronco ben definito e chioma sviluppata in altezza, ma si tratta di una rappresentazione frutto soprattutto delle tecniche di allevamento. In realtà, questa specie vegetale tende spontaneamente a svilupparsi in habitus cespuglioso, emettendo numerosi rami dal colletto (i cosiddetti polloni) e ricacci vigorosi lungo tronco e branche principali (succhioni). È proprio l’intervento dell’uomo – con la potatura e la selezione dei rami – a orientare la pianta verso la forma arborea che siamo abituati a vedere negli oliveti tradizionali. Non deve quindi sorprendere che, in un ambiente dalle caratteristiche pedoclimatiche uniche come quello di Pantelleria, l’olivo abbia assunto un portamento completamente diverso. Qui la necessità di sopravvivere a condizioni estreme, in particolare alle violente raffiche di maestrale, ha portato la Biancolilla a crescere in forma prostrata, con rami che si sviluppano quasi aderenti al terreno. È da questa caratteristica che nasce la definizione di olivi striscianti, piante che hanno piegato la loro architettura naturale alle esigenze di un contesto tanto difficile quanto straordinario.
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La cosa sorprendente è che gli olivi striscianti di Pantelleria non sono alberi abbandonati al loro destino. Al contrario, vengono curati con attenzione dagli olivicoltori dell’isola, che ne preservano vitalità e produttività nonostante le difficoltà imposte dall’ambiente.
La fase più impegnativa è senza dubbio la raccolta, un’operazione che porta questa coltura al limite delle forze umane. Se altrove si parla di olivicoltura “eroica” per sottolineare il lavoro in condizioni difficili, a Pantelleria la definizione appare persino riduttiva: qui non esiste possibilità di meccanizzazione e il più delle volte si lavora senza l’ausilio delle reti. Per raccogliere le olive occorre spesso stendersi a terra, seguendo i rami bassi che si sviluppano in prossimità del suolo. È un lavoro lento e faticoso, che richiede tempo e costanza. Nonostante la fatica, però, l’impegno viene ripagato in frantoio: l’olio che se ne ricava è un concentrato di carattere e territorialità, espressione diretta di una comunità agricola che ha fatto della tenacia la sua caratteristica distintiva.
Non a caso, negli ultimi anni, la comunità locale ha iniziato a ragionare su strumenti capaci di valorizzare e proteggere questo patrimonio: dall’idea di un frantoio di comunità, che accorci la filiera e renda più agevole la trasformazione, alla costituzione di un Osservatorio permanente dedicato all’olivo e all’olio pantesco, con l’obiettivo di monitorare e preservare queste piante uniche.
Verso Igp e riconoscimento Unesco: il futuro dell’olivo pantesco
Quella degli olivi striscianti non è soltanto una pratica agricola, ma rappresenta ormai un patrimonio culturale: mantenerli in vita significa preservare un pezzo di identità dell’isola e contrastare il rischio di abbandono che, negli ultimi decenni, ha minacciato molti appezzamenti. Per questo oggi la sfida si gioca soprattutto sul piano culturale ed economico: far percepire al consumatore il reale valore di un olio che nasce in condizioni estreme. Per questo Pantelleria guarda a due obiettivi strategici: l’ottenimento della sottozona Igp Sicilia – Pantelleria, che riporterebbe il nome dell’isola in etichetta garantendo origine e tracciabilità, e la candidatura degli olivi striscianti a patrimonio Unesco, riconoscimento mondiale della loro unicità. Progetti che puntano non solo a rafforzare la filiera, ma a dare nuova dignità a una coltura estrema che merita di essere riconosciuta e tutelata.
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Donato Liberto
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