Nocciole italiane, si prevede una stagione critica

Tra raccolti dimezzati, insetti e clima impazzito, il cuore della corilicoltura italiana è in crisi e le stime parlano di produzioni dimezzate in Campania e Tuscia

da Ilaria De Marinis
nocciole italiane

Nel comparto delle nocciole italiane da mesi il raccolto si fa attendere o non arriva proprio. In Campania e nella Tuscia, tra le zone più vocate alla produzione di nocciole del Belpaese, il 2025 sarà ricordato come l’anno del crollo. E stavolta non si tratta di oscillazioni di mercato o errori di gestione: sono gli effetti della crisi climatica, con le sue ondate di calore fuori stagione, le gelate improvvise, e gli attacchi di nuovi parassiti, a riscrivere le regole della corilicoltura.

Le stime parlano chiaro: in Campania la produzione è calata di oltre il 50%, nella Tuscia si arriva addirittura al 100% in alcune zone. Ma dietro queste cifre, c’è molto di più: c’è una filiera in affanno e un’identità territoriale sotto pressione.

Nocciole italiane: il crollo della Tonda in Campania

È difficile parlare di nocciole senza pensare alla Tonda di Giffoni, la regina delle varietà campane, protetta da un marchio IGP e da una reputazione conquistata in decenni di lavoro. In Campania si coltiva un terzo delle nocciole italiane, con aziende spesso a conduzione familiare, in territori collinari che vivono anche grazie alla corilicoltura.

Eppure, quest’anno, la Tonda ha fatto cilecca. I frutti sono pochi, piccoli, spesso vuoti. A causare i danni maggiori sono state una serie di anomalie meteorologiche concatenate: un inverno troppo mite che ha compromesso la fioritura, una primavera arida e seguita da improvvise gelate, poi l’estate torrida, con temperature sopra i 40 gradi che hanno fatto cascare i frutti ancora acerbi.
Come se non bastasse, la cimice asiatica, un insetto invasivo sempre più diffuso, ha colpito duramente le piante più deboli.

Non è mai successa una cosa del genere da quando coltiviamo” – raccontano da Confagricoltura Campania. “Non è solo un problema economico, è un segnale di quanto il sistema sia fragile. Servono interventi urgenti, e serve una visione di lungo periodo”.

Tuscia: raccolto a zero per molti

Se in Campania si parla di crisi, nella Tuscia si può parlare quasi di collasso. Qui, nel Viterbese, dove si coltiva la Nocciola Romana, molti agricoltori non raccoglieranno nulla. La causa? La combinazione tra gelate tardive ad aprile, fioriture precoci compromesse dal freddo, piogge eccessive, e poi l’arrivo del caldo secco, con piante fortemente sottoposte a stress e frutti che non si formano.

Coldiretti Lazio ha chiesto alla Regione l’apertura di un tavolo tecnico straordinario. Ma anche qui, la questione è più profonda del singolo raccolto: i cicli naturali stanno saltando, e la monocoltura della nocciola, spinta negli ultimi decenni anche da logiche industriali, oggi mostra tutti i suoi limiti.

noccioleti italiani (1)

Nocciole italiane: una filiera d’eccellenza senza paracadute

A rendere tutto più amaro è il fatto che la nocciola italiana ha uno dei marchi di qualità più riconosciuti al mondo. Usata da aziende dolciarie globali, amata per il suo gusto e per il basso rischio di contaminazione da aflatossine (un problema comune nei prodotti extra-europei), è anche uno dei pochi comparti agricoli ad alta resa.

Ma questa eccellenza non basta più. I cambiamenti climatici hanno reso instabile una produzione che si regge ancora troppo spesso su modelli aziendali piccoli, frammentati, poco digitalizzati, e con scarsa protezione assicurativa. Chi fa biologico, spesso, è ancora più esposto.

In questo contesto, le richieste delle associazioni agricole sono chiare: servono fondi per coprire le perdite, ma soprattutto servono investimenti per rinnovare il sistema. E un piano di adattamento climatico che parta proprio dalla crisi in atto.

La crisi della nocciola non è un incidente di percorso. È un segnale. E in questo contesto, Campania e Tuscia rappresentano oggi laboratori a cielo aperto: o si cambia ora, o si rischia di perdere un pezzo importante del nostro patrimonio agricolo.

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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