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Dopo stagioni segnate dalla siccità , le piogge ravvicinate di questa primavera hanno riportato umidità nei suoli e dato respiro a molti impianti arborei. Quando però le precipitazioni si concentrano in pochi giorni, aumentano le ore di bagnatura dei tessuti, l’umidità resta più a lungo nella chioma e cresce l’attenzione verso le infezioni fungine.
Nel mandorlo, questa attenzione si concentra soprattutto nella fase di fioritura. La coltura riparte subito in primavera e tra le fasi di bottone rosa, piena fioritura e caduta petali, espone tessuti giovani proprio nel momento in cui si definiscono impollinazione, allegagione e potenziale produttivo. Se piogge frequenti e temperature miti accompagnano questa fase, il fiore diventa uno dei punti più sensibili della difesa, soprattutto in presenza di patogeni come Monilinia e Colletotrichum.
Parlare di difesa primaverile del mandorlo significa quindi partire dalla fenologia. Prima dei disseccamenti dei mazzetti fiorali o delle lesioni sui giovani frutticini, c’è una fase da osservare con precisione: apertura dei fiori, durata delle bagnature, presenza di inoculo nell’impianto ed evoluzione del meteo nei giorni successivi. In questa finestra si imposta la protezione del mandorleto e, con essa, una parte importante della produzione.
Il fiore, il primo tessuto esposto
Durante la fioritura, il mandorlo espone strutture giovani, tenere e direttamente coinvolte nei processi riproduttivi. Stigma, antere e petali sono essenziali per impollinazione e allegagione, e diventano superfici vulnerabili quando restano bagnate per molte ore. La fase compresa tra bottone rosa e caduta petali rappresenta per questo uno dei passaggi più delicati dell’intera gestione primaverile.
Nel caso della moniliosi dei fiori, l’infezione può avvenire proprio in questo intervallo, con una suscettibilità particolarmente elevata a piena fioritura. Il principale agente coinvolto su mandorlo è Monilinia laxa, patogeno capace di conservarsi nei cancri dei rametti e nei residui fiorali infetti. A fine inverno e inizio primavera, queste strutture possono fornire inoculo per nuove infezioni, favorito dalla diffusione attraverso vento e schizzi di pioggia.
La prevenzione comincia già nella gestione dell’impianto. Rimuovere legno infetto, eliminare residui colpiti e mantenere una chioma arieggiata riduce la quantità di inoculo disponibile e accorcia i tempi di asciugatura dei tessuti. In annate asciutte la pressione può restare contenuta; con fioriture prolungate e piogge ripetute, cresce l’esigenza di proteggere i tessuti sensibili nella fase corretta.

Monilia e antracnosi, due rischi da anticipare
La moniliosi dei fiori si manifesta con collasso dei mazzetti fiorali, disseccamento dei giovani germogli associati, emissione di gomma alla base dei fiori infetti e formazione di cancri sui rametti. In condizioni di elevata umidità possono comparire masse sporali grigio-brunastre sulle parti colpite. Quando questi sintomi sono visibili, l’infezione è già avvenuta e la capacità di contenimento si riduce.
Accanto alla monilia, l’antracnosi da Colletotrichum gloeosporioides richiede attenzione soprattutto nelle primavere calde e piovose. Può causare disseccamenti fiorali, infezioni sui giovani frutti, deperimento di speroni e rami, lesioni depresse e aranciate sul mallo, gommosi e frutti mummificati che restano attaccati alla pianta. I sintomi sui frutti possono comparire anche alcune settimane dopo la caduta petali, mentre la fase di rischio può iniziare molto prima.
Negli impianti con precedenti infezioni, la protezione dall’antracnosi può partire già a bottone rosa o al 5-10% di fioritura. Se le piogge persistono, gli interventi consistono nel mantenere protetti i tessuti sensibili con trattamenti fungicidi autorizzati sulla coltura, scelti e applicati nel rispetto di etichetta, disciplinari di produzione e indicazioni per la protezione degli insetti pronubi. La ripetizione va valutata in funzione di nuova vegetazione esposta, bagnature prolungate, andamento meteo e possibile dilavamento della copertura precedente.
Alla protezione diretta si affiancano le pratiche agronomiche: rimozione del legno morto o infetto, eliminazione dei frutti mummificati, contenimento dell’umidità nella chioma e gestione dell’irrigazione in modo da evitare, dove possibile, la bagnatura della vegetazione. Sono interventi meno immediati del trattamento, ma incidono sulla quantità di inoculo disponibile e sulla durata delle condizioni favorevoli all’infezione.
Mandorlo, altri focus tecnici per la coltivazione
Meno inoculo, meno umidità nella chioma
La difesa primaverile del mandorlo parte da tre livelli: ridurre le fonti di inoculo, limitare le condizioni favorevoli all’infezione e proteggere i tessuti nella fase più sensibile. Potatura di rimonda, eliminazione dei rami colpiti, gestione dei frutti mummificati e arieggiamento della chioma incidono direttamente sulla pressione iniziale dei patogeni.
Una chioma troppo fitta asciuga più lentamente dopo piogge, rugiade o nebbie. Una struttura equilibrata riduce la permanenza dell’umidità e rende più uniforme anche la distribuzione degli eventuali interventi. Nei mandorleti moderni, dove densità d’impianto e meccanizzazione tendono a creare pareti produttive più continue, questo equilibrio assume un peso crescente.
Il momento della protezione va collegato allo stadio reale della coltura. Per la monilia, le fasi più importanti sono bottone rosa, 5-10% di fioritura e piena fioritura; per l’antracnosi, negli impianti a rischio, l’attenzione può proseguire anche dopo la caduta petali, soprattutto se le condizioni restano calde e piovose. La fioritura diventa così il primo punto di osservazione per decidere quanto sia esposto il mandorleto.
Donato Liberto
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