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In un contesto agricolo di crescente impegno verso la sostenibilità, la protezione delle colture deve evolvere, abbandonando la dipendenza dai prodotti chimici a favore di soluzioni naturali e tecnologicamente avanzate. L’agricoltura integrata (IPM), con i suoi principi cardine di prevenzione, monitoraggio e controllo sostenibile, rappresenta oggi una strategia irrinunciabile per un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e competitiva sul mercato. A ricordarlo, durante la 36esima edizione del Forum di Medicina Vegetale, il professor Vittorio Rossi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza che per l’occasione ha presentato le più recenti innovazioni nel campo della difesa sostenibile. Il suo intervento ha esplorato le potenzialità di agenti di biocontrollo, induttori di resistenza, RNA interference e sistemi di supporto decisionale (DSS), strumenti in grado di rivoluzionare l’approccio alla protezione delle colture, riducendo al minimo gli interventi chimici e salvaguardando la produttività e la salute delle piante.

Agricoltura integrata: strategie per massimizzare l’efficacia degli agenti di biocontrollo
Partendo da un’introduzione sui principi cardine dell’agricoltura integrata (IPM), in apertura l’esperto ha evidenziato la necessità di ridurre al minimo l’uso di prodotti chimici, preferendo soluzioni ecologiche e tecnologicamente avanzate. In questo scenario, particolare attenzione è stata dedicata agli agenti di biocontrollo (BCA), “microrganismi capaci di contrastare i patogeni attraverso meccanismi come parassitismo, antagonismo e competizione”. Facendo riferimento al noto “triangolo della malattia”, Rossi ha spiegato che la componente ambientale deve essere considerata un fattore determinante per garantire la piena efficacia di questi microrganismi, ancor di più di quanto non lo sia per i prodotti di sintesi. “Distribuire microrganismi vivi è molto più complesso che applicare un fungicida chimico – ha sottolineato il professore – per questo motivo conoscere e assecondare l’ambiente colturale diventa un elemento chiave per il successo del trattamento”. Un altro punto cruciale emerso durante la relazione ha riguardato le complesse interazioni tra i BCA e il microbioma naturale delle piante. Secondo quanto riportato dall’esperto, le superfici vegetali ospitano una vasta gamma di microrganismi, e l’introduzione di agenti esterni implica inevitabilmente l’instaurarsi di interazioni complesse con il microbioma esistente. Comprendere queste dinamiche diventa essenziale per garantire l’efficacia e la sostenibilità delle applicazioni di biocontrollo. Tanto più nel caso di patogeni delle piante, come ricordato dal professor Rossi menzionando a riguardo i risultati derivanti da una sperimentazione svolta attraverso l’applicazione di BCA per contrastare Botrytis cinerea, agente della muffa grigia della vite. Un lavoro che, oltre a confermare l’importanza di non sottovalutare la dinamicità che caratterizza i cicli di infezione dei principali patogeni delle piante, ha permesso all’esperto di sottolineare l’influenza delle condizioni climatiche non solo nello sviluppo del patogeno, ma anche nell’efficacia degli agenti di biocontrollo. In tal senso, l’esperto ha infatti ribadito l’importante vantaggio che scegliere agenti di biocontrollo con esigenze ecologiche specifiche può offrire nelle strategie in campo. “Non esiste un supereroe universale – ha chiarito – ma in base all’ambiente in cui andranno a operare, dobbiamo selezionare accuratamente gli agenti di biocontrollo”.
Induttori di resistenza: attivare le difese naturali delle piante
Un altro tema cruciale affrontato dal professor Rossi è stato quello degli induttori di resistenza, prodotti che stimolano le difese naturali delle piante contro patogeni e fitofagi. L’importanza di questi strumenti è stata espressa in merito alla loro capacità di attivare e potenziare i meccanismi di difesa innati delle piante. Attraverso un grafico esplicativo, l’esperto ha illustrato il loro funzionamento, spiegando che la loro applicazione alle piante è identificata con il “priming”. In questa fase, gli induttori di resistenza preparano le piante a reagire prontamente in caso di attacchi futuri. “Senza un trattamento con induttori di resistenza, la pianta risponde comunque all’attacco di un patogeno, ma lo fa in modo lento e inefficace, rischiando di ammalarsi. Se invece effettuiamo un priming, prepariamo la pianta a livello molecolare, così che al momento dell’attacco il suo sistema di difesa reagisca rapidamente e con forza, riducendo drasticamente la gravità della malattia”.

In laboratorio il processo appare semplificato, come mostrato dall’esperto attraverso i risultati sperimentali in campo relativi a infezioni da peronospora e oidio. A differenza di quanto osservato in laboratorio, in natura il tempo di mantenimento – ovvero l’intervallo tra la somministrazione dell’induttore e l’infezione – può essere piuttosto lungo. Se l’infezione avviene molti giorni dopo il trattamento, l’efficacia della risposta delle piante può diminuire fino a scomparire. “Capire il tempo di mantenimento è fondamentale per determinare il momento giusto per l’applicazione” ha sottolineato Rossi. Inoltre, l’efficacia nel tempo degli induttori di resistenza si distingue nettamente da quella dei fungicidi tradizionali. Mentre l’efficacia dei prodotti chimici diminuisce progressivamente nel tempo, quella degli induttori segue una curva diversa: aumenta nei primi 3-6 giorni dopo il trattamento, per poi ridursi gradualmente, mantenendosi comunque significativa fino a 19 giorni. “Questi risultati ci dicono che, a seconda del prodotto utilizzato, l’applicazione preventiva 2-3 giorni prima dell’infezione è la strategia più efficace” ha concluso il professore.
RNA interference: buone le premesse per il futuro della ricerca
“Negli ultimi anni, la scienza ha compiuto passi da gigante nello sviluppo di tecniche biologiche avanzate per la protezione delle colture – ha affermato Rossi proseguendo nella sua relazione – tra queste, l’RNA interference (RNAi) rappresenta una delle frontiere più promettenti nell’ambito della difesa fitosanitaria”. Come chiarito, si tratta di una tecnica che sfrutta i meccanismi naturali di regolazione genica per contrastare i patogeni in modo mirato ed ecologico. “L’RNAi si basa sull’azione di piccoli RNA, detti small RNA capaci di spegnere i geni responsabili della virulenza dei patogeni” . Nonostante le potenzialità derivanti dall’applicazione di queste nuove tecnologie, non mancano – come ricordato dall’esperto – sfide a cui la ricerca e l’innovazione devono oggi lavorare. “Una delle principali difficoltà è identificare degli RNA interferenti specifici per ogni patogeno” ha osservato. “Inoltre, la permanenza degli RNA messaggeri (mRNA) che trasportano gli RNAi sulle piante è limitata: dopo 2-3 giorni vengono degradati, riducendo l’efficacia del trattamento”.
DSS e modelli matematici: un supporto essenziale
La conclusione dell’intervento è stata dedica ai sistemi di supporto decisionale (DSS). Secondo quanto riportato, questi strumenti non possono essere considerati secondari quando si parla di agricoltura integrata. Per tutti gli strumenti innovativi impiegati nella difesa sostenibile delle colture, è rilevante considerare la tempestività di intervento. Rispetto ai prodotti chimici tradizionali, il momento dell’applicazione diventa ancora più critico. “Se non si rispetta il momento giusto, anche il miglior strumento di biocontrollo può risultare inefficace” – ha infatti sottolineato il professore. Per questo motivo, l’agricoltura moderna si deve affidare sempre di più a modelli matematici avanzati e ai DSS, che trasformano dati complessi in indicazioni pratiche per gli agricoltori. “I dati grezzi da soli non servono a nulla – ha chiarito – devono essere elaborati per diventare raccomandazioni operative utili a tecnici e agricoltori”. Questi sistemi non solo offrono previsioni sulle condizioni favorevoli allo sviluppo dei patogeni, ma suggeriscono anche i momenti ideali per eseguire trattamenti specifici. In questo modo, è possibile preservare la salute delle piante, ridurre il numero di interventi e contenere i costi. “Utilizzando un DSS, possiamo combinare sostenibilità e produttività, migliorando l’efficienza delle pratiche agricole e riducendo al minimo l’impatto ambientale”.
D’altra parte, come evidenziato dal prof. Rossi a conclusione del suo intervento, nonostante il potenziale degli strumenti di supporto decisionale (DSS) e delle tecnologie innovative per la difesa delle colture, al momento la loro adozione rimane limitata a causa della diffidenza di tecnici e agricoltori. Le cause sembrerebbero riconducibili sia alla difficoltà nel trasferire le innovazioni dalla teoria alla pratica, sia alla resistenza al cambiamento dovuta alla percezione di complessità tecnologica. “Serve una rete di supporto che includa formazione, assistenza continua e dialogo tra mondo accademico e operatori del settore. Solo attraverso strumenti più intuitivi, una consulenza efficace e un approccio collaborativo – ha concluso – sarà possibile sfruttare appieno le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica per un’agricoltura più sostenibile ed efficiente”.
Donato Liberto
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