Le carote vs stress abiotici: la soluzione è nel genoma

È quanto emerge da una revisione scientifica che fa il punto sui progressi nella comprensione del genoma della carota tracciando la rotta verso una nuova generazione di carote più tolleranti

da Federica Del Vecchio

Piante erbacee di rilevante valore economico e commerciale, le carote sono spesso esposte a fattori di stress abiotici, come siccità, salinità e sbalzi termici, che ne compromettono qualità e produttività. Un contesto già critico, reso ancor più complesso dal cambiamento climatico, che intensifica le condizioni ambientali estreme, spingendo la ricerca scientifica a correre ai ripari con strumenti sempre più sofisticati.

In questo scenario si colloca la revisione realizzata da un gruppo di ricercatori cinesi, che analizza le più recenti indagini sulle tecnologie omiche e sugli strumenti di editing genetico applicati allo sviluppo di carote più resilienti. L’obiettivo è fare il punto sui progressi in ambito genomico, trascrittomico, proteomico e metabolomico, discipline fondamentali per decifrare i meccanismi molecolari alla base della tolleranza agli stress. La revisione esamina inoltre il potenziale delle tecniche di editing genetico – dal sistema CRISPR/Cas9 ai metodi emergenti – nel rafforzare la resilienza delle carote, e delinea le principali sfide e prospettive future per integrare queste tecnologie d’avanguardia nelle pratiche agricole. Ma andiamo con ordine.

Cosa sappiamo oggi del genoma della carota? 

Il primo passo è stato esaminare gli studi riguardanti il sequenziamento del genoma della carota che ha offerto una mappa dettagliata delle sue origini, evoluzione e potenzialità. In particolare gli studi effettuati precedentemente hanno rivelato che milioni di anni fa la carota ha subito due duplicazioni complete del suo genoma. Eventi catastrofici che, nel tempo, si sono rivelati un vantaggio, avendo ampliato gruppi di geni cruciali, come quelli responsabili della produzione di carotenoidi, i pigmenti arancioni dal potere antiossidante. Il confronto tra varietà selvatiche e coltivate, che ha confermato l’Asia centrale come centro di domesticazione, ha permesso di identificare un arsenale genetico naturale per la sopravvivenza. Sono stati scoperti geni che funzionano come interruttori di emergenza: come i fattori di trascrizione NAC – proteine che regolano l’attività di altri geni all’interno della pianta – di cui otto si attivano in modo massiccio quando la pianta è sotto stress. Non solo. Le carote possiedono anche espansine, proteine che facilitano l’allungamento della radice anche in terreni duri o poveri, e proteine da shock termico (HSP), dei veri e propri “scudi molecolari” che proteggono le cellule dal calore eccessivo. Anche i carotenoidi, oltre a dare il colore, svolgono un ruolo difensivo cruciale, neutralizzando i radicali liberi generati dallo stress.

Inoltre, dalla revisione è emerso che strumenti bioinformatici come CarrotDB, un archivio digitale dedicato, stanno ora aiutando gli scienziati a navigare in questo oceano di dati. L’obiettivo? Individuare i marcatori genetici associati alla resilienza. 

le carote

Quadro omico per comprendere il meccanismo di tolleranza allo stress abiotico nelle carote. PTM – Modifiche post-traduzionali, HSP – Proteine ​​da shock termico, TF – Fattori di trascrizione, PM – Metaboliti protettivi, ROS – Specie reattive dell’ossigeno

La cassetta degli attrezzi 4.0

Ma conoscere il genoma è solo l’inizio per lo sviluppo di varietà tolleranti agli stress abiotici. Le cosiddette tecniche omiche – trascrittomica, proteomica e metabolomica – permettono di fotografare in tempo reale cosa avviene all’interno della pianta quando è in difficoltà. Tecniche come l’RNA-Seq rivelano quali geni vengono accesi; la proteomica quali proteine entrano in azione; la metabolomica come cambia il profilo di zuccheri, aminoacidi e antiossidanti. Si è così scoperto, ad esempio, l’aumento di molecole-protettrici come la prolina e alcuni fenoli in condizioni di siccità. Su queste conoscenze agisce la vera rivoluzione: l’editing genetico. La tecnologia CRISPR/Cas9, il famoso “taglia-incolla del DNA”, consente di modificare con precisione chirurgica i geni bersaglio. Sebbene la carota non sia una specie facile da trasformare, CRISPR è già stata utilizzata con successo per regolare la produzione di carotenoidi e antocianine e per intervenire su proteine legate alla tolleranza agli stress. L’integrazione tra le diverse tecniche omiche e l’editing sta così aprendo la strada a cultivar di carota non solo più tolleranti, ma anche più nutrienti.

Cosa ancora c’è da fare

La strada, tuttavia, non è priva di ostacoli. Lo sviluppo di queste carote più tolleranti deve affrontare sfide tecniche, etiche e regolatorie. La complessa genetica della carota, rende a volte difficile prevedere e controllare le modifiche. Inoltre, l’enorme quantità di dati generati dalle tecniche omiche richiede software avanzati e modelli computazionali sofisticati. Sul piano etico e regolamentare, restano questioni legate all’impatto ambientale, alla coesistenza con la biodiversità e la diffidenza di parte del pubblico, nodi cruciali da sciogliere. A ciò si aggiunge un panorama normativo internazionale frammentato, che rischia di rallentare l’innovazione.

Il futuro, indicano gli esperti, passerà dal rendere CRISPR ancora più preciso, dall’integrazione profonda dei dati omici e dalla creazione di quadri regolatori chiari e basati sulle evidenze scientifiche. Un percorso complesso, ma ormai inevitabile per assicurare che un pilastro del panorama orticolo possa continuare a prosperare, nonostante le intemperie di un pianeta che cambia.

Federica Del Vecchio
© fruitjournal.com

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