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L’Italia è riconosciuta a livello mondiale per la sua elevata specializzazione nella coltivazione del pomodoro da mensa con produzioni che la classificano tra i principali attori europei insieme a Spagna e Olanda. Il principale bacino produttivo italiano si concentra nel sud del Paese, con la Sicilia regione capofila con più di 7.000 ettari dedicati alla produzione, di cui circa metà in coltura protetta.

Irrigazione del pomodoro: una sfida crescente in un clima sempre più incerto
Attualmente, il contesto si caratterizza per una evidente incertezza climatica che sottopone gli agricoltori a ulteriori pressioni e li costringe ad affrontare nuove sfide. Tra queste, la gestione dell’acqua rappresenta un tema cruciale, soprattutto nelle aree vocate alla coltivazione del pomodoro. In queste zone, infatti, la risorsa idrica si conferma una delle principali criticità, sia per quanto riguarda la quantità disponibile, spesso insufficiente, sia per la qualità dell’acqua, che in molti casi risulta scadente e ne limita l’impiego efficace. In presenza di condizioni prolungate di siccità – sempre più frequenti nel contesto mediterraneo – diventa indispensabile adottare pratiche irrigue improntate a un uso consapevole e responsabile dell’acqua, mirate a migliorare l’efficienza d’uso (Water Use Efficiency), cioè la capacità di ottenere produzioni elevate utilizzando meno risorse idriche.
Il pomodoro, del resto, è una coltura particolarmente esigente sotto il profilo idrico: basti pensare che l’acqua rappresenta circa il 95% del suo peso fresco. Allo stesso tempo, la sua fisiologia impone una gestione irrigua accurata, poiché risente negativamente sia della carenza d’acqua – che può compromettere direttamente le rese – sia dell’eccesso, che può provocare asfissia radicale, perdita di vigoria e potenziali conseguenze fisiopatologiche.
In questo scenario diventa allora sempre più urgente ricorrere a sistemi di coltivazione avanzati, tecniche irrigue di precisione e tecnologie di gestione automatizzata. Sebbene molte di queste soluzioni siano già disponibili sul mercato, il loro impiego efficace richiede competenza, consapevolezza e una corretta interpretazione delle specifiche esigenze aziendali e ambientali.
Tecniche di coltivazione a favore del risparmio idrico
In Italia come nel resto del mondo il pomodoro da mensa è coltivato sia in pieno campo che in coltura protetta, dal semplice tunnel freddo a sistemi avanzati in idroponica o fuori suolo. Dal punto di vista idrico, una coltivazione tradizionale in suolo utilizza normalmente più acqua rispetto a un sistema di coltivazione idroponica; in fuori suolo, infatti, la possibilità di lavorare con substrati specifici, dosare con precisione i volumi irrigui e oltretutto recuperare la parte non trattenuta dal substrato (drenato) porta a notevoli riduzioni nel consumo di acqua (oltre che di fertilizzanti).
Le coltivazioni in pieno campo con sistemi di irrigazione del pomodoro tradizionali impiegano (a seconda dell’areale) da 100 a 300 litri per kg di prodotto, mentre per una coltivazione in fuori suolo – come dimostrato nei sistemi olandesi – sono sufficienti anche solo 4 litri per kg.
In generale, oggi, l’adozione di sistemi di irrigazione moderni contribuisce in modo significativo al risparmio idrico. In particolare, l’irrigazione a goccia permette una notevole riduzione dei consumi: si stima che in pieno campo il fabbisogno idrico possa scendere a circa 60 litri per chilogrammo di prodotto, mentre in coltivazione protetta, come nei tunnel freddi, il consumo si riduce ulteriormente fino a 30 litri per chilogrammo.

Irrigazione di precisione: efficienza e innovazione
Il pomodoro da mensa rappresenta una delle colture che per prime hanno beneficiato dell’introduzione dell’irrigazione a goccia, vantando oggi una lunga e consolidata esperienza tecnica nel suo impiego. Sviluppata in Israele negli anni Sessanta, questa tecnologia ha trovato applicazione sul pomodoro già nei primi anni Settanta, dapprima negli Stati Uniti e subito dopo anche in Italia. Tra i vantaggi di questa pratica troviamo: una distribuzione localizzata di acqua e fertilizzanti direttamente nella zona radicale, un migliore equilibrio nel rapporto aria-acqua del suolo e una minore incidenza di patologie (soprattutto fogliari) rispetto a metodi per aspersione in cui l’acqua viene a contatto con la parte aerea della coltura.
Anche in questo caso, il miglioramento della tecnica offre oggi una vasta gamma di alternative in termini di materiali, portate, design dei gocciolatori e applicazioni. Per esempio, è possibile trovare ali gocciolanti con portate orarie molto basse (0,3-0,5 litri per ora), in grado di restituire il volume irriguo in modo lento e preciso e quindi di garantire un prolungato mantenimento dell’umidità nel suolo. L’utilizzo di questi gocciolatori è consigliato sia su terreni leggeri (alta dotazione in sabbia), in quanto riducono la percolazione, ma anche su terreni strutturati in cui l’erogazione è più in linea con le basse velocità di infiltrazione. L’adozione di gocciolatori, però, deve essere valutata con attenzione: è importante sapere che più bassa è la portata, più il passaggio all’interno del labirinto del gocciolatore si riduce, aumentando il rischio di occlusione. È quindi necessario adeguare il livello di filtrazione cosicché sia in grado di trattenere particelle inferiori a 100 micron.
A riguardo, una delle soluzioni più efficaci, soprattutto in presenza di un elevato numero di settori irrigui – come accade frequentemente in serra o in impianti con settori di grandi dimensioni – è rappresentata dai gocciolatori CNL (Compensating Non Leakage). Questi dispositivi consentono di gestire turni irrigui in modo preciso e mirato, semplificando il controllo dei tempi di irrigazione. Alla chiusura della valvola di settore, infatti, la membrana interna di ciascun gocciolatore, al di sotto di una pressione di 0,2–0,3 bar, blocca l’uscita dell’acqua, mantenendo le tubazioni costantemente piene. Questo consente un’erogazione immediata e uniforme dell’acqua all’avvio successivo dell’impianto.
A cura di: Marco Panizza – agronomo
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