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Tra i protagonisti più amati dell’autunno spicca il kaki, conosciuto anche come caco, frutto del Diospyros kaki – pianta originaria dell’Asia orientale appartenente alla famiglia delle Ebenacee. Considerato una delle piante da frutto più antiche coltivate dall’uomo, il kaki è apprezzato fin dall’antichità per la sua dolcezza e per il suo carattere esotico. In Italia, i primi impianti specializzati di kaki risalgono al 1916, nel territorio salernitano. Da lì, la coltura si è progressivamente diffusa verso il Nord, trovando in Emilia-Romagna un ambiente ideale per la crescita e la produzione di qualità. Proprio in questa regione, e in particolare nei territori delle province di Bologna, Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini, nasce e si afferma il celebre loto di Romagna, frutto della cultivar Kaki Tipo, oggi simbolo dell’autunno romagnolo.
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Le origini del loto di Romagna: dal “cibo degli dei” alla tradizione romagnola
Il loto, fece la sua comparsa in Italia alla fine dell’Ottocento, quando cominciò ad abbellire giardini botanici e ville nobiliari come pianta ornamentale e fruttifera. La sua eleganza e la dolcezza della polpa gli valsero presto il suggestivo appellativo di “cibo degli dei”, un nome che ne celebra ancora oggi il fascino e la bontà. Ma fu nel periodo compreso tra le due guerre mondiali che il kaki passò da curiosità esotica a vera e propria coltura commerciale: dapprima in Campania, poi con sempre maggiore successo in Romagna, dove trovò un terreno fertile, non solo in senso agricolo ma anche culturale. Qui, infatti, la vocazione frutticola del territorio, unita a una tradizione contadina radicata e a una crescente organizzazione cooperativa, creò le condizioni ideali per lo sviluppo della coltivazione.
Grazie a tecniche agricole avanzate e a una passione autentica per la qualità, la Romagna si affermò come uno dei principali poli produttivi italiani del kaki. Ancora oggi, il loto di Romagna rappresenta un’eccellenza riconosciuta, capace di coniugare storia, competenza e autenticità, incarnando al meglio lo spirito produttivo e la vocazione agricola della regione.

Caratteristiche botaniche e organolettiche del loto di Romagna
Il loto di Romagna appartiene al gruppo delle cultivar variabili alla fecondazione (VFNA), caratterizzate da frutti che possono essere astringenti o non astringenti al momento della raccolta. La pianta presenta una vigoria medio-elevata, con portamento assurgente, ottima compatibilità d’innesto su Diospyros lotus e notevole resistenza alle basse temperature invernali. La fioritura è abbondante e uniforme, e la produttività elevata garantisce rese costanti e di qualità.
Il frutto, di grandi dimensioni e forma rotonda, mostra una buccia giallo-aranciata alla raccolta, che vira verso un arancio intenso alla maturazione fisiologica. La polpa, morbida e succosa, assume tonalità arancio-bronzee nei frutti fecondati e arancio intenso con punteggiature scure nei frutti non fecondati. Il sapore varia a seconda dello stadio di maturazione: mediocre alla raccolta nei frutti fecondati, ma dolce e aromatico alla maturazione fisiologica, con un contenuto zuccherino medio che regala al palato un gusto equilibrato e gradevole.
Un patrimonio di gusto e cultura agricola
Alle pregiate caratteristiche botaniche e organolettiche del loto di Romagna si uniscono le sue riconosciute proprietà benefiche, che ne fanno un frutto tanto genuino quanto salutare. La polpa morbida e gelatinosa è una fonte naturale di vitamina C, vitamina A e sali minerali come potassio e fosforo, elementi essenziali per rafforzare l’organismo e sostenere il metabolismo. Ricco di fibre, favorisce la digestione e contribuisce al benessere intestinale, confermando la sua reputazione di alleato naturale della salute.
Così, il loto di Romagna non è solo una delizia autunnale, ma anche un simbolo del legame profondo tra natura, tradizione e benessere: un frutto che racconta la terra da cui nasce e il rispetto con cui viene coltivato.
Federica Del Vecchio
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