In Iran, negli Stati Uniti e nel Mediterraneo la superficie colpita cresce anno dopo anno, con perdite che in alcuni areali superano il 20% delle piante nei giovani impianti. È la gommosi del pistacchio, malattia da Phytophthora che sta diventando la principale minaccia per la redditività della coltura a livello mondiale. Non è un fenomeno isolato: dalla California all’Asia centrale i focolai si moltiplicano, sempre legati a ristagni idrici e terreni compatti.
La conferma giunge da una recente review pubblicata su Tropical Plant Pathology che ha riassunto i principali avanzamenti nello studio della gommosi del pistacchio, evidenziando come la malattia rappresenti una sfida crescente per la pistacchicoltura a livello globale.
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Gommosi del pistacchio: di cosa parliamo
Causata da diverse specie di Phytophthora, microrganismi del suolo che attaccano radici e colletto in condizioni di ristagno idrico e scarso drenaggio, la malattia non si manifesta subito: lavora nascosta, compromettendo i vasi linfatici e indebolendo progressivamente la pianta fino a condannarla a un lento declino. I sintomi visibili arrivano tardi e sono inconfondibili: emissioni gommose al piede dell’albero, necrosi dei tessuti corticali, chiome che si diradano. Nei terreni argillosi e compatti il rischio è più alto, soprattutto se l’irrigazione non è gestita correttamente o se l’impianto è collocato in aree marginali.
L’andamento della malattia varia con l’età: nei giovani pistacchieti può essere rapido e letale, con mortalità consistenti; negli adulti prevale un logoramento lento, che si traduce in minore vigore vegetativo, calo produttivo e frutti di qualità inferiore. A complicare ulteriormente la gestione c’è la diagnosi: i sintomi possono confondersi con stress idrici o altre fisiopatie, e servono competenze specialistiche per una corretta identificazione.
Il decorso della malattia, però, non dipende solo dalla presenza del patogeno, ma anche da fattori ambientali e gestionali. Suoli argillosi e compatti, ricchi di acqua e poveri di ossigeno, aumentano la predisposizione all’infezione. Anche la salinità gioca un ruolo rilevante: concentrazioni moderate di cloruro di sodio stimolano il rilascio di zoospore, incrementando la pressione del patogeno. Al contrario, l’apporto di calcio (ad esempio con gesso agricolo) rafforza i tessuti radicali e riduce la capacità di penetrazione delle Phytophthora. La relazione fra struttura del suolo, qualità dell’acqua e scelte agronomiche emerge come determinante nel modulare la severità della gommosi.
Per questi motivi la gommosi non è solo un problema fitosanitario: è un indicatore della solidità complessiva dell’impianto. Ogni caso mette in evidenza errori di progettazione e gestione – dal terreno alla scelta dei portinnesti – e impone un approccio integrato che tenga insieme sanità vegetale, agronomia e pratiche ambientali.

Diversi sintomi della malattia della gommosi: diminuzione della chioma dell’albero ( A ), essudazione della gomma dalla chioma dell’albero ( B ), marciume della chioma ( C ), morte dell’albero durante le stagioni primaverile ed estiva ( D ), marciume delle radici principali ( E ), foglie morte che rimangono attaccate agli alberi malati durante l’autunno e l’inverno ( F ).
I risultati della ricerca
Stando a quanto riportato nello studio, le specie del genere Phytophthora più frequentemente associate ai deperimenti – in particolare P. citrophthora, P. drechsleri e P. pistaciae – sono state confermate come agenti patogeni di maggiore aggressività, capaci di persistere nel suolo per lunghi periodi attraverso strutture di resistenza che si riattivano in condizioni favorevoli. Per quanto concerne la dinamica stagionale, invece, gli esperti hanno riportato che l’infezione tende a manifestarsi con maggiore intensità in primavera ed estate, quando la concomitanza di alte temperature e umidità del terreno favorisce la germinazione degli sporangi e la diffusione delle zoospore.
Particolare attenzione è stata rivolta agli aspetti diagnostici, che restano complessi per via della variabilità dei sintomi e della loro somiglianza con altre fisiopatie. A questo proposito, la ricerca ha documentato l’evoluzione degli strumenti di identificazione: ai tradizionali criteri morfologici si affiancano oggi approcci molecolari basati su marcatori genetici (ad esempio le regioni ITS e geni mitocondriali come cox1), che consentono un riconoscimento più rapido e accurato delle specie coinvolte.
Nel complesso, queste acquisizioni scientifiche hanno permesso di chiarire meglio i meccanismi di sopravvivenza e diffusione del patogeno, fornendo basi conoscitive indispensabili per interpretare l’andamento della malattia nei diversi contesti pedoclimatici e per impostare strategie di gestione più mirate.
Le strategie di contenimento
Contro la gommosi non esistono scorciatoie: servono più armi insieme. E il lavoro di ricerca lo ribadisce chiaramente: la scelta del portinnesto, per esempio, è decisiva. Qazvini e Badami Riz Zarand offrono una certa tolleranza, ma è il Platinum a distinguersi per resistenza.
L’altra leva è l’acqua. Dove il terreno rimane saturo, le zoospore di Phytophthora si muovono indisturbate. Al contrario, sistemi localizzati, drenaggi ben progettati e turni d’irrigazione mirati riducono in modo significativo la pressione del patogeno.
Sul fronte dei trattamenti, fosfiti e fosetyl-alluminio si confermano strumenti affidabili perché, oltre a limitare direttamente lo sviluppo del patogeno, stimolano anche le difese naturali della pianta.
Promettenti anche le soluzioni di biocontrollo. Come emerso, in serra, ceppi di Trichoderma harzianum hanno bloccato la crescita di Phytophthora, mentre isolati di Bacillus subtilis e Pseudomonas fluorescens hanno ridotto fino all’80% la mortalità delle piantine nei vivai.
In ogni caso, il messaggio che emerge dalla ricerca è netto: la gommosi non si contiene con un singolo strumento. Solo una difesa multifattoriale può contenere una malattia che, pur non appariscente, incide in modo crescente sulla redditività del pistacchicoltura mondiale.
Ilaria De Marinis
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