Ciliegie pugliesi a terra: è allarme parrocchetti

Beccate e danneggiate, cadute a terra e invendibili: questo lo stato delle ciliegie nelle campagne della BAT e del Barese denunciato da Cia Puglia

da Federica Del Vecchio
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“Le ciliegie e le speranze di un buon raccolto sono finite a terra”: inizia così il post pubblicato questa mattina su Facebook da CIA-Agricoltori Italiani Puglia. Non tanto un grido d’allarme, ma un necrologio agricolo: quello delle ciliegie pugliesi, finite sventrate da becchi esotici, ghermite da stormi di pappagalli color smeraldo che sembrano usciti da un documentario della BBC più che da una masseria tra Trani e Bisceglie. 

Come ormai noto, in Puglia la nuova piaga biblica non ha zanne né artigli, ma piume verdi e urletti tropicali. Parliamo infatti del parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), uno dei più chiassosi e insospettabili nemici dell’agricoltura moderna. Lungi dall’essere una comparsa folkloristica del paesaggio, questi pappagalli – originari del Sud America – si sono fatti largo nei cieli della BAT e del barese, trasformandosi in una minaccia reale per le coltivazioni, soprattutto per quelle più dolci e succose: ciliegie, mandorle, fichi.  

Non solo ciliegie pugliesi

Le piume lucenti e il simpatico cinguettio non devono ingannare. I parrocchetti stanno facendo sul serio. Come denuncia CIA Puglia, infatti, non si parla di episodi isolati: a Trani e Bisceglie interi campi sono stati annientati. Ad aprile è toccato a tre ettari di mandorleto a Terlizzi, ma la mappa dei danni comprende anche Bitonto, Molfetta, Ruvo, Binetto e Palo del Colle. L’invasione è in corso, e il danno? Devastante. Non solo per il raccolto, ma per il morale degli agricoltori, che si ritrovano impotenti davanti a uno sciame vociante che arriva all’alba, fa razzia e se ne va. Non basta più la rete antigrandine o il classico spaventapasseri, che al massimo li incuriosisce. Qui servono misure strutturali, piani di contenimento e strategie serie.

Ma come si è arrivati a questo punto?

La presenza del parrocchetto in Italia non è nuova. Introdotto accidentalmente, si è adattato in modo sorprendente agli ambienti urbani e agricoli. In particolare in Puglia, dove ha trovato un habitat perfetto: inverni miti, abbondanza di cibo, assenza di predatori naturali. E così, dai parchi cittadini ai ciliegeti, il passo è stato breve. L’Italia, come spesso accade, si è fatta trovare impreparata. Così, mentre in altri Paesi europei già si ragiona su piani di controllo e contenimento (senza che nessuno urli al genocidio aviario), da noi si temporeggia. E intanto questi volatili tropicali hanno iniziato a fare merenda con le ciliegie pugliesi. 

ciliegie pugliesi

L’ennesimo colpo sul comparto delle ciliegie pugliesi 

L’appello di CIA Puglia è chiaro: serve un piano di contenimento urgente e risarcimenti immediati per chi ha perso mesi di lavoro. Ma il rischio è che il solito rimpallo burocratico renda il tutto una farsa mentre i parrocchetti continuano a colpire le colture.

Non è questione di rispetto ambientale. Si tratta di difendere un comparto economico vitale per la regione. La Puglia è tra i maggiori produttori di ciliegie in Italia, e ogni danno colpisce direttamente il PIL agricolo, l’occupazione stagionale, l’export. È legittimo e doveroso proteggere la biodiversità, ma è altrettanto legittimo proteggere il lavoro e il cibo. Specialmente in un’annata come quella 2025, che – almeno per il momento – non si preannuncia carica in termini di volumi. E allora ogni ciliegia vale doppio. Non solo per il suo sapore o il prezzo di mercato, ma perché racconta molto di un comparto che, in Puglia, continua a camminare con il freno a mano tirato. Mentre paesi come Spagna, Turchia e Grecia investono, si strutturano, si presentano compatti sui mercati esteri, da noi spesso la ciliegia resta una seconda attività, un ettaro lasciato alla buona volontà di chi fa tutt’altro nella vita. È difficile fare sistema se non c’è un sistema. Per questo mentre il mondo corre, il comparto delle ciliegie pugliesi resta confinato al mercato e al contesto locali. Al punto che quando arrivano i parrocchetti – letteralmente e metaforicamente – non si dispone né di reti né di strategie per tenerli lontani. E allora il vero quesito da porsi non è più come contenere questi “nemici”, ma cosa si vuole realmente fare di questo comparto. 

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

 

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