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    Colture

    Mercoledì, 10 Febbraio 2021 15:37

    Limoni: cresce l’interesse, ma rimane l’ostacolo del mal secco

    La coltura del limone, giorno dopo giorno, cattura l’attenzione di molti agricoltori. Non a caso, attualmente l’Italia è il secondo Paese nel Mediterraneo per volume di produzione. La gestione della coltura, però, non è semplice e occorre prestare attenzione fin dal principio.

    Un testo di riferimento sugli agrumi edito nel 2009 recitava: “il nuovo interesse verso la qualità è venuto a coincidere con la crisi della limonicoltura causata da sovrapproduzione e dallo scontro nei mercati occidentali col prodotto di varia provenienza. [...] l’interesse verso la produzione del limone in Italia va scemando”. Oggi tutto è cambiato.

    Dopo anni di decadenza e di progressivo abbandono delle coltivazioni, negli ultimi anni si assiste a una forte ripresa dell’interesse per la coltura e a un notevole incremento delle superfici realmente coltivate. E ciò nonostante la recrudescenza del “mal secco”, malattia di spicco tra i fattori limitanti della coltura.


    Da almeno dieci anni, il limone, tipica coltura mediterranea, registra infatti un crescente successo di mercato. Tendenza che ha così motivato un grande rilancio della sua coltivazione nell’Italia meridionale, con una superficie coltivata di poco più di 25.000 ettari che, nel solo 2019, ha dato una produzione di circa 3,8 milioni di quintali. Nel panorama mediterraneo, la Sicilia rappresenta il produttore di limoni più importante, coprendo circa il 50% della produzione totale (dati centro studi Coldiretti). A livello internazionale, i principali Paesi produttori sono India, Messico e Argentina, seguiti da Brasile, Spagna, Cile, Uruguay, Cipro, Cina, Stati Uniti, Turchia, Iran e Italia. Il nostro Paese è il secondo produttore europeo dopo la Spagna.

     

    Areale di coltivazione
    Coltura tipica dei climi sub-tropicali il limone risponde meglio nelle condizioni in cui il clima è più mite, poiché più di altri agrumi è suscettibile agli abbassamenti di temperatura. Di conseguenza, le aree costiere sono storicamente quelle in cui la coltura del limone è più presente. Recentemente, però, agricoltori più intraprendenti hanno espanso la coltivazione anche in aree tradizionalmente non vocate alla coltura. Una spinta coraggiosa che, tuttavia, in presenza di impianti di arancio con i primi sintomi di “Tristeza”, non ha trovato seguito. Molti, infatti, hanno preferito convertire la coltura re-innestando limone pur operando, talvolta, in zone abbastanza fredde, piuttosto che affrontare i costi della estirpazione e del re-impianto su portinnesto tollerante al virus.

    Attualmente, la Sicilia rimane la regione con la maggiore area coltivata a limone. Nell’isola si ottiene più dell’87% del raccolto nazionale, con la fascia costiera sud-orientale maggiormente interessata, in particolare nel tratto ionico che si estende da Catania a Messina, includendo la provincia di Siracusa. Aree di interesse si trovano comunque anche nella fascia costiera tirrenica e in Sicilia occidentale. Seguono la Campania, la Basilicata con tutto l’arco ionico, le fasce costiere della Calabria e la Sardegna.

    D’altra parte, un importante risvolto per questa coltura è legato al riconoscimento a livello europeo della “Identificazione Geografica Protetta” – IGP. Questo aspetto, infatti, ha fatto sì che il rinnovato interesse per il limone sposasse a pieno una nuova politica di valorizzazione del prodotto tal quale e dei suoi derivati tutti.
    Impegno portato avanti da ben cinque consorzi di tutela:
    - del limone di Siracusa IGP, per l’areale siracusano;
    - del limone dell’Etna IGP, per areale pedemontano etneo;
    - del limone Interdonato IGP, per la fascia costiera ionica del messinese;
    - del limone di Sorrento IGP e del limone costa di Amalfi IGP, per la penisola sorrentina;

    - del limone di Rocca Imperiale IGP, sulla costa ionica calabrese.

     

    Tecnica colturale
    Non si può dire che la tecnica colturale del limone abbia subito negli ultimi due decenni particolari processi di innovazione, anche se il nuovo impulso ha spinto gli imprenditori più determinati a intraprendere nuove strade, sia in termini di tecniche colturali, che di scelte varietali.
    In molti casi, però, la tipicità di alcune realtà ha reso determinate varietà uniche e, come tali, poco soggette a innovazioni radicali di ordine generale. Basti pensare alla penisola Sorrentina, caratterizzata dalla coltivazione sotto coperture (pagliarelle e altri apprestamenti).
    Di qui in avanti, allora, con tecniche colturali si farà riferimento alle situazioni più rappresentative in termini di estensione e più interessate alle mutazioni determinate dall’andamento dei mercati.

     

    La sistemazione del terreno
    Oggi, la necessità di spingere al massimo la meccanizzazione delle operazioni orienta gli addetti al settore verso la costituzione di grandi appezzamenti uniformi per i quali risulta di fondamentale importanza la sistemazione superficiale, al fine di evitare dannosi ristagni idrici. Una nuova tecnica che si va affermando anche per il limone è il posizionamento dei filari di piante su letti rialzati (baulature, porche, etc.). Proprio la posizione rialzata, infatti, permette di creare un ambiente di sviluppo per le radici esente da ristagni idrici e maggiormente “ossigenato” grazie alla maggiore superficie di terreno esposta all’aria. Realizzazioni non appropriate, però, hanno mostrato importanti ristagni idrici o lungo l’interfilare o agli estremi delle baulature, che - impedendo il passaggio dei mezzi - hanno spesso richiesto interventi di livellamento del terreno molto difficili e costosi.

     

    Sesto di impianto
    Anche i sesti d’impianto hanno subito cambiamenti, con una graduale riduzione a favore di un maggior investimento unitario per ridurre al minimo il periodo economicamente improduttivo del nuovo impianto. Da vecchi sesti molto ampi si è passati quindi a sesti per lo più rettangolari, con misure di 6 x 5 m o 6 x 4 m o talvolta 5,5 x 4,5 m, tendenti a costituire sieponi orientati nord-sud che permettano di aumentare il numero delle piante, pur lasciando un agevole passaggio ai mezzi operanti.  
    Nell’ultimo decennio si è assistito alla diffusione di combinazioni nesto/portinnesto molto vigorose che mostravano una precoce entrata in produzione con un enorme sviluppo della chioma, e sesti d’impianto più ampi. In molti casi, però, nel volgere di pochi anni, l’elevata vigoria di tali combinazioni ha fatto sì che il mal secco si diffondesse in modo estremamente aggressivo. Da tali considerazioni muove oggi la nuova tendenza a realizzare impianti ad alta densità con piante che, proprio grazie all’utilizzo di portinnesti che inducono ridotto sviluppo o addirittura nanizzanti, presentino un ridotto volume della chioma.

     

    A cura di: Salvatore Leocata - Studio tecnico ASA, Catania
    e Antonino F. Catara - Agrobiotech, Catania

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