Venerdì, 05 Giugno 2020 11:29

    Ciliegio: cercasi innovazione

    La coltivazione del ciliegio al Sud Italia è diffusa soprattutto in Puglia, mentre lo è meno in Campania, dove da anni si assiste inoltre ad una progressiva riduzione delle superfici.

     

    La coltivazione del ciliegio è molto diffusa al Sud Italia e più della metà degli ettari coltivati nella nostra nazione si concentra in Puglia. Purtroppo al meridione gli imprenditori agricoli non sono quasi mai riusciti ad intercettare le innovazioni tecnologiche osservate per questa coltura in altri areali italiani.

     

    Per tratteggiare un quadro del panorama cerasicolo del Sud Italia abbiamo intervistato l’agronomo di campo Antonio Monteforte, da anni impegnato a fornire consulenza e ad approfondire gli aspetti tecnici ed agronomici legati alla coltivazione del ciliegio, delle drupacee in generale e delle specie a guscio.

    Portinnesto magaleppo

     

    Come si caratterizza la coltura del ciliegio al Sud Italia?

    La produzione del ciliegio nel Sud Italia si concentra principalmente in Puglia e Campania ma, in 30 anni, in quest’ultima regione la coltura ha fatto registrare una sostanziale contrazione delle superfici investite dell’ordine del 65%. Al momento in Puglia ritroviamo il 60% delle superfici italiane dedite alla cerasicoltura, con 18mila ettari (in Italia ci sono circa 30 mila ettari di ciliegeti), concentrati per lo più nel Sud Est barese e nella provincia Barletta - Andria - Trani. Qui negli ultimi anni si è osservata una progressiva espansione della cerasicoltura, partendo da città storicamente vocate a questo tipo di coltivazione, come Bisceglie, verso aree limitrofe, come Ruvo e Corato. Il cuore pulsante della cerasicoltura pugliese resta comunque il Sud Est barese.

     

    La Puglia produce, in media, 39 mila tonnellate di ciliegie/anno. Va detto che negli ultimi 10 anni si registra una regressione delle superfici investite, soprattutto se guardiamo alla realizzazione di nuovi impianti (tasso di rinnovo), che in una decade sono passati dal +2,3% all’attuale +0,9%. Si nota quindi una progressiva obsolescenza dei ceraseti ed una crescente disaffezione da parte degli imprenditori agricoli verso questa coltura. 

     

    Perché si sta verificando questo fenomeno? La coltura non è capace di ripagare adeguatamente gli sforzi dell’agricoltore?

    Negli ultimi anni la cerasicoltura “tradizionale” del barese non è stata capace di captare l’evoluzione tecnologica in atto nel settore. Al contrario, laddove le novità sono state recepite, la coltura si è dimostrata capace di offrire numerose soddisfazioni ai produttori. Ad esempio in Emilia Romagna, grazie alla ricerca, sono state introdotte nuove cultivar, nuovi portinnesti e nuovi sistemi di allevamento. I portinnesti nanizzanti hanno reso possibile un’intensificazione delle piante/ettaro. La scarsa sperimentazione dei nuovi portinnesti nanizzanti della serie gisela negli areali del Sud ha indotto i produttori a preferire il magaleppo, un portinnesto storico adatto alle condizioni pedologiche e climatiche del nostro territorio, particolarmente calcareo.

     

    Questo portinnesto garantisce il successo anche per quelle produzioni condotte “in asciutto”, ed anticipa l’entrata in produzione, tuttavia presenta una affinità d’innesto variabile in relazione all’origine genetica del seme. In alcuni casi, inoltre, nei ciliegeti pugliesi dopo appena 10 anni scopriamo delle fallanze. Un altro problema del magaleppo è rappresentato dal fatto che viene propagato prevalentemente da seme, pertanto non è in grado di offrire uniformità dell’impianto. Tuttavia l’industria vivaistica offre anche materiale propagato per via vegetativa come l’Inra SL 64 (Santa Lucia) che induce un vigoria intermedia, eccellente affinità d’innesto e una buona uniformità dell’impianto. 

     

    Quali sono state invece le cause che hanno provocato l’abbandono di questa coltura in Campania?

    Tralasciando lo scarso ricambio generazionale, va detto che rispetto a quello pugliese il ciliegeto campano è fatto crescere per lo più in altezza. Vista l’entrata in vigore di nor- mative sempre più stringenti sulla sicurezza in agricoltura, è risultato sempre più difficile fare cerasicoltura in quell’area. Davvero un peccato se consideriamo che la “Campania felix” era fortemente vocata per la coltura del ciliegio. Gli agronomi latini ne hanno descritto minuziosamente le cultivar locali e dispensato consigli sulla loro coltivazione. Da circa 30 anni assistiamo ad un vero e proprio abbandono di questa coltivazione in quelle aree: gli impianti di ciliegio vengono rimpiazzati con peschi, albicocchi, noccioli e actinidia, a seconda delle caratteristiche pedoclimatiche. In Campania oggi il ciliegio è diventato una specie frutticola di second’ordine.

     

    Forme di allevamento: quali le più comuni per il ciliegio nel Sud Italia?

    Purtroppo il cerasicoltore è spesso refrattario all’innovazione. La classica forma di allevamento che ritroviamo negli impianti del Sud è il vaso, che però in Puglia molto spesso viene allevato con due branche. Il vaso per definizione parte da un minimo di tre branche per arrivare ad un massimo di cinque. Quello che possiamo definire vaso pugliese è pertanto una deviazione dalla norma, un difetto. Non un miglioramento. Esistono comunque nuovi sistemi di allevamento molto interessanti come il vaso catalano, che vanta molti pregi: tra questi la possibilità di gestire da terra molte operazioni colturali e la precocità nell’entrata in produzione.

     

    Certo, si tratta di un sistema che necessita di diversi interventi di potatura nei primi anni, ma ne vale la pena, anche perché il vaso catalano consente un’intensificazione del numero di piante/ettaro. Ci sono altri sistemi ancora più performanti, ma poco adottati negli areali del Sud Italia, come ad esempio il fusetto o il solaxe. Entrambi garantiscono un’entrata in produzione precoce e la gestione delle operazioni colturali da terra. Si tratta di for- me di allevamento utilizzate per lo più in Emilia Romagna.

    Impianto di ciliegeto in Puglia, allevato a vaso con due branche

    Parliamo del sesto di impianto.

    Al Sud mediamente abbiamo impianti con una densità minima di 300 piante/ettaro e massima di 600 - 700 piante/ettaro. Per 333 piante si segue un sesto classico, che è il 5x6 metri. Gli impianti con un maggior numero di piante/ettaro richiedono un sistema di allevamento non a vaso per consentire alla pianta di intercettare meglio la luce. Questo perché gli elementi fondamentali per un ciliegeto sono tre: l’intercettazione della radiazione solare, l’acqua e la fertilizzazione. Pertanto bisogna lavorare per far assumere alla chioma una forma tale da intercettare la massima radiazione solare possibile. Meno luce intercetterà la pianta, meno produrrà.

     

    Possiamo benissimo fare un’equivalenza per cui luce = produttività. I cambiamenti climatici stanno spingendo i cerasicoltori a dotarsi di sistemi di protezione? La problematica principale che affligge la cerasicoltura è quella della pioggia durante la fase di maturazione, che provoca lo spacco (cracking). Pertanto alcune aziende agricole hanno deciso di coprire i propri impianti, ma si tratta di una pratica poco sviluppata, perché la copertura dell’impianto richiede la massima perizia agronomica. Un altro aspetto non meno importante da considerare è che la copertura dell’impianto richiede un investimento economico molto elevato, che si aggira sui 40mila euro/ettaro per una buona copertura.

     

    Pertanto questa tecnica, che a mio avviso è di fondamentale importanza anche in vista degli eventi atmosferici sempre più violenti, fa fatica a decollare. Anche con il miglioramento genetico si sta lavorando per la individuazione di nuove cultivar (alcune già disponibili) più o meno suscettibili a questa fisiopatia. Ci sono infine preparati e specialità, messe a punto dalle varie aziende produttrici di mezzi tecnici, che puntano ad arginare il problema del cracking.

    Ciliegie colpite da cracking.

    Come comportarsi con la nutrizione del ciliegio?

    Di base si interpretano i risultati delle analisi del suolo che mediamente si effettuano ogni 5 anni, in modo da apportare gli elementi che risultano carenti, mentre ogni anno si eseguono le analisi fogliari al fine di valutare lo stato nutrizionale delle piante. In media si effettua una buona concimazione organica e si apporta azoto in funzione del ciclo biologico. Il fosforo si distribuisce solamente durante la fase di impianto del ciliegeto, anche perché la pianta ne esporta in piccole quantità. Questo perché, a differenza dell’azoto, il fosforo resta immobilizzato nel terreno, trattenuto dallo scambio cationico del suolo. Tornando all’azoto, sappiamo che la pianta assorbe solo l’azoto di cui necessita, mentre la restante parte segue il ciclo naturale dell’acqua.

     

    Tenendo conto di questo è meglio frazionare l'elemento in più momenti del ciclo biologico. Non bisogna però trascurare una modesta concimazione azotata nel momento in cuila pianta si appresta ad entrare in dormienza, quindi un po’ prima della caduta foglie. Solitamente si effettua una concimazione fogliare con urea (attorno al 4%) in modo da permettere alla pianta di immagazzinare più sostanze capaci di giovare alla coltura nel momento in cui ci sarà la ripresa vegetativa successiva. Si è notato che l’azoto dato in questa fase, soprattutto per via fogliare e in forma ureica, aumenta la produzione dell’anno successivo.

     

    Il potassio solitamente è un elemento molto presente nei suoli carsici pugliesi, nel corso della mia esperienza professionale raramente ho dovuto far praticare applicazioni di potassio. Anche il calcio è un elemento che nei nostri suoli non manca quasi mai: questo non è un bene. La sua eccessiva presenza, infatti, causa alcuni problemi alle colture. Per il magnesio è fondamentale effettuare le analisi delle acque di irrigazione, esistono acque più o meno ricche di questo elemento. La carenza di microelementi (come boro, ferro, zinco, rame e manganese) è dovuta alle particolari condizioni pedologiche dei nostri areali che spesso mostrano un eccesso di calcio e pH elevato.

     

    Caratteristiche queste che impediscono la solubilizzazione di alcuni microelementi e che, di conseguenza, non risultano disponibili per la pianta. Sarebbe opportuno, quindi, effettuare delle concimazioni fogliari a base di questi microelementi, ad esempio il boro, fondamentale per l’allegagione e la vitalità del polline.

     

    Varietà: quali sono le più vocate per i nostri areali?

    Se consideriamo l’areale pugliese, il panorama è lo stesso da 50 anni, basato esclusivamente sulla varietà precoce Bigarreau Moreau-Bigarreau Burlat. Mentre la cultivar Ferrovia regna incontrastata tra le varietà medio-tardive da più di un secolo. Si tratta di una varietà che presenta caratteristiche carpologiche eccellenti: una shelf-life molto elevata, un peduncolo molto lungo, un buon rapporto acidità/zuccheri che restituiscono un gusto eccezionale, molto apprezzato dai consumatori. Ad ogni modo si tratta di una cultivar non scevra da problematiche. Tra queste vi è l’elevato fabbisogno in freddo (che non tutti gli anni la varietà riesce a soddisfare) e la bassa tolleranza al cracking, per cui anche solo una pioggia in prossimità della raccolta risulta deleteria.

     

    Oltre a Bigarreau e Ferrovia, due “pilastri” della cerasicoltura pugliese, troviamo la cv Giorgia, che negli ultimi anni è stata spesso rimpiazzata con altre varietà molto più “sane” dal punto di vista fitosanitario ed anche più performanti. Tra queste a me piace soprattutto la cv Grace Star, che a mio avviso è estremamente interessante. Si tratta di una varietà autofertile, abbastanza vigorosa, a maturazione medio-precoce, mentre il portamento della pianta è di tipo assurgente e produce frutti di buona pezzatura e buona qualità organolettica. Ci sono anche delle altre varietà in fase di valutazione, licenziate dall’Università di Bologna.

     

    Bisogna muoversi cautamente nel campo varietale, facendo tesoro degli errori commessi inpassato. Infatti è accaduto spesso che siano state impiantate in Puglia nuove varietà risultate improduttive o inadeguate alle nostre caratteristiche pedologiche. Penso a tal proposito alla Sweet Early, varietà precoce e molto promettente con polpa di media consistenza, che in Puglia non è riuscita ad esprimersi al meglio. Oppure altre varietà di meno recente introduzione nel nostro areale (Lapins, Van, Sweet Hearth, Kordia, Black Star, Stella, Sunburst) che si sono dimostrate molto generose dal punto di vista produttivo, ma con limiti qualitativi insormontabili. In questo senso è doverosa una sperimentazione per un tempo medio per testare le nuove varietà.

     

    Per concludere, un cenno agli insetti ed ai patogeni che insidiano maggiormente i ciliegeti del Sud Italia.

    Cominciando dai funghi penso immediatamente alla Monilia che, nel corso di annate piovose, durante la fioritura causa perdite quantitativamente elevate. Si tratta di un ascomicete che può colpire il frutto anche in fase di maturazione e così facendo compromette la shelf-life del raccolto. I ciliegeti, inoltre, sono preda di marciumi radicali; soprattutto Armillaria e Rosellinia. In alcuni siti agronomici si tratta di problemi insormontabili perché amplificati dalla stanchezza del suolo. Un fungo che attacca foglie e peduncolo del ciliegio è la Cilindrosporiosi, patogeno che si riesce facilmente a contenere anche attraverso trattamenti fitosanitari destinati ad altre problematiche. La Phytophthora causa marciumi al colletto ed in alcuni impianti giovani può dimostrarsi davvero molto aggressiva.

     

    Negli ultimi anni si notano nei ciliegeti anche l’aumento della virulenza di funghi che mettono a dura prova le produzioni, ad esempio la Cytospora spp, che è un cancro del fusto e delle grosse branche. La prevenzione è l’unica arma che abbiamo contro questo fungo. In appezzamenti limitati abbiamo inoltre rilevato negli ultimi anni problematiche di cancro al legno dovute a Botryosphaeriaceae, un gruppo di funghi che solo negli ultimi anni si è affacciato nel nostro territorio. Il batterio Pseudomonas syringae in alcune annate risulta particolarmente problematico perché, se messo in condizioni ideali, decima i fiori e può attaccare anche il tronco e le grosse branche provocando la cosiddetta gommosi.

     

    Spostandoci nel regno animale, tra gli insetti più dannosi alle produzioni troviamo la Drosophila suzukii che, a causa della sua eccessiva proliferazione, provoca non poche preoccupazioni. Ci sono poi la mosca della frutta e gli afidi, che però non creano danni ingenti in quanto facilmente controllabili. La cimicetta (Monosteira unicostata) e il tortricide (Archips rosana) fino a qualche anno fa rappresentavano un vero e proprio flagello per i cerasicoltori. Adesso fortunatamente sono problematiche facilmente contenibili. Sporadicamente notiamo anche la presenza di cocciniglia nonché di arvicole, queste ultime soprattutto nei giovani impianti causano non pochi danni. Infine troviamo i coleotteri: il capnode (Capnodis tenebrionis) e lo scolitide (Scolytus rugulosus) prediligono piante già sofferenti a cui dare il colpo di grazia.

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