Martedì, 18 Giugno 2019 08:00

    Superintensivo, innovazione e sperimentazione sono le mosse vincenti

    In Puglia, la prima realtà agricola a credere nella mandorlicoltura superintensiva è stata l’azienda Di Pietro.

    Oltre a oliveti, fruttiferi e cereali, la superficie aziendale attualmente comprende circa 50 ettari di mandorleti, di cui 10 coltivati ad intensivo e 40 ad alta densità (o superintensivo). Dal lontano 1984 i fratelli Di Pietro iniziarono a gestire col padre l’azienda famigliare, situata in agro di Andria (BT), composta allora da pochi ettari di uva da tavola ed uliveti, proponendo da subito una modifica al sistema di potatura degli ulivi al fine di ridurre i costi di produzione e massimizzarne la produttività. Fu quello il preciso momento in cui ebbe inizio il processo evolutivo all’interno dell’azienda, consentendo ai Di Pietro di essere al passo coi tempi nell’ambito delle innovazioni in agricoltura. L’evoluzione aziendale. La fiducia nell’innovazione ha spinto l’azienda, tre anni fa, ad impiantare un mandorleto superintensivo, nonostante la completa assenza di altre esperienze sul territorio. Alfonso Di Pietro, titolare dell’omonima azienda, ha spiegato a Fruit Journal: “Purtroppo negli ultimi anni l’agricoltura non ha subìto un ricambio generazionale. Questo ha costretto i produttori ad abbandonare questa coltura, ritenuta dai molti improduttiva, ed impedito che l’innovazione raggiungesse le nostre campagne. Per rendere redditizio il mandorlo abbiamo dovuto cambiare totalmente le tecniche di coltivazione rispetto al passato”. Il primo passo per la famiglia Di Pietro è stato quello di indagare sulle cause che hanno portato i vecchi impianti a non essere più redditizi. Successivamente, comprese le motivazioni e apportando tecniche innovative, hanno impiantato mandorleti intensivi e successivamente superintensivi. “Coltiviamo mandorlo intensivo già da 12 anni. Con questo sistema l’entrata in produzione richiede tempi più lunghi, servono anche 8-10 anni per il pieno regime. Con il superintensivo, invece, già nel secondo anno abbiamo raccolto i primi frutti, mentre nel terzo le piante sono entrate in piena produzione. Questa è la vera forza del sistema ad alta densità”. 

    Le varietà coltivate
    In azienda sono presenti diverse varietà di mandorlo: Filippo Ceo (10 ha), Lauranne® Avijor (20 ha), Guara (o Tuono, 10 ha) e Soleta (10 ha), tutte autocompatibili ed a fioritura tardiva. Quella che meglio si è adattata alle caratteristiche pedoclimatiche del territorio è la Tuono, la stessa che i vivaisti spagnoli chiamano Guara. Tutte le varietà del superintensivo sono innestate su Rootpac® 20, un portinnesto debole che riduce la vigoria della pianta e non le consente di accrescersi molto in altezza, ma che mira ad irrobustire il tronco. L’impianto superintensivo. I primi anni di gestione del superintensivo sono i più problematici, poiché le piantine sono molto piccole e rappresenta-no un facile bersaglio per i diversi parassiti. Il sesto di impianto utilizzato dall’azienda è di 1,4 x 4 metri, con una densità di circa 1700 piante/ettaro, anche se in Spagna il numero di piante/ettaro può essere più elevato. “In altri Paesi sono presenti strutture di supporto alle piante, mentre nella nostra azienda abbiamo deciso di non utilizzare il sistema di palificazione, perché otteniamo lo stesso risultato con l’utilizzo di piante “Smart Tree”, che sono cimate e potate in verde più volte durante le prime fasi di crescita, al fine di favorire lo sviluppo della parete produttiva in tempi ristretti”, ha spiegato Alfonso Di Pietro. Tra le diverse operazioni colturali, importanti sono la potatura, eseguita dalle 2 alle 3 volte l’anno, e le lavorazioni del suolo, effettuate al fine di eliminare le infestanti che crescono in corrispondenza degli ugelli. “Prima di poter intervenire con i mezzi meccanici dal 3°-4° anno in poi, in considerazione dell’effetto negativo dei diserbanti, nei primi anni la pulizia dalle infestanti viene eseguita manualmente”, ha precisato.

    Dettaglio di una fruttificazione di una pianta di mandorlo coltivata ad alta densità.

    Irrigazione: la voce di costo più importante
    Quest’anno (2017, ndr) siamo in anticipo con la raccolta, grazie al clima molto caldo. Di contro, i costi relativi per l’approvvigionamento idrico sono stati maggiori a causa della siccità. In azienda estraiamo l’acqua da pozzi artesiani profondi circa 400 metri. Bisogna considerare che è fondamentale irrigare a partire da aprile-maggio per poi finire a metà agosto. Per l’irrigazione non è possibile stimare i costi sostenuti durante una stagione, in quanto questi dipendono sempre dall’andamento climatico e dal carico produttivo”, ha continuato Alfonso Di Pietro.
    Al momento, in azienda si effettuano fertirrigazioni con l’utilizzo di un’ala gocciolante, ma in futuro i Di Pietro contano di dotarsi di un impianto per la subirrigazione.

    Altri costi di produzione
    Oltre all’irrigazione, sono la manodopera, il costo delle pian-tine (circa 3 euro cad.), le lavorazioni del terreno e le operazioni di potatura le voci che maggiormente incidono sul bilancio aziendale, che nel complesso in un impianto superintensivo si aggirano intorno ai 3-4 mila euro/ha per anno, quando si è in piena produzione. Nel primo anno, invece, è necessario un investimento iniziale di circa 10-12 mila euro/ha. “Il 2017 è il nostro secondo anno di produzione ed è anche la seconda volta che effettuiamo la raccolta meccanica, con una macchina scavallatrice che è sostanzialmente una vendemmiatrice che raccoglie solitamente l’uva nei vigneti allevati a spalliera”. Con gli opportuni adattamenti, tale macchina raccoglie le mandorle che automaticamente vengono convogliate su di un nastro e scaricate direttamente in un camion. “La meccanizzazione ci ha permesso di ottimizzare l’incidenza dei costi di lavoro per ettaro. Negli ultimi anni sono scoppiate diverse polemiche contro il superintensivo, in quanto accusato di ridurre o eliminare la manodopera e i posti di lavoro. Ma chi sostiene queste tesi forse ignora che i terreni su cui si estendono i mandorleti superintensivi fino a qualche anno fa erano abbandonati. Di fatto, quindi, stiamo creando nuovo lavoro e rendendo produttiva una coltura destinata a scomparire dai nostri territori, perché insostenibile dal punto di vista economico”, ha spiegato Di Pietro. La manodopera, è necessaria anche nelle operazioni di post-raccolta. Infatti, a breve, l’azienda si doterà di strutture per lo stoccaggio e la trasformazione del prodotto.

    Operazioni di potatura meccanizzata su mandorleto superintensivo.

    La commercializzazione
    Le nostre mandorle vengono commercializzate per lo più in Italia perché le produzioni del nostro Paese sono relativamente basse. Difatti siamo dei grandi importatori di questo frutto. Si potrebbe quasi affermare, viste le attuali condizioni del mercato, che in Italia il problema principale del settore non ruota attorno alla varietà migliore da impiantare, ma alla mancanza di prodotto interno”. Alla luce dei risultati raggiunti già nei primi anni di coltivazione, l’azienda Di Pietro rappresenta un esempio virtuoso che molte aziende agricole della zona hanno cercato di imitare, investendo in mandorleti intensivi e superintensivi. Anche alcune aziende spagnole hanno visitato l’azienda per conoscere gli impianti e le innovazioni apportate. In futuro, i Di Pietro contano di acquistare una macchina in grado di eliminare il mallo dal frutto direttamente sulla macchina scavallatrice utilizzata per la raccolta. “Eliminare subito il mallo significa debellare una fonte di umidità che favorisce la formazione di muffa sul prodotto, potenziale causa di alte-razioni e contaminazioni che incidono sulla qualità del frutto”, ha spiegato. E i progetti per il futuro non sono terminati: “Ad oggi il nostro prodotto viene essiccato al sole, ma è in progetto la realizzazione di un essiccatore. Ci doteremo anche di macchine per estrarre il succo di mandorla, tagliare il prodotto in lamelle o realizzare delle confezioni per consentire il consumo del prodotto come snack. L’obiettivo è cercare di effettuare in azienda tutti le lavorazioni post-raccolta, le trasformazioni e il confezionamento, al fine di venderlo direttamente alla GDO come 5^ gamma. Contiamo di realizzare tutto questo nei prossimi 2 o 3 anni”, ha concluso Alfonso Di Pietro.

     

    Autori: La redazione

    © fruitjournal.com

     

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