Lunedì, 14 Maggio 2018 09:25

    Peschicoltura: i motivi della crisi italiana

    La peschicoltura italiana sta vivendo oggi un periodo di crisi, legato principalmente a difficoltà di natura strutturale, il cui superamento richiederà tempo e sacrifici.

    Il consumo di pesche e nettarine in Europa è in diminuzione, nonostante il continuo aumento del consumo di frutta. Le pesche soffrono l’aumentata concorrenza di altra frutta estiva (albicocche, ciliegie, susine, uva da tavola, piccoli frutti, meloni, angurie) e di frutta tropicale e non, importata da altri continenti (banane, ananas, kiwi, mele, pere). L’embargo Russo e la crisi economica mondiale hanno appesantito ulteriormente le produzioni nazionali e l’intero comparto.

    Pur se i costi di produzione italiani sono inferiori a quelli francesi, la concorrenza della Spagna e, in minor misura della Grecia e della Turchia, è sempre più aggressiva. La qualità è un obiettivo da realizzare e risulta condizione indispensabile per poter competere, ma non è sufficiente per una produzione di massa come è ancora quella italiana. La mancanza di un catasto produttivo nazionale, con dettagliate notizie sugli impianti esistenti (in termini di cultivar e pertanto di tipologia e calendario di maturazione) è un altro punto debole del comparto in quanto rende di fatto impossibile una seria politica di programmazione.

    L’aggregazione dei produttori, che pure ha fatto passi avanti importanti, è ancora insufficiente, da un lato, per poter trattare alla pari con la GDO, dall’altro per una seria strategia di programmazione nazionale che è auspicabile possa allargarsi anche in contesti internazionali, sostituendo il concetto di competitività con quello della complementarietà.

    Per quanto riguarda lo snellimento della burocrazia e l’applicazione di regole comuni, sia per le produzioni comunitarie, sia per quelle di provenienza extra europea, alcuni progressi ci sono stati, ma molto rimane da fare affinché sia applicata la stessa regolamentazione nell’uso dei prodotti antiparassitari alle produzioni comunitarie e a quelle importate.

    Altra problematica molte volte addotta per giustificare la crisi della peschicoltura, riguarda l'eccessiva disponibilità di cultivar commercializzate e coltivate. Ogni anno, infatti, a livello mondiale vengono introdotte oltre 100 nuove varietà, numeri importanti che influenzano l'andamento dei mercati.

    Tuttavia, l'elevato numero di varietà disponibili e coltivate non dovrebbe essere considerato un problema ma una risorsa, in quanto permette di realizzare frutteti “su misura” per le specifiche condizioni pedoclimatiche e di produrre esattamente ciò che il mercato di riferimento richiede.

    Introdurre nuove varietà che non vanno a migliorare quelle già esistenti è, invece, da considerarsi una operazione inutile. Purtroppo, le aspettative di successo legate alle "accattivanti" novità, inducono i frutticoltori ad una scarsa prudenza nei processi decisionali, che poi si traduce nel mettere a dimora varietà senza che a monte vi siano state adeguate validazioni e sperimentazioni.

     L’Italia, rispetto al passato, quando era produttore di innovazione varietale, si trova oggi in forte ritardo. Infatti, il finanziamento pubblico a sostegno della ricerca e della innovazione è in costante diminuzione e l’impegno dei privati, pur se mostra segnali positivi, non è sufficiente a colmare il gap tecnico creatosi. Altre difficoltà legate all’eccessiva disponibilità varietale riguardano:

    • elevati volumi produttivi concentrati, però su un numero ridotto di cultivar;
    • un ampio calendario di produzione (da maggio ad ottobre),con varietà in grado di coprire un periodo di circa 10-12giorni;
    • la presenza di tre categorie commerciali (pesche, nettarine, percoche), le prime due a loro volta classificate in base alla polpa, gialla o bianca (senza considerare le pesche e le nettarine piatte), che non considera però la tipologia della polpa (fondente/croccante; a lenta e rapida evoluzione) e del sapore (acidulo o tradizionale/dolce o con bassa acidità – subacido). 

    Il problema, quindi, non è legato solo alla numerosità delle cultivar, quanto alla mancanza di indicazioni chiare circa la tipologia e le caratteristiche organolettiche del frutto.

     

     

    Autore: Agrimeca Grape and Fruit Consulting - Turi (BA)

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